Rock Otočec 2012 – Un bagno di fango a ritmo di rock’n’roll!

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Luogo: Otočec / Slovenia
Data: 27.06.2012 – 01.07.2012


L’anno ha fatto il suo giro, è arrivato l’inizio dell’estate e con lui la tradizionale festa rock di più giorni, il Rock Otočec. Se negli ultimi anni i festival rock, grandi e piccoli (Švic, Klumpanje, Shengenfest, Gora Rocka…), spuntano come funghi dopo la pioggia, il Rock Otočec è uno dei pochi festival simili da noi che può puntare a buon diritto sulla propria continuità e sulla propria tradizione, grazie alle quali in tutti questi anni si è già costruito tra i giovani la fama di festone da weekend garantito. Oltre al programma musicale, il Rock Otočec offre ai suoi visitatori un ricco programma collaterale fatto di laboratori, impro league e serate stand up, bagni di fango, tuffi nel fiume Krka… per questo, nonostante le critiche rumorose e malevole, Otočec resta senza dubbio ai vertici dei festival rock più piacevoli sul versante soleggiato delle Alpi.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa dà (giustamente) tanto fastidio alle malelingue? La maggior parte degli organizzatori di festival rock di questo tipo, Otočec compreso, punta da secoli sempre sullo stesso giro di quindici o venti artisti sloveni e dell’ex Jugoslavia, per poi vendere quel programma musicale come la cosa più folle mai vista finora nella galassia. All’estero non è così. Già nella vicina Croazia, che sta messa economicamente anche peggio di noi, negli ultimi anni è nato un bel numero di festival che nutrono il pubblico con vere star di calibro mondiale, mentre nella nostra amata Slovenia gli organizzatori continuano a gareggiare per chi è il gallo del pollaio, invece di mettersi al passo coi tempi e salire sul treno europeo.

Il Rock Otočec vanta una location splendida. Si svolge a due passi dal castello medievale di Otočec, e la bellissima cornice delle rapide della Krka e l’habitat acquatico che appartiene al fiume sono già invitanti di per sé, così il buonumore, appena arrivi al festival, non manca mai.

Quest’anno, per migliorare l’offerta, gli organizzatori del Rock Otočec hanno allungato l’evento a cinque giorni, ma a giudicare dalle presenze del primo giorno, mercoledì, si è rivelata una mossa audace. Nonostante la presentazione promozionale allettante del progetto Človek z bombami, nato in collaborazione con Maribor, capitale europea della cultura, la serata di mercoledì è stata semivuota; per impegni di lavoro ho saltato anch’io.

È arrivato giovedì e con lui più gente da tutta la Slovenia, anche se l’area del festival, rispetto a tre o quattro anni fa, sembrava ancora mezza vuota. Il programma sul main stage è stato aperto alle sei e mezza di sera dai rocker di Mozirje Up N’ Downs, a seguire i funker stiriani Soundtopia, prima che il palco passasse alla formazione garage rock di Lubiana Dandelion Children. Nonostante le capriole iniziali sul palco del frontman Jure, inciampato in uno dei cavi, la band si è dimostrata un collettivo artisticamente maturo e dal sound tutto suo, mentre Jure e Anže hanno dato al concerto dimensioni in più scambiandosi di continuo chitarra e basso. Anche se lo spazio sotto il palco era quasi vuoto, già i primi tre gruppi hanno presentato con successo ciascuno la propria visione del rock’n’roll. Sono saliti poi i Manouche, che cercano di riproporre le direttrici musicali retro in chiave moderna, ma senza un autentico suono organico faticano a conquistare il pubblico di riferimento. L’inseguimento delle tendenze musicali del momento è proseguito con gli svedesi Movits!, che a modo loro mescolano generi diversi e vogliono piacere al più ampio spettro possibile di ascoltatori. Johan Rensfeldt ha arricchito i ritmi saltellanti dello swing con inserti hip hop, ma la cosa più interessante è stata soprattutto la loro base musicale fuori dal comune, retta per lo più solo da sassofono e tastiere. Dopo di loro sono tornati sul palco del Rock Otočec gli Hladno Pivo, campioni croati del punk e probabilmente la più grande rock band dell’area dell’ex Jugoslavia ad aver raggiunto la gloria dopo la sua dissoluzione. Nonostante un concerto solido, guidato dai classici Pjevajte nešto ljubavno, Ne volim te e Nije sve tako sivo, lo ammetto: i croati li avevo già visti in forma migliore. Alle mezzanotte e mezza è arrivato il momento dei padroni di casa del festival, il collettivo americano di otto elementi Gogol Bordello. La formazione numerosa, guidata dal teatrale frontman Eugene Hütz, si è rivelata una fonte inesauribile di energia, e le sue buffonate sul palco si sono sposate bene con il punk gitano saltellante, che è riuscito, primo della serata, a scuotere un pubblico fin troppo assonnato.

Venerdì ci siamo svegliati in una mattina bollente, e per ingannare l’attesa della musica serale ci siamo spaparanzati sul piccolo palco sull’isolotto del fiume Krka, collegato all’area del festival da due ponti. Ginnastica mattutina, stand up, giochi a premi e improleptika ci hanno portato nel pomeriggio fino al concerto del gruppo Džem e poi dei rocker di Krško Momento. Più gente dei predecessori l’hanno richiamata sotto il palco i saltellanti rockabilly Eightbomb, prima che toccasse ai promettenti rocker locali Crossfire, nello stile del rock malinconico tipico della Bassa Carniola. Kultur Shock, vecchie conoscenze dei palchi sloveni, hanno proseguito sulla scia stilistica del suono dei Gogol Bordello, solo con più elementi di musica etnica da ogni angolo del mondo. Come ha detto durante il concerto il frontman Srđan Jevđević, la loro musica è infatti un mix estremo della musica di tutti i popoli. Il successivo ospite straniero del festival sono stati i New Young Pony Club con il loro mix elettronico di new wave e post punk, ma vista la pubblicità martellante ci aspettavamo comunque di più. Il ruolo di headliner della serata è toccato ai ragazzi di Rogaška Slatina Mi2, una costante del rock sloveno dell’ultimo decennio. I Mi2 si distinguono per un’affiatamento eccezionale e per le doti di animatore del frontman Tone Kregar, che sulle ali dei loro melodici successi radiofonici come Sv. Margareta, Pa si šla e Toplice ha tirato fuori senza fatica dalla folla sotto il palco una dose colma di energia cinetica. A chiudere in assoluto, come già nel 2005 dopo i Siddharta, sono stati gli Orleki, che hanno brindato con Vinska trta, buttato un occhio su Tri doline, scalato Kum e riproposto con successo anche dal vivo gli arrangiamenti dei loro più grandi successi, che dall’uscita recente dell’album »Repete« vivono in una versione stilisticamente più ricca.

Sabato il mercurio nei termometri è salito ancora di un gradino o due, tanto che a Otočec durante il giorno si dice si siano toccati i 36 gradi. Chi si rinfrescava nella Krka, chi nel fango, chi si teneva ai metodi di raffreddamento più tradizionali: la birra. Il programma quantitativamente più ricco del festival è stato aperto alle cinque e mezza dai vincitori della selezione croata per esibirsi a Otočec, Pištolj na gumene metke, seguiti dai D8 Dimension, mentre una delle sorprese più piacevoli del festival l’hanno regalata gli El Kachon, arrivati al concerto anche loro passando per la cruna dell’ago delle selezioni. Gli El Kachon puntano su una confessione rock classica di pura romantica del blues e su un tappeto sonoro di hammond, quindi, se continueranno a sgobbare duro, in futuro sentiremo ancora parlare di loro. Un vero assalto di aggressività punk si chiamava Deafness By Noise, prima che gli italiani Passogigante intrattenessero, con il loro linguaggio ska dai contenuti vuoti, le teste già un po’ alticce della sera. Una nuova piacevole carezza per le orecchie delle vecchie anime rock è arrivata con Danilo Kocjančič e amici, che in un’odissea di mezz’ora hanno ripercorso gli hit di Danilo ormai entrati nel repertorio popolare: Tina ne verjame, Anita ni nikoli, Poišči me; un ringraziamento speciale per i meriti gli è stato rivolto anche dal ministro della cultura e dell’istruzione Žiga Türk. Anche se con evidente mancanza di prove, questi vecchietti sfacciatamente stonati hanno rappresentato una variazione interessante in un programma musicale per lo più tagliato su misura per un pubblico giovane. L’area, come previsto, si è riempita di nuovo durante il concerto dei corsari stiriani di ispirazione celtica Happy Ol’WcWeasel. Il punk festaiolo con spruzzate di folk irlandese e ritmo di polka è stato, secondo i giovani, uno degli highlight del festival, mentre per un tocco più profondo di nota musicale ha pensato Vlado Kreslin con i Mali Bogovi. Il cantautore del Prekmurje ha suonato in modalità routine le sue canzoni nostalgiche sulla terra amata, con l’album »Cesta« ancora ben radicato nel repertorio, trovando di nuovo un’accoglienza calorosa che ha fatto capire che è di casa in tutta la Slovenia. È seguito un salto nel cuore di Belgrado con Bajaga i Instruktori, una delle band pop-rock più popolari dell’intera regione negli ultimi decenni. Il suo concerto ha avvicinato al palco i visitatori un po’ più grandi d’età, e Bajaga si è presentato con una combinazione gradevole di vecchi successi e brani freschissimi dall’album »Daljina, dim i prašina«. Il main stage del festival è stato chiuso, con un lungo set, dal musicista elettronico macedone Kiril Džajkovski: a prima vista una scelta stilisticamente insolita per un festival rock, ma i sorrisi stampati sulle facce dei presenti hanno dimostrato che non era poi così sbagliata.

La parte musicale dei cinque giorni di Otočec si è così conclusa: il festival, tra musica e programma di intrattenimento collaterale, ha accontentato per lo più un pubblico di bocca buona, ma fa pensare il fatto che il numero dei visitatori ristagni di anno in anno. Sul perché sia così, i responsabili dovranno trovare in fretta una risposta, perché un calo di visitatori porterà a lungo andare all’impossibilità di pagare tutti i conti che in un progetto organizzativamente tanto impegnativo come il Rock Otočec di sicuro non sono pochi.

Il primo punto su cui rinfrescare le cose è probabilmente la selezione dei nomi musicali: se oggi i festival sloveni sono già due passi dietro quelli stranieri, forse proprio il Rock Otočec ha la responsabilità di fare in futuro un passo avanti e avvicinarsi almeno alle offerte che riescono a mettere insieme i promoter dei paesi vicini. Certo, non c’è niente di male nella pletora di giovani band non ancora affermate, che di solito si guadagnano un posto a Otočec con le mani callose; sembra piuttosto che manchi un po’ di innovazione nella scelta dei nomi di media e grande grandezza. Bisogna infatti accontentare tutti i gusti, vecchi e giovani, goliardici e più seri.. Comunque sia, a progetto 2012 concluso con successo non mi resta che scrivere: in bocca al lupo per l’organizzazione del Rock Otočec 2013!

autore: Urban Bolta
foto: Oliver Rušković / archivio Rock Otočec 2012


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