Pieces of Eight
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Styx
Etichetta: A&M Records / Interscope
Uscita: 1978
Durata: 42:18
Voto: 5/5
»Pieces of Eight« è stato, dopo il capolavoro »The Grand Illusion« (1977), un altro grande trionfo creativo e commerciale per i giganti dell’arena rock americano Styx, che a fine anni Settanta dettavano legge nelle classifiche di popolarità come se niente fosse e riempivano gli stadi da una costa all’altra degli USA, mentre il trionfo della loro musica si faceva sentire forte anche al di là dell’Atlantico. Gli Styx erano riusciti a perfezionare una ricetta sofisticatissima: grazie a una produzione di altissimo livello, croccante e setosa allo stesso tempo, accontentavano sia la vecchia base di fan, ancora fedele al prog rock tecnicamente impeccabile, sia gli amanti del pomp da arena rock e dei grandi inni con armonie vocali drammatiche. »Pieces of Eight«, come il suo predecessore a cui lo legava un ‘mini’ concept affine, ha raggiunto il multiplatino. Questo lusinghiero trend sarebbe proseguito anche con i due lavori in studio successivi.
In fondo non è un concept album, ma la maggior parte dei pezzi ruota a livello tematico attorno al significato di ‘seguire i propri sogni invece di rincorrere il guadagno materiale’, come testimonia bene anche la copertina curiosa e insolita, con tre attempate signore americane che portano orecchini kitsch, probabilmente »made in »China«, a forma di statue dell’Isola di Pasqua/Rapa Nui. Curiosamente, tutti e tre i grandi successi, cioè i brani più conosciuti di »Pieces of Eight«, ovvero »Sing For the Day«, »Blue Collar Man (Long Nights)« e »Renegade«, sono nati sotto la regia del chitarrista e cantante Tommy Shaw, che a quel punto, al fianco del tastierista/cantante Dennis DeYoung, leader non ufficiale della band, si era ormai sistemato comodamente nel ruolo di voce principale degli Styx. Shaw, in coppia con il chitarrista e anch’egli cantante a tempo perso James Young, formava poi uno dei migliori duetti di chitarre di tutti i tempi. Grazie a loro »Pieces of Eight« è uno degli album più duri degli Styx in assoluto e contiene parecchi momenti hard rock arroganti e ribelli. DeYoung, dal canto suo, con i suoi imponenti arrangiamenti sinfonici alle tastiere restava il garante della finezza progressive rock e dell’arte dell’arrangiamento furba. Curioso che »Pieces of Eight« sia uno dei pochi album regolari degli Styx senza nemmeno una sua ballata introspettiva.
Non sorprende che il disco sia stipato di tanti classici degli Styx, ma anche di qualche pezzo meno chiacchierato che non ha certo meno qualità sonore da offrire. Si parte subito a tutta potenza: l’opener »Great White Hope«, che racconta di un incontro di boxe, è una composizione firmata dall’eterno hard rocker, anzi »metallaro«, James Young. Lui canta questo pezzo eccellente in modo straordinariamente sentito, con armonie vocali dinamiche, mentre sullo sfondo rotolano riff incisivi spalmati di texture di sintetizzatore dispettose. »I’m O.K.« è un esperimento un po’ strano ma comunque interessante, che fonde prog e rock melodico con un’atmosfera da festa, dove l’iniziativa vocale e da »direttore d’orchestra« la prende il tastierista DeYoung. Il ritornello sbarazzino, condito ‘alla Beatles’, sembra fatto apposta per essere urlato in coro ai concerti o a una partita, mentre il succoso assolo di sintetizzatore ARP, accompagnato da armonie di chitarra dinamiche e arrangiamenti sinfonici dal sapore sacrale, è una vera delizia per tutti i palati musicali raffinati.
Il classico »Sing For the Day«, uscito anche come singolo, è un altro brano dall’umore scanzonato che per struttura ricorda un po’ un incontro ravvicinato tra Genesis e Kansas, con arrangiamenti giocosi di chitarra acustica in primo piano. Le splendide armonie vocali di accompagnamento sono un grande sostegno all’ottima prova vocale di Shaw, mentre le texture fluide dei sintetizzatori legano bene il tutto. »The Message« è uno strumentale breve ma solido costruito sul sintetizzatore ARP, che serve soprattutto a sgranchire le dita di DeYoung e da ouverture al pezzo successivo. L’epico »Lords of the Ring«, dove il tempo lo detta la voce energica di DeYoung, è una specie di allusione satirica alla società a spese del classico fantasy di Tolkien, Il Signore degli Anelli, con arrangiamenti imponenti e armonie vocali pompose, cioè una combinazione che porta l’ascoltatore senza fatica in mondi fantastici immaginari.
L’epico hard rocker »Blue Collar Man (Long Nights)«, che parla di lavoro duro fino a notte fonda e dello sfruttamento dei colletti blu, è un altro classico amatissimo degli Styx, uscito anche come singolo, in cui Tommy Shaw si scatena ancora una volta con passione nel ruolo di cantante e autore, accompagnato da armonie vocali epiche, organo rimbombante e frasi di chitarra incisive. »Queen of Spades« si potrebbe definire anche una perla dimenticata, visto che è una delle loro cose migliori e non si è mai guadagnata lo status di evergreen. La voce epico-malinconica di DeYoung è avvolta da imponenti arrangiamenti di tastiere e strumenti acustici sullo sfondo, che fino all’inatteso passaggio alla sezione »brutale« costruiscono lentamente un’atmosfera drammatica. La sezione hard rock, sulla quale non è difficile immaginarsi la crudele regina di picche che terrorizza i suoi numerosi sudditi e amanti, è l’occasione perfetta per gli Styx di sfoggiare ancora una volta il loro straordinario senso del pomp e della teatralità, sull’onda di un ritmo galoppante, passaggi di chitarra irritati e un ritornello epico a più voci.
La raccolta di evergreen hard rock si chiude con il capolavoro »Renegade«, terzo singolo dell’album e, tra gli appassionati di rock pesante, probabilmente il brano degli Styx più noto in assoluto. Qui, oltre ai tanti attributi AOR, si sente quanto abbiano influito i grandi Queen sullo sviluppo del linguaggio compositivo degli Styx: la lenta costruzione di armonie vocali corali pompose e melodrammatiche nell’intro, seguita da un passaggio temperamentoso in un motivo hard rock incisivo, dove il testimone di voce principale passa di nuovo a uno Shaw dall’umore ribelle. È uno dei migliori evergreen hard rock di tutti i tempi, che smentisce sempre chi osa sostenere che gli Styx fossero sempre troppo allegri e »setosi« per stare in prima fila tra i ‘pionieri dell’hard’n’heavy’.
La title track, comandata dalla voce energica di DeYoung, è un’altra classica senza tempo che è la vera incarnazione di tutte le qualità principali degli Styx: costruzione graduale della tensione, tessitura di arrangiamenti sinfonici maestosi, un campionario fenomenale di armonie vocali drammatiche, armonie di chitarra dinamicamente coordinate e un ritornello epico-pomposo che si impenna e suona come un inno antico prima di partire in battaglia contro un esercito di demoni. Lo strumentale ambient conclusivo »Aku-Aku« (il titolo si riferisce a un controverso libro sull’Isola di Pasqua intitolato »Aku-Aku, Il segreto dell’Isola di Pasqua«), dopo tutto quel pomp e quel dramma, mostra all’improvviso gli Styx in una luce spiccatamente sentimentale e, con deliziosi arrangiamenti di pianoforte e chitarra acustica, culla piano piano l’ascoltatore in un’atmosfera piacevole e serena.
Con »Pieces of Eight« gli Styx erano all’apice creativo della carriera e si godevano meritatamente lo status di band arena rock americana più esaltante. Insieme a »The Grand Illusion« è l’album ‘definitivo’ del loro percorso, un documento praticamente impeccabile dell’età d’oro dell’arena rock per superiorità compositiva, forza lirica dei singoli arrangiamenti e qualità delle melodie costruite alla perfezione.
Formazione
Dennis DeYoung – tastiere, voce
Tommy Shaw – chitarra, voce
James Young – chitarra, voce
Chuck Panozzo – basso, cori
John Panozzo – batteria
Produzione
Styx
Tracklist
1. Great White Hope
2. I’m O.K.
3. Sing for the Day
4. The Message
5. Lords of the Ring
6. Blue Collar Man (Long Nights)
7. Queen of Spades
8. Renegade
9. Pieces of Eight
10. Aku-Aku