Chapter I: The Current Of Her Ocean Brings Me To My Knees

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Canyon Observer, The
Etichetta: Kapa Records
Uscita: 2011
Durata: 29:43
Voto: 4/5

“Compra locale, compra sloveno!” è il ritornello dei pubblicitari, che ormai provoca una specie di afta epizootica acuta e un conato di vomito solo a sentir nominare il “nostrano” e lo “sloveno”, eppure questo nostro versante delle Alpi vanta un maledetto ventaglio di act, band e singoli artisti alternativi, validi e di impatto. Alternativi a cosa? In un’epoca in cui il mainstream è saturo di ogni costrutto e idea possibile e impossibile, definito dal campo gravitazionale dei trend del momento e delle mode da un giorno. Una decina d’anni fa e rotti – porca miseria, da Kyuss è passato ormai un altro decennio di rivelazioni musicali – il mainstream ha conosciuto anche l’invasione delle band sludge, che cercavano, con più o meno successo, di prendere le distanze da pezzi grossi come Isis, Pelican, Neurosis e, se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, parte di quella sinistra bellezza sopravvive ancora oggi nell’incarnazione dei Mastodon. All’eternità e alla bellezza da colpo secco che dà dipendenza si adegua, con un certo ritardo, anche l’ingranaggio della scena musicale slovena, e il pretesto per questo sproloquio sui reperti archeologici del passato è l’uscita di quest’anno, forgiata dalle dita del quintetto di Lubiana The Canyon Observer.

Come se questi ragazzi, riuniti da tutti i venti possibili e impossibili, volessero annunciare una svolta mentale nel modo di concepire e proporre la loro litania musicale come qualcosa di nuovo, voltano pagina nel libro delle reinterpretazioni slovene della musica, a più passi e con più capitoli. Il primo capitolo di questa serie di rivelazioni si chiama Chapter I: The Current Of Her Ocean Brings Me To My Knees. Che i The Canyon Observer siano solo una porta e una finestra su un mondo di mille possibilità lo annuncia fin dal primo istante il disco, composto da quattro brevi atti di questo primo EP. I membri di Gonoba (Hopsy, ovvero il cantante Matic, ci affila le corde vocali ormai da un bel po’), Uroš, BobenBasPaAnanas e Colddew hanno scelto, come direzione del loro dondolio megatonico, una forma musicale lenta, grassa e avvolta nel fumo dello sciamanesimo. Lo sludge, derivato metal dello stoner, arricchito da una visione apocalittica noise post-metal o, se preferite, post-rock, di un mondo di splendido grigiore, non è esattamente musica da ballo o da ottimismo leggero, ma offre un ampio campo di piacere totale a tutti gli audiofili sempre affamati di Weltschmerz e atmosfera.

https://www.youtube.com/watch?v=_TfowZi_3VE

Il paesaggio ricorda una landa scandinava avvolta nella nebbia, illuminata da lampi lontani e vulcani sopiti. Il forte filo conduttore del mantra è il perfetto equilibrio tra una triturazione ritmica lenta e titubante, un basso grasso e chitarre leggermente distorte, abbellite da un mare di caldi effetti analogici, mentre su tutto questo insieme organico serpeggiano urla gutturali mascherate nel riverbero e testi impastati fino a diventare irriconoscibili e incomprensibili. I The Canyon Observer, già con il pezzo d’apertura Part I: The Lingering Scent Of Her Divinity , puntano sull’erotismo della fantasticheria e della volatilità oppiacea, e su un’atmosfera perfetta di immagini distorte e melodie sfuggenti. La ricetta è semplice ed efficace: dopo una lunga escalation di passione con qualche nota ben marcata, bisogna attirare l’ascoltatore più a fondo nel bosco di idee megalomani e nebbia inebriante, mentre nelle brume del crepuscolo paludoso si nascondono mostri minacciosi, Gollum, orchi e ninfe di un erotismo irresistibile con denti affilati come pugnali.

Il primo atto illumina il palco del teatro della vita e dell’asprezza di un amore ritmico inarrestabile per i monoliti multitonali. I The Canyon Observer sono un monolito scolpito in barocco chitarristico, su cui si incidono rivelazioni e che, come lampadine annerite dal fumo in un vecchio amplificatore, trasporta suoni del subconscio che, attraverso corde incandescenti, si trasformano in sagome impressionanti di storie epiche e battaglie che combattiamo tutti, ma che pochi sanno mettere in parole e a cui pochi sanno soffiare dentro un’anima. Il ritmo del movimento è lento e uniformemente dilatato, così il giro sulle vette del piacere e le discese negli abissi della depressione avvengono in modo naturale e su misura per ogni amante della diversità che si possa permettere il lusso del tempo e si conceda di infilarsi le cuffie, chiudere gli occhi e lavare via dal corpo stanco la polvere della fretta eterna.

Eppure, nel mosaico tutto è in proporzione, e le quattro parti, pur megalomani, di questo quadro in quattro atti sono levigate alla perfezione e si incastrano l’una nell’altra. Niente stride e niente scalza dalla sua traiettoria ostinata e programmata con cura il bolide mentale o il bozzolo in cui vi siete avvolti. Chapter I: The Current of Her Ocean Brings Me to Her Knees è un manifesto che intreccia il suo messaggio nel cervelletto con brutalità e intransigenza e, se mi è concesso prendere in prestito un’immagine che ho letto da qualche parte, con una sua personale interpretazione del gotico americano, dà a ogni ascoltatore ciò che la sua anima desidera in questo momento. Io ci ho sentito per intero il dolore nudo e crudo dei rapporti interpersonali di totale dipendenza. Le pozze di sangue che sgorga da un cuore amorevole e ferito sono, nonostante l’oscurità, magneticamente attraenti, e per via associativa offrono la trasformazione delle immagini in impulsi diversi, che potete imbottigliare nelle vostre fialette e boccette dell’anima. Lo sludge è solo un metronomo e uno strumento con cui contare il ritmo del vostro esistere e sbiadire, mentre il perfetto impulso dell’istinto di autoconservazione vi offre vie di fuga, di disconnessione e la possibilità di raggiungere la sensazione perfetta dell’estasi – l’estasi della morte. Tutto questo e anche di più è nascosto in un pacchetto più corto di mezzo giro di lancette, che fa già crescere una fame e un’ingordigia sempre maggiori di un seguito all’altezza. Noi esseri umani, infatti, a modo nostro masochista-sadico, ci ubriachiamo con una tale facilità di cose che non riusciamo a definire e capire con altrettanta facilità. Beh, almeno alcuni di noi faticano a resistergli, mentre per le masse più ampie di seguaci sventati e inseguitori delle ultime mode non ho comunque intenzione di sprecare inchiostro ed energia mentale …

Formazione

Gašper Letonja – chitarra
Matic Babič – voce
Sašo Paljk – batteria
David Videnšek – chitarra
Nik Franko – basso

Produzione

Plueg & Peter Ošlaj

Tracklist

1. Part I: The Lingering Scent Of Her Divinity
2. Part II: Your Feathers Inflict My Scars, The Ones You Gave Life To
3. Part III: Our Universe, Written In Blood
4. Part IV: My Will

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