Sounds Of Playground Fading
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: In Flames
Etichetta: Century Media
Uscita: 2011
Durata: 53:58
Voto: 3.5/5
Un punto di partenza tutt’altro che rilassante per ascoltare il nuovo lavoro in studio di quella che un tempo era una band ricca di idee e davvero valida, gli In Flames, che però, siamo onesti, da qualche anno combatte contro i mulini a vento e contro quelle direttive estetiche che loro stessi, da vent’anni, contribuiscono attivamente a plasmare insieme a una soldataglia di nomi più o meno noti e altisonanti della crema svedese e paneuropea del metal. Di dischi prodotti in modo brillante ce ne sono parecchi, ma gli manca il pelo sullo stomaco e l’originalità, ed è per questo che gli exploit brillanti di dischi come Come Clarity e i rari momenti d’ispirazione di dischi come Reroute To Remain, e ancor più i magnifici Whoracle e Jester Race, sono ormai più l’eccezione che la regola. Dopo la delusione di A Sense Of Purpose, un lavoro impostato in modo demente, che pare fine a se stesso e lascia ogni metallaro freddo e indifferente, l’annuncio del nuovo lavoro in studio, per giunta con un membro fondatore in meno, era ancora meno entusiasmante, ma si ascolta tutto ciò che si deve ascoltare, e così nel lettore e sul tavolo anatomico è finito anche l’album Sounds Of Playground Fading.
Se consideriamo che dall’ultimo disastro sono passati un paio d’anni, c’è qualcosa di quasi consolante nel fatto che ogni cambiamento sia anche un’occasione per ripartire da zero, con una ventata d’aria fresca. Quando a febbraio dell’anno scorso Strömblad ha capitolato ed è andato a curare i suoi demoni fuori dall’abbraccio di un collettivo musicale soffocante e di tour estenuanti senza fine, a prendere in mano la scrittura dell’intero disco è stato Björn Gelotte. Da quel che si dice in giro, si è messo al lavoro con pedanteria e ponderazione, e tutti gli assoli di chitarra li ha intrecciati con un feeling adatto anche al nuovo cavaliere della tavola rotonda degli In Flames, il chitarrista Niclas Engelin. La bestia, un po’ consunta e ammaccata, si è ritrovata con una protesi nuova di zecca e un set di denti freschi, ancora intatti. Intendiamoci: gli In Flames hanno mantenuto per tutta la loro carriera lo status di pionieri del death metal melodico di Gothenburg, ma una marea di cloni identici ha rubato parte di quella lucentezza, tanto che gli ultimi album, e ancor più i concerti e l’esperienza dal vivo degli In Flames, sapevano più di faticoso sguazzare che di un’impresa sensata e piena di cuore. L’impegno a rimodellare di continuo la propria materia cardiaca li allontanava sempre più dalla forma purista e dall’eccellenza dei primi lavori, e anche il passo successivo sul loro cammino era una totale incognita. Questo decimo passo in studio è godibile e non stanca, ma dietro i ricchi strati di una produzione eccezionale restano un paio di punti che ancora disturbano e tormentano. Uno è la voce piuttosto monotona e noiosa del principale paroliere e oratore, il signor Anders Friden. Negli ultimi anni il signor Friden ha dato definitivamente addio ai growl gutturali e ha riadattato le corde vocali a un brontolio più pulito e dolcemente urlato. L’irritante dualità tra brutalità finta e piagnucolio dal suono pulito uccide ogni senso di virilità da almeno dieci anni, e il melodramma sonoro risulta così consumato e lagnoso che a farci tornare a inumidirsi possono essere solo le solite orde di verginelli, vergini, zombie assuefatti alla fantasia e al genio sfacciato e i proprietari senza idee delle grandi corporation in cerca di una nuova fonte di guadagno facile, tutti fedeli al metal alla moda. Questo tipo di onanismo musicale è infatti il modo più semplice per abbagliare le masse, che dopo una buona campagna pubblicitaria comprano anche la più oscura delle schifezze: più della musica contano le belle magliette e l’illusione, e dietro la lucentezza di solito si nascondono miseria e villaggi Potëmkin di scenografie illuminate al neon.
Sounds Of Playground Fading è una serie di tredici brani dal suono sì gradevole, che però in un certo senso sono proprio come scenografie di cartone, dietro le quali si nasconde e luccica un mondo di vuoto totale e di miserabile ripetizione di schemi già sentiti. Friden però supera i vecchi sfoghi e serve alle orecchie parecchi pezzi dignitosi. Soprattutto perché suona più sicuro di sé e convinto del proprio registro vocale. Non manca il gioco con le ricette di un passato straordinario: così, tra le altre cose, Anders si lascia andare a dei recitati e al classico growl da death metal, evocato dal brano Jester’s Door. La reminiscenza del passato accenna anche a una trasformazione postmoderna e a un addio al passato che fu. Gli In Flames hanno (di nuovo) voltato pagina, aprendo un nuovo capitolo. In effetti, su tutto il disco si sentono tanti momenti luminosi, grazie ai quali, con un ascolto superficiale, ti puoi abbandonare al ritmo ondeggiante e a quella melodia impermeabile a cui le folle di questo quintetto di Gothenburg soccombono dalla svolta del millennio e dal disco Colony in poi. Il suono moderno racchiude nel proprio grembo un pizzico di classica asprezza metal, che però è accuratamente diluita e pensata per le nuove generazioni di piagnoni leziosi, non tanto per chi ha il cuore sanguinante per il tagliente amaro dei suoni degli At The Gates. Già l’acustica d’apertura della title track Sounds Of Playground Fading fa capire che Björn ha deciso di coprire eventuali ammaccature con trovate chitarristiche davvero geniali, mentre la glassa sugli spigoli ruvidi è fatta di fischi, botti e scoppiettii sintetici di sintetizzatori.
https://www.youtube.com/watch?v=qL1p5dr3aRk
Gli In Flames si sono dimostrati in ogni aspetto dei bravi artigiani, ma l’ascoltatore fatica a scrollarsi di dosso la sensazione che dietro la produzione magistrale e le nebbioline atmosferiche si nasconda qualcosa di davvero nuovo e godibile o di rivoluzionariamente ispirato.Sì, i brani sono scritti in modo molto più coeso, non mancano i dettagli e un lavoro di chitarra eccezionale, e Anders è meno lagnoso del solito, ma sul disco c’è troppo lifting elettronico e troppo poca imprevedibilità totale di idee sfrenate. Proprio per questo la monotonia, per quanto rifinita in fase di produzione, non è altro che questo: monotonia e noia con un bagliore appena più scintillante. Nonostante tutto, Sounds Of Playground Fading non è un album da liquidare al primo ascolto, e agli In Flames è riuscito almeno un po’ di ridurre quel senso di amaro che, almeno nella mia bocca, si era accumulato negli ultimi anni.
Formazione
Anders Fridén – voce
Björn Gelotte – chitarra
Niclas Engelin – chitarra
Peter Iwers – basso
Daniel Svensson – batteria, percussioni
Musicisti ospiti:
– Johannes Bergion – violoncello nel brano A New Dawn
– Ellen Hjalmarson – violino nel brano A New Dawn
– Erika Risinger – violino nel brano A New Dawn
– Emilia Wareborn – viola nel brano A New Dawn
– David Werthen – contrabbasso
– Örjan Örnkloo – tastiere e sample
Produzione
Roberto Laghi
Tracklist
1. Sounds Of A Playground Fading
2. Deliver Us
3. All For Me
4. The Puzzle
5. Fear Is The Weakness
6. Where The Dead Ships Dwell
7. The Attic
8. Darker Times
9. Ropes
10. Enter Tragedy
11. Jester’s Door
12. A New Dawn
13. Liberation