Abandon

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1998
Durata: 56:18
Voto: 3.5/5

»Abandon« è stato il sedicesimo album in studio dei leggendari padri dell’hard rock britannico Deep Purple e, allo stesso tempo, il loro ultimo lavoro in studio con il virtuoso delle tastiere e membro originale Jon Lord (1941-2012), che quattro anni dopo avrebbe deciso di ritirarsi dalla carriera di rocker per dedicarsi a progetti di impronta orchestrale. All’epoca della sua uscita, ovviamente, nessuno immaginava nemmeno lontanamente che i Deep Purple potessero andare avanti anche dopo un eventuale addio di Lord. Il titolo dell’album è un gioco di parole sfottente sulla frase »a band on«, uscito dalla testa del simpatico mattacchione Ian Gillan, che in quel periodo stava lentamente uscendo dalla dipendenza dall’alcol.

La maggior parte dei testi di »Abandon« è piena di metafore scherzose di critica sociale, mentre stavolta le ‘confessioni di un cuore ferito’ sono in minoranza, e questo è un bene. Quel tipo di ispirazione, però, non si sentiva nemmeno nella composizione dei singoli pezzi: rispetto al fenomenale predecessore »Purpendicular« (1996), l’»Abandon«, pur essendo spiccatamente tosto da cima a fondo, è un vero e proprio ‘peso leggero’, anche se la maggior parte dei brani suona perfino più ruvida. Questo significa che è lontanissimo dall’essere un brutto album, ma gli mancano cronicamente pezzi che non siano già finiti nel dimenticatoio al successivo ascolto.

Su »Abandon« si sente che al leggendario quintetto, dopo il trionfale arrivo del maestro americano della chitarra Steve Morse, che su »Purpendicular« li aveva aiutati a rinascere in modo così efficace, stavolta sono mancate le idee innovative. Hanno provato a unire le tradizionali finezze sonore dei Purple con qualche approccio stilistico moderno, ma nella maggior parte dei casi non gli è riuscito granché bene. Eppure, nonostante tutto, il disco nel suo insieme è solido, soprattutto grazie alla tecnica sopraffina dei singoli membri e alle prove vocali carismatiche e coloratissime di Gillan. Di classici dei Purple su »Abandon«, però, non ne troveresti nemmeno con la lente d’ingrandimento.

Gillan prova a rimediare alla cronica mancanza di idee compositive fresche con un umorismo piuttosto esplicito, e lo si sente già nell’opener burlesca »Any Fule Kno That«, uscita anche come singolo e che fa da classico rullo hard rock d’apertura con un pizzico di ritmiche funk. La tecnica chitarristica di Morse a questo punto si era già adattata alle esigenze sonore tradizionali dei Purple, a partire dall’impasto di riff di chitarra potenti, evitando però, per fortuna, di provare a suonare come una copia del leggendario Ritchie Blackmore. Gillan, con i suoi inserti quasi ‘rap’, mette in mostra la sua tecnica vocale versatile, calandosi con facilità e con grande intensità emotiva nei vari ruoli dei testi. Nella tostissima »Almost Human«, dove su un accompagnamento di pittoresche trame d’organo domina una frase di chitarra robusta, il maestro del microfono si scatena di nuovo a pieni polmoni. Lo ‘spettacolo’ vero, comunque, lo fanno gli assoli di chitarra infuocati di Morse e l’appassionata improvvisazione all’organo di Lord.

»Don’t Make Me Happy« è una solida ballata blues rock con un ritornello rabbioso, che però non entrerà negli annali del rock classico come un classico, anche se stavolta Gillan è eccellente nel creare un melodramma vocale inconsolabile, mentre Lord lo completa con dedizione con capolavori d’organo frusciante e la chitarra di Morse letteralmente ‘piange’ di struggente malinconia. »Seventh Heaven« ha un’intro interessante, dal sapore sinfonico, che costruisce piano piano un’atmosfera tesa. Il bello finisce nel momento in cui irrompono una frase di chitarra brutale e una stampede di batteria rombante, mentre Gillan stavolta è nel suo ‘settimo cielo’ vocale, per quanto riguarda l’interpretazione sentita del testo sognante. Morse, come ciliegina, si concede un’improvvisazione di chitarra complessa, mentre il suono degli Hammond di Lord, in mezzo alla potenza generale, suona particolarmente massiccio e succoso. L’insolito esperimento psichedelico rock »Watching The Sky« contiene il tipico riff dei Purple, ma è tutto tranne che un pezzo tradizionalista. In questa composizione, un tantino troppo dilatata, passano in modo insolito dalla psichedelia all’hard rock, il che lascia pensare a un improvviso attacco di nostalgia per la fine degli anni Sessanta, quando i Deep Purple fecero la loro prima apparizione sulla scena.

Questo non è affatto l’unico brano del disco in cui hanno provato a risvegliare i  ricordi dei ‘bei vecchi tempi’: in »’69« si inchinano in modo ancora più esplicito a quell’epoca che oggi viene spesso descritta in toni fin troppo romantici. Il 1969 fu infatti l’anno in cui arrivarono nei Deep Purple Gillan e il leggendario bassista/produttore Roger Glover, e in cui cominciò la loro scalata. »’69«, con il suo tempo veloce, trascinato dai crash spietati di Paice, con l’accompagnamento impetuoso delle frasi di chitarra infuocate di Morse e dei passaggi d’organo scatenati di Lord, rappresenta comunque uno dei momenti migliori del disco. Gillan aiuta con energia a ricreare un po’ della magia psichedelica di fine anni Sessanta, e lo aiuta anche Lord con un assolo d’organo iconoclasta.

»Fingers To The Bone« è un pezzo eccellente, con una melodia centrale forte e l’unico candidato a diventare un classico dei Purple in tutto il disco, perché è una specie di prosecuzione stilistica della magia sonora di »Purpendicular«. Significa che si alternano con coerenza sottili finezze di chitarra acustica e passaggi potenti, elettrizzati, mentre Gillan firma una prova vocale indimenticabile, tra l’arguto e l’emotivo. L’atmosfera, soprattutto grazie al ritornello decisamente melodico, cresce di intensità per tutto il pezzo e include tante spezie di gusto, a partire dalle eleganti improvvisazioni di pianoforte e dal suono scanzonato dell’armonica sullo sfondo.

»Jack Ruby« è uno dei pochissimi brani nella storia dei Deep Purple il cui testo parla di politica, e cioè dell’assassino americano Jack Ruby. Quest’ultimo è passato alla storia in modo poco glorioso per aver sparato a Lee Harvey Oswald, il presunto assassino del presidente americano John F. Kennedy. Nonostante il testo interessante e i manierismi vocali scoppiettanti di Gillan, è uno dei pezzi più noiosi del disco, per lo più impostato su un tempo lento e con un ritornello anonimo. Lord e Morse cercano di animare il tutto con le loro improvvisazioni argute rispettivamente all’organo e alla chitarra, ma perfino questo non basta a dissolvere l’atmosfera assonnata.

Il rocker tosto e focoso »She Was«, un altro pezzo del tutto nella media, ha un suono di chitarra grezzo e passaggi d’organo nervosi, mentre Gillan, con i suoi cambi di voce nell’interpretazione dell’ennesima avventura amorosa fallita, sfiora ormai il limite del buon gusto. Lord e Morse brillano di nuovo con i duelli infuocati tra organo e chitarra, l’unica nota positiva di questo brano piuttosto noioso. »Whatsername« è, dopo tanto tempo, di nuovo un hard rock dei Purple un po’ più tradizionale, con una possente frase di chitarra in primo piano e uno strato d’organo frusciante, mentre Paice martella senza pietà la sua batteria. Il testo è purtroppo il tipico dolore sentimentale alla Gillan, che può nascere solo nella testa di un ‘brizzolato in età matura’, ravvivato dagli intermezzi magistrali dei singoli maestri strumentali. »Evil Louie«, un pezzo abbastanza decente in cui Gillan prova di nuovo a suonare le corde dell’umorismo, si distingue per il tempo lento e per un’interessante improvvisazione di chitarra. Il motivo centrale, grazie al testo burlesco e all’intreccio rovente tra la frase di chitarra principale e le trame d’organo, è abbastanza divertente da svegliare un po’ la seconda parte del disco, artisticamente piuttosto ‘addormentata’. A dimostrare più di tutto quanto i Deep Purple fossero allora cronicamente a corto di idee compositive innovative è la conclusiva »Bludscuker«, che non è altro che una rivisitazione del classico »Bloodsucker« di »In Rock« (1970). Decisamente una scelta strana, soprattutto considerando che qui si sente già che la voce di Gillan nei registri alti è stata un po’ intaccata dal tempo, cosa del tutto comprensibile alla sua età, mentre l’interpretazione strumentale è, come previsto, brillante, e questo vale in particolare per il maestro Lord.

Solido ma poco emozionante, »Abandon«, a cui in qualche modo mancava quel guizzo compositivo vero per entrare nel novero dei classici dei Deep Purple, ha rappresentato un saluto dignitoso al leggendario Jon Lord, che ha lasciato il suo organo Hammond a Don Airey (ex-Colosseum II, Rainbow, Ozzy Osbourne, Whitesnake). Il indimenticabile maestro delle tastiere, che negli anni successivi decise di dedicarsi a comporre musica per orchestra, è mancato alla maggior parte dei fan di lunga data fino alla sua morte improvvisa nel luglio 2012, quando si è dissolta anche l’ultima speranza, ormai da tempo quasi fantascientifica, di una possibile reunion della formazione classica dei Deep Purple (MK II). L’addio di Lord ha significato allo stesso tempo la nascita della formazione Mark VIII e il fatto che Ian Paice sia rimasto l’ultimo membro originale di questi campioni dell’hard rock, che, credeteci o no, gli americani non hanno ancora infilato nella cosiddetta Hall of Fame del rock. Come già tante volte in passato, con l’album successivo, sulle ali delle tastiere e delle idee innovative di Airey, i ‘vecchi tromboni’ si sono tirati fuori dal torpore creativo e hanno dato una rinfrescata al loro suono.

Formazione

Ian Gillan – voce
Steve Morse – chitarra
Jon Lord – organo, tastiere
Roger Glover – basso
Ian Paice – batteria

Produzione

Deep Purple e Roger Glover

Tracklist

1. Any Fule Kno That
2. Almost Human
3. Don’t Make Me Happy
4. Seventh Heaven
5. Watching the Sky
6. Fingers to the Bone
7. Jack Ruby
8. She Was
9. Whatsername
10. ’69
11. Evil Louie
12. Bludsucker

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