Luke brilla e incanta ancora Zagabria! (2011)
Luogo: Boogaloo / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 24.11.2011
Pubblico: 650
Steve Lukather è tornato in Europa questo novembre, la quarta volta nel giro di un anno, per presentare il suo ultimo album solista in studio “All’s Well That Ends Well” (2010). Uno dei migliori chitarristi del pianeta, prima chitarra degli indimenticabili perfezionisti rock Toto, che da poco ha confermato la sua partecipazione al tour australiano della celebre formazione G3, il trio di alieni della sei corde Satriani-Vai-Lukather, è tornato così a Zagabria per la seconda volta in due anni.
Il quartetto che lo accompagna in questo nuovo tour europeo è lo stesso. Steve Lukather alla chitarra e alla voce, la slanciata Renee Jones al basso, l’omone Eric Valentine alla batteria, un vero Atlante dei tamburi, e il magrolino Steve Weingart alle tastiere, con tanto di pizzetto da caprone! Ai concerti di Steve Lukather è sempre difficile dire quale sia stato il migliore, o se lo sarà. Anzi, è proprio impossibile. Ogni sua esibizione lascia un’impressione speciale e unica, e le melodie e le immagini che ti restano in testa continuano a stuzzicare la fantasia del fan medio dei suoi concerti ancora a lungo dopo l’ultima nota. Luke è semplicemente un musicista unico.
L’anno scorso, a fine ottobre per la precisione, il “bluesman” bianco Joe Bonamassa ha riempito il Boogaloo fino all’ultimo angolino, e la sala scoppiava letteralmente. Poco più di un anno dopo, Steve Lukather ha portato nel club meno gente, direi un numero ideale. Non c’era la ressa, ma il locale, con i suoi buoni 600 e passa crani, era comunque bello pieno. Per creare l’atmosfera intima e raccolta che un concerto di Steve Lukather richiede, un posto migliore del Boogaloo non si può desiderare.
Quella sera Luke e compagni erano in forma smagliante. Grande affluenza, palco di dimensioni più che dignitose. La sua band è già sul palco quando Luke spara qualche nota d’apertura, nascosto dietro il sipario. Solo dopo un buon minuto Lukather sale davvero sul palco. Si piazza nella sua solita posizione centrale, con al fianco la fedele compagna, la chitarra Ernie Ball “Luke” flame top. Anche questo concerto si apre (di nuovo) con il pezzo nuovo Darkness In My World. Una canzone dal ritornello melodico e cantabile che in un attimo ha compattato e unito il pubblico di palato fine.
Un suono pulitissimo, cristallino. Evidentemente il Boogaloo è l’indirizzo giusto per un’offerta live di questo tipo. Per la quarta tranche del tour europeo di “All’s Well That Ends Well” Luke non ha cambiato granché la scaletta. Ha tenuto i pezzi più riconoscibili del nuovo album e in più ha arricchito il repertorio con qualche brano “precambriano” del suo arsenale discografico solista. Già in apertura è risuonata, con la più bella delle melodiosità, Hero With 1000 Eyes, poco dopo Party In Simon’s Pants: insieme ai collaudati standard del repertorio live di Luke, Song For Jeff ed Extinction Blues, hanno fatto rivivere con grinta il classico album solista in studio “Candyman” del 1994. Con un numero di brani così, a Zagabria era rappresentato solo l’attuale disco in studio di Lukather, “All’s Well That Ends Well”.
Che il quartetto suoni ancora da sogno non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Ovviamente la ciliegina sulla torta è la forma del giorno di Luke, e a Zagabria il tipo era davvero in stato di grazia. Questa volta Luke si è evidentemente inventato una scaletta strumentale, come ha confermato già l’ottima esecuzione di Butterfly di Hancock, dove Luke ha riempito il vuoto delle parti di fiati con la sua pleiade di “soli” dal taglio “jazz”. Qui a brillare è stata l’intesa ritmica raffinatissima e fulminea di Valentine e Jones. Fantastico, tutto d’un pezzo. Il brano si è poi riversato spontaneamente nella prima “jam” della band. Uno dei picchi del concerto è stato il pezzo strumentale dalle mille sfaccettature, un intaglio “beckiano” intitolato Tumescent, trasformatosi in un assolo del bestiale Eric Valentine, che ha lasciato a bocca aperta con un mix di velocità estrema, improvvisi attacchi esplosivi su tutta la batteria e una precisione brillante che, con un condimento esecutivo così, non tutti hanno. Dopo di lui la band si è buttata su un’altra “jam”. Non una qualunque, ma la festa nei pantaloni di Simon. Il titolo, ovviamente, strizza l’occhio al coautore del pezzo Simon Phillips, e la band ha di nuovo lasciato di stucco con un’esecuzione fenomenale di un brano difficilissimo e complesso, pieno di sincopi, ritmi progressivi spezzati, improvvisi cambi d’atmosfera, tanti motivi guida, slalom spontanei tra passaggi impegnativi di impronta jazz, di cui si è occupato volentieri, a tratti, soprattutto il maestro delle tastiere Steve Weingart. La scaletta, stavolta tutta a favore degli strumentali, ha trovato conferma anche in una Song For Jeff dal sapore più o meno atteso “alla Beck” (ascolta come viene suonata la melodia principale, cioè gli assoli del brano!).
A svegliare la sala dall’ipnosi ci ha pensato While My Guitar Gently Wheeps di Harrison, e Steve senza alcuno sforzo ha portato la folla a cantare tutta insieme il ritornello “sempreverde” di questo classico. L’influenza decisiva di Jimi Hendrix sulla formazione di Lukather come artista non l’ha certo nascosta Tears Of My Own Shame, che come previsto è sfociata fluida nella Little Wing di Hendrix. Anche qui Luke ha mostrato, con la sua retorica chitarristica altamente pragmatica, che per lui, come artista, non esistono limiti artistici. Una nuova fascinazione intessuta di sfumature sonore raffinatissime, la magia della teoria a sei corde, di cui è capace solo questo artista unico. Fascinazione per la fascinazione.
Steve ha chiuso il concerto di due ore con due nuovi brani compatti, Can’t Look Back e, nel bis, Flash In The Pan, che al primo ascolto hanno ritornelli già bell’e accesi e hanno spinto di nuovo i presenti in sala ad alzare ancora un po’ il volume del rumore di ritorno.
Stavolta non c’è stato nessun classico dei Toto, ma in compenso ci siamo beccati un concerto particolare, dove l’elemento “jam” ha avuto la meglio sui brani cantati. Una cosa che con gli anni e la maturità fa sempre più bene alla raffinatezza di Lukather e alla sua intelligentissima flessibilità nell’usare il ricco arsenale di un vero scrigno di sapere e di talenti creativi sfrenati, che questo mago porta e possiede nel sangue. Concentrarsi sui pezzi strumentali protegge anche con cura il lato fragile dell’interpretazione vocale, tipico di Lukather negli ultimi anni. Lo ha confermato anche l’esecuzione di While My Guitar Gently Wheeps, dove Steve ha lasciato una parte delle linee vocali alla bassista Renee Jones, che con la sua voce vellutata ci ha accarezzato piacevolmente le orecchie.
La magia di due ore e la serenata con Steve Lukather hanno di nuovo entusiasmato e incantato tutti i veri buongustai della musica, quelli che concedono all’anima e al corpo solo opere musicali selezionate di interpreti straordinari, contraddistinti da una combinazione unica di perfezione sonora ed esecutiva scolpita su misura. Steve Lukather ha dimostrato ancora una volta, con leggerezza piumata, di restare saldamente nella cerchia ristrettissima dei migliori chitarristi che al momento girano nel nostro sistema solare. Ogni suo concerto è un’esperienza di cui non ti stanchi mai di guardare, figuriamoci di ascoltare, ed ecco perché eventi come questo invitano, in modo del tutto naturale, a tornare ancora e ancora. Speriamo di non dover aspettare troppo per una nuova occasione così.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. Darkness In My World 2. Hero With Thousand Eyes 3. Extinction Blues 4. Stab in the Back 5. Watching The World 6. Butterfly 7. Band jam 8. Song for Jeff 9. Don’t Say It’s Over 10. Tumescent 11. Eric Valentine drum solo 12. Party In Simon’s Pants 13. While my Guitar Gently Weeps 14. Tears Of My Own Shame 15. Little Wing 16. Can’t Look Back —bis I.— 17. Flash In The Pan
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