Black Sabbath: Master Of Reality
Etichetta: Vertigo Records
Data di uscita: 21.07.1971
Produzione: Rodger Bain
Durata dell’album: 34.29 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.5 / 10
I leggendari patriarchi del metal, in particolare della sua anima ‘doom & gloom’, con il terzo album in studio «Master of Reality» hanno raggiunto una nuova fase nell’allargare le sfumature sonore più cupe e nello spingere a fondo i testi occultisti, a causa dei quali parecchi media dell’epoca li associavano al satanismo, cosa che i membri della band, però, hanno sempre negato con decisione. Prima di registrare questo disco, il virtuoso della chitarra Tony Iommi, che anni prima si era ferito le dita lavorando in fabbrica, per suonare con meno fatica decise di accordare la chitarra più in basso, e questo ebbe un peso decisivo sul volto sonoro più oscuro di «Master of Reality» rispetto ai due predecessori.
Il consumo sempre più massiccio di sostanze, volente o nolente, ha avuto la sua parte nel processo artistico che ha portato a «Master of Reality», il cui titolo ambiguo, apocalittico-psichedelico, e la copertina scura con le lettere stilizzate sono in perfetta sintonia con la natura fatalista e lugubre di questo traguardo hard rock, per molti versi pionieristico. In quel periodo i membri della band erano addirittura così ‘fusi’ da dedicare alla marijuana il pezzo d’apertura «Sweet Leaf», che insieme a «Children of the Grave» è il classico dei Sabbath più celebre di «Master of Reality». In questa fase della carriera non avevano ancora scoperto le droghe pesanti, cocaina in testa, e nemmeno la fama aveva iniziato a premere con tutta la sua forza, così le idee nuove piovevano una dopo l’altra senza fatica. Nel mix hanno perfino lasciato di proposito un colpo di tosse dissonante, che fa da introduzione a questa celebre ode all’ebbrezza e prototipo del doom metal. Il riff di chitarra di Iommi, senza compromessi e ruggente, è steso sopra un ritmo lento e rotolante, mentre la voce di Ozzy, metà in estasi e metà in crisi d’astinenza, in mezzo a un clima da fine del mondo celebra con una certa ingenuità l’erba «liberatrice».
Il bassista Geezer Butler, cresciuto in una famiglia cattolica, nei testi, oltre a celebrare le droghe leggere e a lanciare avvertimenti pacifisti sulle derive del cosiddetto mondo sviluppato, all’epoca giurava ancora soprattutto sull’occultismo, e questo si sente in particolare in «After Forever», il cui messaggio è intriso dell’eterna domanda sulla vita dopo la morte: dall’altra parte c’è davvero un coro di angeli su troni d’oro, con un vecchio dalla lunga barba bianca a capo, mentre di sotto la ciurma di diavoli cornuti, con la sua menzogna infernale in testa, si diverte? Oppure dopo la morte ci aspetta l’incontro con i nostri cari, o soltanto il vuoto totale con la fine definitiva della coscienza? Il testo, ovviamente, ha trovato tutt’altro che l’approvazione dei guardiani delle anime di allora, soprattutto per via del verso sul papa in fondo alla corda, e ha rafforzato ancora di più il mito dei Black Sabbath come famigerati satanisti. Dal punto di vista musicale è un’altra creazione pionieristica, con una proposta innovativa di frasi di chitarra incisive di Iommi, che dettano i cambi di tempo a metà brano sotto la regia delle decise rullate di Ward, mentre le linee di basso melodiche di Geezer gli fanno compagnia. Il carismatico Ozzy è di nuovo nel suo ruolo vocale tipico, ormai quasi stereotipato, del cattivo e tentatore eterno, anche se è molto più facile dargli del Benny Hill dell’heavy metal che del Mefistofele.
«Embryo», coronato da un arrangiamento di chitarra barocco, è il primo dei due brevi strumentali del disco e fa da breve introduzione al celebre evergreen hard rock «Children of the Grave», il pezzo più noto e più incisivo di «Master of Reality», diventato famoso soprattutto per la sua atmosfera da brividi. Il testo è uno dei migliori della loro carriera, perché il messaggio è attuale più che mai. Ozzy canta infatti dei giovani, una generazione perduta che è già morta senza nemmeno rendersene conto, a cui una comunità di vecchi corrotti, con politici e clero in testa, che insieme governano il mondo come una gigantesca corporation, ha rubato il futuro condannandola a una tomba precoce. Le frasi di chitarra piene e corpose di Iommi fendono l’aria senza alcun compromesso, accompagnate da linee di basso tintinnanti e da passaggi di batteria devastanti e spietati. La natura brutale e marcatamente cupa di questo pezzo l’ha sparato, già all’uscita, tra i più grandi classici del metal di tutti i tempi. «Orchid», il successivo strumentale, vanta una bella melodia alla chitarra acustica e al momento dell’uscita fu una delle prime prove che nel leggendario quartetto di Birmingham si nascondeva anche un bel po’ di potenziale per la sottigliezza.
Lo schiacciasassi senza compromessi «Lord of This World» è un’altra creazione occultista, ma anche pacifista, di Geezer, con Lucifero nel ruolo principale, solo che sul banco degli imputati, al posto del signore mitologico dell’inferno, siede l’umanità, che con le sue azioni schifose ha messo il male sul trono. Inutile chiedersi se fosse un altro standard dei Sabbath capace, all’uscita, di far andare su tutte le furie i sedicenti custodi della pubblica morale. Qui domina di nuovo un’atmosfera marcatamente cupa, con un tempo lento e rotolante e frasi di chitarra incisive, mentre a dare una scossa improvvisa ci pensano i passaggi dinamici della batteria, le percussioni vivaci, le linee di basso melodiche e anche qualche breve assolo di chitarra. Ozzy suona cattivo e incavolato quanto gli è possibile, e così alza ancora di più il tasso di fatalismo.
«Solitude» è forse addirittura l’esperimento più strano di «Master of Reality»: una dolce ballata d’amore con una piacevole melodia acustica e un testo molto personale. La voce di Ozzy, atipicamente eterea e morbida, qui è così trasformata che parecchi fan di questo leggendario collettivo di Birmingham si sono chiesti a lungo se per caso al microfono non fosse saltato su il batterista Bill Ward, che cinque anni dopo si sarebbe messo in bella mostra con la ballata «It’s All Right». Questa splendida ballata, coronata dagli arrangiamenti pastorali di Iommi alla chitarra acustica, al pianoforte e al flauto, l’ha cantata comunque un Ozzy appena riconoscibile, che dimostra che con un po’ di allenamento anche tecnicamente come cantante avrebbe potuto crescere. Anche se «Solitude» non si cita spesso quando si elencano i traguardi più famosi dei Sabbath, ha fissato parecchi standard per le ballate heavy metal venute dopo.
«Into the Void», classico ‘doom & gloom’ di chiusura, abbastanza complesso e ricco di variazioni ritmiche, parla della corsa allo spazio da guerra fredda che in quegli anni andava ancora avanti tra le due superpotenze, e allo stesso tempo, in modo rivoluzionario per l’epoca, mette in guardia anche dai problemi ecologici di un inquinamento sempre più pesante: l’ennesima prova dell’ampiezza intellettuale che spesso si nascondeva nei testi dei Sabbath. Fraseggi di chitarra spietati tagliano a fette ritmi frantumati e rotolanti e creano un clima di apatia cupissima, nata come conseguenza del primitivismo dei sedicenti leader mondiali e dei loro programmi spaziali, che purtroppo servivano prima di tutto a scopi politici, per misurarsi a vicenda e gonfiare i muscoli, mentre il mondo va lentamente ‘a rotoli’. Senza un pizzico di occultismo in mezzo al messaggio pacifista di fondo non si poteva proprio, e così anche stavolta è comparso il signore dell’inferno delle favole. L’interpretazione vocale melodrammatica di Ozzy è davvero eccellente sul piano dell’atmosfera e si sposa alla perfezione con le raffinatezze di chitarra brutali di Iommi e con le stampede di batteria di Ward, attraverso cui sono intessute con arte le linee di basso piene di groove di Geezer. I cambi di tempo improvvisi sono azzeccatissimi, mentre un breve assolo di chitarra in chiusura e il crescendo del motivo centrale portano questo evergreen dei Sabbath a una fine repentina.
«Master of Reality» è ancora oggi uno degli album hard rock più influenti di sempre: ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della scena heavy metal, soprattutto dei sottogeneri doom metal e stoner rock/metal, e con la sua natura cupa e ambientale ha pure contribuito a consolidare il mito popolare dei Black Sabbath come adoratori del diavolo delle favole. Proprio questa etichetta mediatica, buffa ma popolare, che i membri della band non hanno mai voluto portarsi addosso, insieme alla maturazione artistica nel comporre standard sempre più complessi, ha aiutato la band a imporsi, in appena qualche anno dai suoi umili inizi blues, come il collettivo heavy metal più importante degli anni Settanta.
autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Sweet Leaf
2. After Forever
3. Embryo
4. Children Of The Grave
5. Orchid
6. Lord Of This World
7. Solitude
8. Into The Void
Formazione:
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra, sintetizzatore su “After Forever”, flauto e pianoforte su “Solitude”
Geezer Butler – basso
Bill Ward – batteria
