Master of Reality
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Black Sabbath
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1971
Durata: 34:29
Voto: 4.5/5
I leggendari patriarchi dell’heavy metal, in particolare delle sue forme ambientali ‘doom & gloom’, con il terzo album in studio »Master of Reality« hanno raggiunto una nuova fase: sfumature sonore ancora più oscure e testi occultisti sempre più profondi, per i quali tanti media dell’epoca li associavano al satanismo, cosa che i membri della band hanno sempre negato con decisione. Prima di registrare questo disco, il virtuoso della chitarra Tony Iommi, che anni prima si era rovinato le dita lavorando in fabbrica, decise per stare più comodo a suonare di accordare la chitarra un gradino più in basso, e questo ebbe un’influenza decisiva sul look sonoro più cupo di »Master of Reality« rispetto ai due predecessori.
Il consumo sempre più massiccio di sostanze inebrianti ha giocato, volente o nolente, un ruolo importante nel processo artistico dietro la nascita di »Master of Reality«. Il suo titolo ambiguo, apocalittico-psichedelico, e la cupa copertina con le lettere stilizzate sono in perfetta sintonia con l’anima ambientale fatalista e tetra di questa impresa hard rock per molti versi pionieristica. In quel periodo i membri della band erano addirittura così ‘fusi’ che hanno dedicato alla marijuana il classico d’apertura »Sweet Leaf«, che insieme a »Children of the Grave« è lo standard dei Sabbath più celebre di »Master of Reality«. A quel punto della carriera non avevano ancora scoperto le droghe pesanti, cocaina in testa, e nemmeno la fama aveva iniziato a premere con tutto il suo peso, così le idee nuove piovevano una dopo l’altra senza sforzo. Nel mix hanno perfino lasciato di proposito un colpo di tosse dissonante, che fa da intro a questa celebre ode allo sballo e prototipo del doom metal. L’intransigente riff ruggente di Iommi è adagiato su un ritmo lento e rotolante, mentre la voce di Ozzy, metà in estasi e metà in shock da astinenza, in mezzo a un’atmosfera di rovina celebra con parecchia ingenuità l’erba ‘liberatrice’.
Il bassista di educazione cattolica Geezer Butler nei testi, oltre a glorificare le droghe leggere e a lanciare avvertimenti pacifisti sulle storture del cosiddetto mondo sviluppato, all’epoca giurava ancora volentieri sull’occultismo, cosa che si sente soprattutto in »After Forever«. Il suo messaggio è intriso dell’eterna domanda sulla vita dopo la morte: dall’altra parte siede davvero un coro di angeli su troni dorati, con un vecchio dalla lunga barba bianca in testa, mentre di sotto se la spassa una banda di cornuti guidata dalla sua infernale falsità? Oppure dopo la morte ci aspetta l’incontro con i nostri cari, o solo il vuoto totale e la fine definitiva della coscienza? Il testo, ovviamente, trovò tutto fuorché l’approvazione dei moralisti dell’epoca, soprattutto per il verso sul papa in fondo alla corda, e rafforzò ancora di più il mito dei Black Sabbath come famigerati satanisti. Sul piano musicale è un’altra creazione pionieristica, con un’offerta innovativa di fraseggi chitarristici incisivi di Iommi che dettano i cambi di tempo, diretti dalle rullate decise di Ward, mentre le linee di basso melodiche di Geezer gli tengono compagnia. Il carismatico Ozzy è ancora una volta nel suo ruolo vocale tipico, ormai quasi stereotipato, di eterno cattivo e tentatore, anche se è molto più facile scambiarlo per il Benny Hill dell’heavy metal che per un Mefistofele.
»Embryo«, incoronato da un arrangiamento chitarristico barocco, è il primo dei due brevi strumentali del disco e fa da breve introduzione al celebre evergreen hard rock »Children of the Grave«, il pezzo più noto e dirompente di »Master of Reality«, diventato famoso soprattutto per la sua atmosfera da brividi. Il testo è uno dei migliori della loro carriera, perché il messaggio è attuale più che mai. Ozzy canta infatti della gioventù, una generazione perduta che è già morta senza nemmeno rendersene conto, a cui una comunità di vecchi corrotti, con in testa politici e clero che in combutta guidano il mondo come un’enorme corporation, ha rubato il futuro condannandola a una tomba precoce. I fraseggi chitarristici pieni di Iommi fendono l’aria senza compromessi, accompagnati da linee di basso tintinnanti e da passaggi di batteria devastanti e spietati. La natura brutale e marcatamente cupa ha lanciato questo standard, fin dall’uscita, tra i più grandi classici metal di tutti i tempi. »Orchid«, il successivo strumentale, sfoggia una bella melodia di chitarra acustica ed è stato, all’uscita, una delle prime prove che nel leggendario quartetto di Birmingham si nascondeva anche un bel po’ di potenziale per la sottigliezza.
Il devastante »Lord of This World« è un altro parto occultista ma anche pacifista di Geezer, con Lucifero nel ruolo di protagonista, solo che sul banco degli imputati, al posto del mitologico signore dell’inferno, siede l’umanità, che con le sue azioni ripugnanti ha incoronato il male. Inutile indovinare: fu un altro standard dei Sabbath che all’uscita fece andare su tutte le furie i sedicenti guardiani della morale pubblica. Qui torna a regnare un’atmosfera marcatamente cupa, con tempo lento e rotolante e fraseggi chitarristici incisivi, mentre a dare vivacità improvvisa ci pensano i passaggi di batteria dinamici, le percussioni brillanti, le linee di basso melodiche e anche brevi assoli di chitarra. Ozzy suona cattivo e inferocito per quanto gli è possibile, e spinge ancora più in là l’atmosfera fatalista.
»Solitude« è forse l’esperimento più insolito di »Master of Reality«: una dolce ballata d’amore con una piacevole melodia acustica e un testo confessionale. Il timbro atipicamente etereo e morbido di Ozzy è qui talmente cambiato che molti seguaci di questo leggendario collettivo di Birmingham si sono chiesti a lungo se al microfono, per caso, non fosse saltato su al posto suo il batterista Bill Ward, che cinque anni dopo si sarebbe fatto valere alla grande nella ballata »It’s All Right«. Questa splendida ballata, incoronata dagli arrangiamenti pastorali di Iommi su chitarra acustica, pianoforte e flauto, l’ha però cantata stavolta un Ozzy a malapena riconoscibile, dimostrando che con un po’ di esercizio anche sul piano tecnico poteva migliorare come cantante. Anche se »Solitude« non viene citata spesso quando si elencano i traguardi più celebri dei Sabbath, ha fissato numerosi standard per le successive ballate heavy metal.
La conclusiva classica ‘doom & gloom’ »Into the Void«, piuttosto complessa e ritmicamente ricca di svolte, parla della corsa allo spazio della guerra fredda, che all’epoca andava ancora avanti tra le due superpotenze, e allo stesso tempo, in modo rivoluzionario per quei tempi, richiama l’attenzione anche sui problemi ecologici di un inquinamento sempre più forte: un’ulteriore prova dell’ampiezza intellettuale che spesso si nascondeva nei testi dei Sabbath. Fasi di chitarra spietate tagliano ritmi spezzati e rotolanti e creano un’atmosfera di apatia cupa totale, nata come conseguenza del primitivismo dei sedicenti leader mondiali e dei loro programmi spaziali, che purtroppo servivano innanzitutto sempre a scopi politici di misurazione reciproca e di muscoli gonfiati, mentre il mondo va lentamente ‘in malora’. Senza un pizzico di occultismo in mezzo al messaggio pacifista centrale ovviamente non si poteva, e così anche stavolta è stato chiamato in causa il signore dell’inferno da fiaba. L’interpretazione vocale melodrammatica di Ozzy è davvero eccellente sul piano dell’atmosfera e si sposa alla perfezione con le brutali finezze chitarristiche di Iommi e con le stampede di batteria di Ward, attraverso cui sono intessute con arte le linee di basso grooveggianti di Geezer. I cambi di tempo improvvisi sono calibrati molto bene, mentre il breve assolo di chitarra finale e il crescendo del motivo centrale portano questo evergreen dei Sabbath a una conclusione improvvisa.
»Master of Reality« è ancora oggi uno degli album hard rock più influenti di sempre: ha avuto un ruolo enorme nello sviluppo della scena heavy metal, soprattutto dei sottogeneri doom metal e stoner rock/metal, e con la sua anima cupa e ambientale ha contribuito a consolidare il mito popolare dei Black Sabbath come adoratori del cornuto da fiaba. Proprio quella buffa ma popolare etichetta mediatica, che i membri della band non hanno mai voluto portarsi addosso, insieme alla maturazione artistica nel comporre standard sempre più complessi, ha fatto sì che in appena qualche anno, partendo dai loro umili esordi blues, si imponessero come il collettivo heavy metal più importante degli anni Settanta.
Formazione
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra, sintetizzatore in “After Forever”, flauto e pianoforte in “Solitude”
Geezer Butler – basso
Bill Ward – batteria
Produzione
Rodger Bain
Tracklist
1. Sweet Leaf
2. After Forever
3. Embryo
4. Children Of The Grave
5. Orchid
6. Lord Of This World
7. Solitude
8. Into The Void