“All’s Well That Ends Well” – si replica! (2011)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Castello Di San Giusto / Trieste / Italia
Data del concerto: 06.08.2011
Spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 0,00€ (ingresso gratuito!)

Steve Lukather è un nome che non ha più bisogno di presentazioni. Fa parte di tutti noi, in un modo o nell’altro. Il minimo comune denominatore che ci lega a lui è almeno il classico dei Toto e l’evergreen indiscutibilmente eterno Africa. Steve Lukather è uno che con la chitarra sa suonare qualsiasi cosa.  Nella sua carriera ha collaborato, in un modo o nell’altro, a oltre 1500 album in studio. A definirlo meglio di tutto, però, sono ovviamente la figura e l’opera dei Toto.

Steve appartiene insomma a quella lega di pochi assi della chitarra che puoi piazzare in qualsiasi situazione musicale: puoi sottoporgli l’enigma musicale più astruso e questi maestri lo risolveranno con una facilità disarmante. Ci sono poi i contemporanei di Steve, che battono un sentiero di carriera simile ma impastato con un approccio alla chitarra completamente diverso, come ad esempio Michael Landau e/o Carl Verheyen.

Steve Lukather è in pieno fermento.  In due anni ha pubblicato due album solisti in studio, l’ultimo, intitolato “All’s Well That Ends Well” – la recensione di RockLine la trovi QUI, l’anno scorso. Entrambi li ha accompagnati con tour anche in Europa. Aggiungici le esibizioni con la formazione di “The Seventh One” dei Toto, riattivata l’anno scorso e quest’anno per qualche data estiva, e l’agenda del musicista diventa fittissima.

Steve ha fatto la prima parte del tour “All’s Well That Ends Well” nel novembre 2010 attraverso il vecchio continente, tra marzo e aprile di quest’anno è seguita la seconda, mentre la serata di Trieste rientrava nella serie dei suoi concerti solisti che fanno parte della terza tranche dello stesso tour promozionale. Anzi, di più. Il concerto triestino è stato proprio l’ultimo di Lukather, con cui ha salutato il vecchio continente per un po’. “Luke” per Trieste ha mantenuto un repertorio molto simile a quello che alcuni fortunati hanno potuto ascoltare già il 04.03.2011 nella Grazer Orpheum.

L’estate rock di quest’anno a Trieste si è spostata da Piazza Unita d’Italia all’idilliaco castello della città, il Castello Di San Giusto. Qui, a cavallo tra luglio e agosto, in una serie di tre serate consecutive sono saliti sul palco, tra gli altri, anche i tradizionali concerti prog rock che il promoter locale organizza ogni anno.

Sono le nove e un quarto passate da poco. Il vasto cortile del castello è punteggiato da un migliaio di sedie, davanti a cui sorge un palco enorme, di quelli che Steve, nei suoi concerti solisti, di solito non è abituato a vedere tutti i giorni.  Il maestro ha aperto la serata restando nascosto ancora per un po’ dietro il sipario, mentre il trio della band d’accompagnamento era già in scena: la splendida gazzella dalla pelle scura Renne Jones (basso), Steve Weingart (tastiere) col suo cappellino e “Mr. Chocolate” – oggetto delle pubblicità di Luke per i prodotti Nutella – Eric Valentine (batteria). Dopo una mezzo minutino dell’intro del nuovo pezzo del nuovo album, Darkness In My World, il celebrato stregone della chitarra arriva finalmente al centro dei riflettori, e il pubblico lo accoglie con ovazioni fragorose. In un attimo la band costruisce uno scenario atmosferico ma drammatico, che caratterizza un brano che non sfigurerebbe affatto su un album dei Toto come “Falling In Between” (2006). Nei primi cinque pezzi Luke ha passeggiato attraverso la sua discografia solista, mettendo in fila una costruzione musicale stratificata che non ha eguali. Allo stesso tempo, i rodatissimi strumentisti di supporto brillavano con una flessibilità eccezionale nel “piegare” i generi. Una macchina ben oliata, che non sa sbagliare. Lukather ha coronato il suo buonumore con una frase che ha “comprato” subito il pubblico: “Stasera faremo il migliore dei nostri migliori concerti! È infatti l’ultimo concerto del nostro tour!”

Hendrix è l’eterna ispirazione di Luke. Questa volta ha toccato la figura e l’opera del compianto pioniere della chitarra addirittura due volte. Nella prima metà del concerto, quando ha sfoderato Up From The Skies! A questa, nella seconda metà dello show, è seguita la versione strumentale di Little Wing di Hendrix, in cui Lukather, dal suo ricco arsenale, ha messo in fila, nella versione allungata del classico, soprattutto nella seconda parte, splendidi collage di sfumature tonali dalle forme arabescate. Il chitarrista ha incantato ancora con quello straordinario controllo magico che possiede il tocco delle sue mani quando entrano in contatto con la chitarra. Con elementarità, flessibilità, arguzia spiritosa e quel pizzico indispensabile di spontaneità e imprevedibilità con cui incanta sempre in modo così diretto e audace ogni buongustaio della musica. Luke è incredibilmente completo nella sua grandezza espressiva, e questo vale soprattutto per la sua capacità smisurata di unire il talento per l’improvvisazione al senso di costruire una melodia accessibile! Luke sa essere immensamente fragile, quasi vulnerabile nei passaggi più sofisticati, e un attimo dopo scappare via in modo esplosivo! Il suo tocco di lucidità e di scherzi a proprie spese, così come le battute maliziose sui membri della band che lo accompagna, è pieno di una sana dose di umorismo gustoso, con cui in un attimo abbatte la barriera apparente tra pubblico e gruppo. Ma Luke, in tutto il suo “servizio” sul palco, non serve nemmeno per un istante la pretenziosità, né cerca di imporre la propria figura alle masse per ottenere reazioni del tipo “adorami, perché sono il migliore”.

L’uomo, dall’atteggiamento solo in apparenza modesto e sempre apertissimo verso il pubblico, si è inchinato al compianto collega dei Toto Jeffrey Porcaro nella prevedibile Song For Jeff, e ha fatto rivivere in particolare la scena di 800 teste alla deriva in un’ipnosi durante l’esecuzione di While My Guitar Gently Weeps di Harrison, brano dei The Beatles, dove nel ritornello si è unita a lui tutta la comunità dei presenti. Poi c’è la sua Tears Of My Own Shame, dove non si vergogna affatto dell’ispirazione di Jimi Hendrix. Pezzo ottimo, riff marcato, la magia del quartetto è eccezionale. Percezione, intesa, chimica… La ciliegina sulla torta di questo repertorio l’ha messa il nuovo jam strumentale intitolato Tumescent, che ha riassunto in generale tutta la visione della missione della brillantezza artistica di questo musicista eccezionale.

Luke ha sfruttato il sostegno del pubblico per integrare un quinto membro nella squadra di accompagnamento, perché la partecipazione della platea si è rivelata un benvenuto riempitivo vocale e un refrigerio per le corde vocali provate di Luke. Anche prima di Tears Of My Own Shame ha invitato il pubblico ad aiutarlo con il canto “Oh-oh” del ritornello. Tears Of My Own Shame (il suo “equivalente” d’ispirazione hendrixiana per il 2010 si può trovare nel brano Brodies – suonato nella prima parte del concerto) si è riversata magistralmente e in tutta spontaneità nel già descritto, affascinante strumentale hendrixiano Little Wing, il che naturalmente dipende dalla parentela nella struttura dei due pezzi. A questo condimento avrebbe dovuto assistere obbligatoriamente anche Jimi Hendrix, dal pubblico.

La chiusura del concerto è toccata a due rocker nuovi, potenti e soprattutto melodici dell’ultimo album, cioè Can’t Look Back, e a Flash In The Pan, suonata nel primo bis, con cui Luke ha attirato il pubblico completamente sotto il palco. Il comportamento della gente era del tutto ridicolo. Almeno nelle prime file sotto il palco. Prima la folla registrava con le videocamere amatoriali dei cellulari i suoi video da lontano, ora invece direttamente da sotto il palco. Gli italiani, si sa, vivono le cose a modo loro. Questa volta, inoltre, per i fotografi c’era accesso libero per tutto il concerto. Fotografi di ogni tipo. Potevi scattare quanto volevi e riuscivi. Poteva fotografare chiunque volesse. Col flash (due, tre?), o senza. Tutta questa (inutile) attività di appesantirsi con “prolunghe” artificiali degli organi recettori umani durante un concerto, che non rientra affatto nella maniera di abbandonarsi alla magia della musica (Ma attenzione! Queste sono ormai idee “all’antica”!), rovinava in qualche modo l’atmosfera dell’esibizione e, in definitiva, risultava anche irrispettosa verso il quartetto.

Luke è salito sul palco un’ultima volta. Con la chitarra acustica a tracolla. Da due anni chiude i concerti con il “Tambu” classico dei Toto intitolato The Road Goes On. Anche nel suo discorso ha spiegato al pubblico entusiasta che avrebbero riconosciuto senza problemi il pezzo successivo. E guarda un po’. NON era The Road Goes On, ma l’hit di “Fahrenheit” I’ll Be Over You. Dopo la prima strofa il chitarrista si è spinto fin sul bordo del palco, davanti ai monitor, e ha lasciato il canto dell’hit al pubblico, che ha svolto il suo compito con un bel voto.

Un’ora e tre quarti di ore magiche. Il quartetto di ottimo umore, rilassato nonostante Luke mostrasse a tratti, durante il concerto, evidenti segni di stanchezza: alle spalle ha un’abbondanza di concerti su vari continenti del pianeta, e con i concerti di quest’anno non ha ancora finito del tutto. Luke con il suo show ha comunque affascinato ancora una volta in tutto e per tutto. Con lui non può andare diversamente. La sua impeccabile preparazione musicale, espressiva, l’ha realizzata di nuovo in modo unico e irripetibile. Soprattutto aggiungendo il tocco spontaneo dell’improvvisazione, il che significa una cosa sola. Tutti voi che magari eravate a un concerto per la prima, la seconda o la decima volta, avete sentito versioni completamente nuove, mai suonate prima, degli standard di Luke!

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Darkness In My World 2. Always Be There for Me 3. Extinction Blues 4. Stab in the Back 5. Brody’s 6. Up from the Skies 7. Band jam 8. Song for Jeff 9. Tumescent 10. Eric Valentine drum solo 11. While my Guitar Gently Weeps 12. Tears Of My Own Shame 13. Little Wing 14. Can’t Look Back —bis I.— 15. Flash In The Pan —bis II.— 16. I’ll Be Over You

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