Black Sabbath: Paranoid
Etichetta: Vertigo Records
Data di uscita: 18.09.1970
Produzione: Rodger Bain
Durata dell’album: 42.07 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10 / 10
I Black Sabbath, leggendari pionieri dell’heavy metal da Birmingham, in un tempo relativamente breve dalla formazione e dai primi passi ancora tinti di blues si sono guadagnati lo status di culto di innovatori della musica. Il loro debutto, cupo e ambientale, intriso di testi occultisti, uno dei primi segnali di un nuovo sottogenere rock, caratterizzato dal suono rumoroso e unico della chitarra elettrica uscita dalle dita di Tony Iommi, maestro delle trovate innovative, dalle linee di basso melodiche di Terry ‘Geezer’ Butler, dalla tecnica batteristica massiccia e dinamica di Bill Ward, da un’atmosfera cupa a tutto tondo e da testi tutt’altro che idealisti, interpretati dal cantante Ozzy Osbourne, tecnicamente limitato ma sotto ogni altro aspetto carismatico in modo straordinario, aveva già messo in chiaro che si trattava di una delle formazioni più talentuose in circolazione, costruita con un calibro tutto particolare. Si potrebbe dire che il quartetto di culto, con le sue visioni oscure e i suoi ‘sbandamenti’ occultisti, sia stato uno dei primi messaggeri musicali dello spirito di una nuova era, cioè degli anni Settanta, percettibilmente più cupi e segnati dall’inflazione rispetto ai Sessanta, in generale idealisti e quasi ingenuamente sereni.
«Paranoid», il loro secondo album, in origine doveva chiamarsi «War Pigs». L’ultima parola però è spettata alle ‘teste brillanti’ della Vertigo, convinte che il titolo originale potesse ferire i sentimenti dei sostenitori (leggi: dei falchi) della guerra del Vietnam, allora ancora in corso, e allo stesso tempo certe che l’album si sarebbe venduto meglio se intitolato come il celebre singolo principale. «Paranoid» è uno dei traguardi più importanti della pionieristica dell’heavy metal ed è zeppo di classici dei Sabbath che ogni metallaro doc sa recitare a memoria, soprattutto a mezzanotte. Alcuni di essi, con la title track, «War Pigs» e «Iron Man» in testa, sono i pezzi più riconoscibili dell’intera carriera della band e oggi li conoscono anche tanti ascoltatori occasionali di hard rock; nei decenni hanno avuto anche un bel mucchio di cover di ogni tipo.
Rispetto al predecessore, dove non mancava un’improvvisazione a tratti quasi pretenziosa e dove il battito blues della maggior parte dei brani era ancora ben percepibile, sul molto più duro «Paranoid» i singoli pezzi hanno ottenuto un fuoco chiaro o, come si dice, ‘capo e coda’. L”inquietante’ occultismo della maggior parte dei testi di Geezer questa volta è passato in secondo piano, lasciando spazio alla critica sociale, con il pacifismo in prima fila, e alla fantascienza, come si vede già dalla bizzarra copertina con il ‘poliziotto’, una specie di patrono paranoico in mutande, con una katana di plastica e uno scudo di cartone. La sua assurdità nasce dal semplice fatto che in quella forma era pensata per il titolo originale, cioè «War Pigs», ma le etichette si sa, sono famose per le mosse insensate.
Quasi tutti i brani dell’album, con rare eccezioni, oggi sono riconosciuti da tantissimi appassionati di hard rock come classici. Il manifesto pacifista d’apertura «War Pigs», parte centrale di una suite in due tempi insieme a «Luke’s Wall», nato come critica alla guerra del Vietnam e poi diventato uno degli standard rock contro la guerra più amati, è tra i migliori traguardi dell’intera carriera dei Sabbath. Si apre con un cupo riff di chitarra e l’ululato delle sirene militari. Ozzy declama quasi le parole accusatorie, che partono come coltellate dritte nelle pance ben nutrite delle teste coronate e nei colli, agghindati con toghe e cravatte, dell”élite’ della società. La grassa frase di chitarra di Iommi taglia senza pietà le linee di basso seghettate di Geezer, mentre i ganci turbolenti di Ward alla batteria creano un’atmosfera più intransigente che mai. Con i suoi passaggi di chitarra arguti e un assolo gastronomico nel mezzo della sezione finale, dai toni melodici, di «Luke’s Wall», Iommi si conferma ancora una volta un grande maestro dell’innovazione chitarristica. In mezzo agli USA questo evergreen senza tempo dei Sabbath dopo l’11 settembre fu addirittura vietato in radio, perché finito nella ‘lista nera’ del ministero della ‘verità’ di Bush, il che dice tutto sulla sua enorme scorrettezza politica. Curioso che questo evergreen in origine si chiamasse «Walpurgis» e avesse un testo completamente occultista su un sabba di streghe, ma hanno dovuto cambiare tutto con una tematica pacifista, perché la versione originale all’etichetta sembrava in qualche modo troppo ‘satanista’.
La title track è in assoluto il classico più famoso dei Sabbath: con la sua struttura piuttosto semplice, l’immediatezza e la melodia si è scritta in un attimo nel cuore di tutti gli amanti dell’hard rock. Il segreto del successo sta nel tempo nettamente accelerato per i canoni dei Sabbath, soprattutto grazie alle linee di basso sferraglianti, intrise di un riff di chitarra incandescente e di colpi massicci di batteria, mentre Ozzy brilla nel ruolo di un maniaco paranoico. Come spesso succede con i grandi hit e gli standard senza tempo, «Paranoid» è nato praticamente ‘all’ultimo minuto’ su richiesta dell’etichetta, che voleva un singolo rappresentativo. Lo sperimentale «Planet Caravan», quasi space rock, è il pezzo più psichedelico della loro carriera: Ozzy canta attraverso un vocoder e, con l’accompagnamento dinamico delle percussioni e gli accordi trattenuti della chitarra acustica, crea un’atmosfera ‘fatta’, vagamente futuristica. Il testo parla di un individuo qualunque che fluttua nello spazio insieme alla sua compagna o al suo compagno.
«Iron Man» è un altro classico amatissimo, segnato prima di tutto da un riff di chitarra distorto, sporco e dal suono brutale, uno dei più celebri dell’intera carriera di Iommi, che ha posto le basi per tantissimi futuri standard chitarristici del metal. Negli ultimi anni «Iron Man» sta vivendo una nuova ondata di popolarità anche tra una generazione di ascoltatori completamente nuova, grazie all’omonimo film sull’omonimo supereroe Marvel, visto che nel 2008 è stata suonata sui titoli di coda del primo capitolo. Ancora più ironico, dunque, che il testo di Geezer, di stampo fantascientifico, non abbia nulla a che fare con questo popolare eroe dei fumetti: Ozzy canta di un individuo che viaggia nel tempo e atterra in un futuro apocalittico. Sconvolto dalla rovina dell’umanità, cerca di tornare indietro nel suo tempo portando con sé l’avvertimento della catastrofe, ma durante il ritorno si scontra con un campo magnetico che lo trasforma in un uomo di metallo. Il processo lo rende anche muto, il che significa che non può avvertire nessuno della visione di un futuro oscuro. Furioso per il suo aspetto grottesco e per l’incapacità di comunicare a parole, trama contro l’umanità e, con i suoi nuovi poteri, comincia a distruggere tutto quello che ha intorno. Con l’ironia del destino finisce così per diventare lui stesso la causa principale del futuro catastrofico di cui un tempo era stato testimone.
L’agghiacciante «Electric Funeral», un altro classico ‘doom & gloom’ dei Sabbath, purosangue e uscito da un vero incubo, è per atmosfera senza dubbio il pezzo più cupo e fatalista dell’album. Il testo torna a toccare le conseguenze di una guerra nucleare totale e la desolazione di un futuro post-apocalittico, dove tra i sopravvissuti vegeta ormai solo un pugno di mutanti grotteschi. Il tempo lento con il riff di chitarra rotolante, le linee di basso ringhianti e il canto di Ozzy, malvagio fino in fondo, sono gli elementi principali di questo tetro prototipo di doom metal. La breve svolta verso ritmi accelerati sembra quasi una manovra diversiva di un debole raggio di ottimismo in mezzo al buio totale e presto si piega al trionfo completo del motivo principale fatalista. I Black Sabbath erano grandi sperimentatori musicali già agli esordi, come dimostra ancora una volta con chiarezza il distruttore distopico «Hand of Doom», un altro manifesto pacifista nello stile di «War Pigs», con i suoi numerosi cambi di tempo improvvisi e le dinamiche finezze chitarristiche blues in cui si sentono le radici di questa leggendaria band. Ozzy canta di nuovo come se fosse nel bel mezzo di uno scontro spietato con volpi rabbiose, e brilla con i suoi improvvisi sfoghi di bile, quasi collerici.
Lo strumentale «Rat Salad», tra il sinistro sferragliare delle linee di basso, è composto da un assolo di chitarra e da uno di batteria. Nella prima parte Iommi dimostra come in poco tempo si possa creare un arguto momento solista, mentre la seconda parte spetta all’inarrestabile Ward, prima che alla fine, insieme a Geezer, i due uniscano di nuovo le forze. L’evergreen conclusivo «Fairies Wear Boots», completato dalla sezione strumentale «Jack the Stripper», per ritornello e testo insolitamente ‘quotidiano’ è forse perfino il pezzo più divertente dell’intero album. Il testo racconta di un incontro ravvicinato dei membri della band con una banda di skinhead neonazisti, che stavano valutando se prendere a calci un quartetto di capelloni con le canne di marijuana in mano, ma per fortuna alla fine non ci fu nessun incidente. Questo evergreen di chiusura ha una struttura molto interessante e furba, con passaggi di tempo inaspettati e cambi di ritmo, dove non manca lo sferragliare burlone del basso, intrecciato con i passaggi di chitarra intransigenti di Iommi e con le stampede devastanti della batteria. Stavolta Ozzy è nell’interpretazione vocale decisamente beffardo e si diverte più che evidentemente con la stupidità umana, mentre lo accompagnano in perfetta sintonia una ritmica aggressiva e un riff di chitarra sporco.
«Paranoid» è sotto ogni punto di vista l’album più importante dei giganti dell’heavy rock di Birmingham e un capolavoro della forma embrionale dell’heavy metal, quello che li ha sparati definitivamente nella stratosfera dei gruppi più eccitanti della prima metà dei Settanta. Che uno dei migliori album heavy rock di tutti i tempi abbia avuto un’influenza poderosa sullo sviluppo di tutte le forme di heavy metal lo sanno ormai anche i passerotti sul tetto. Per quanto suoni incredibile, resta l’unico album dei Black Sabbath ad aver toccato le vette delle classifiche britanniche, contribuendo così a costruire il suo meritato status monumentale. Se un analfabeta totale ti fermasse e ti chiedesse da dove cominciare a esplorare l’eredità dei Black Sabbath, come risposta mettigli subito in mano «Paranoid».
di: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. War Pigs
2. Paranoid
3. Planet Caravan
4. Iron Man
5. Electric Funeral
6. Hand of Doom
7. Rat Salad
8. Fairies Wear Boots
Formazione:
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra, flauto
Geezer Butler – basso
Bill Ward – batteria, congas
