Shrine Of New Generation Slaves

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Riverside
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 21.01.2013
Durata: 50:59
Voto: 5/5

I Riverside sono tra i pochi alfieri del rock progressivo e del metal progressivo contemporanei che dal punto di vista artistico non smettono mai di salire, crescere, maturare, evolversi. Di disco in disco si sfidano da soli in modo provocatorio e, evolvendo, scoprono dimensioni musicali sempre nuove, che inglobano con efficacia nel loro artismo progressivo del tutto personale, così che non cada nemmeno per un attimo nella superficialità della moda. Sono rare le band che oggi tengono una postura così rigorosamente definita di unicum artistico, con una sostanza musicale unica e inconfondibile, come i polacchi Riverside. La Polonia è sempre stata una terra che nella storia del rock ha regalato qualche straordinario »eccentrico« della musica, da Czeslaw Niemen alla superband SBB, e poi ci sono anche i Collage e/o gli Abraxas, se ci limitiamo ai soli »progsters«. Ma ci rientrano di sicuro anche i Riverside.

»Shrine Of New Generation Slaves« – curioso che le iniziali del titolo formino la parola S.O.N.G.S. – è un nuovo album cupo e audace, che approfondisce e allarga la nuova base sonora e di produzione della band, la quale con »Anno Domini High Definition« si era allontanata nettamente dai primi tre album in studio, raggiungendo un livello qualitativo superiore. Si può dire che i Riverside, insieme a Steven Wilson (con Porcupine Tree, progetti e dischi solisti inclusi) e agli Opeth, siano i principali ambasciatori della nuova ondata di band che fissano le regole base dello sviluppo del rock progressivo nel nuovo millennio. Con i loro lavori dimostrano di continuo uno sguardo straordinariamente poliedrico e flessibile quando si tratta di recepire e restituire una qualsiasi informazione dell’infinito universo musicale. In parole povere: col loro continuum creativo i Riverside dimostrano a ogni istante che si può superare con leggerezza piumata la patetica convinzione che nel rock sia già stato detto tutto da un pezzo.

A differenza di »Anno Domini High Definition«, il nuovo album ammicca con più intensità agli impulsi prog rock retrò dei Settanta. Sul piano della sperimentazione sonora non è provocatorio come il predecessore, ma è comunque diverso al punto da portare di per sé una nuova entità musicale compiuta dell’immagine dei Riverside. Come detto, i ragazzi hanno abbandonato quasi del tutto la sperimentazione con campioni sonori e loop programmati, che invece stavano così bene nel fantastico predecessore »Anno Domini High Definition«. In molte sezioni di questo lavoro tanto impegnativo e complesso, il nuovo album scopre infatti la forza del legame chimico fatale del classico dialogo nella costruzione della massa sonora tra riff di chitarra e tastiere! È il suono retrò della cultura rock dei Settanta, che farà breccia anche negli intenditori di Uriah Heep e Deep Purple (l’inserto strumentale centrale di »Escalator Shrine«, dove non manca nemmeno un assolo selvaggio al moog). Le tastiere, infatti, nelle soluzioni d’arrangiamento scelgono spesso il suono classico dell’organo hammond. Questo regala all’album una morsa salda, dal suono duro, come segnala già l’opener »New Generation Slave«, e anche le parti più compatte e abbondantemente metallizzate (il brano »Celebrity Touch«).

Quello che rende la storia dei Riverside così speciale, oltre allo straordinario affiatamento strumentale, è la voce di Mariusz Duda. Porta con sé sempre una forte nota di malinconia, sostenuta da un senso di illusione infranta, che provoca una repressione apertamente ribelle della rabbia, generando reazioni di rinuncia e rifiuto. Insomma, l’autoisolamento dell’individuo. La voce di Mariusz è pulita, fragile, estremamente sensibile, anche appassionata quando lo richiedono forma musicale e poesia, ma in certi punti fredda e, di conseguenza, distaccata. Esattamente ciò che serve a un album con un titolo così. Starebbe benissimo nell’ambiente musicale di formazioni tipo (i nuovi) Opeth o Porcupine Tree, di certe band neoprog britanniche o di grunge band in versione »unplugged«. Detto quest’ultimo inciso, anche l’atmosfera generale del nuovo album dei Riverside è vicina al raccolto cupamente atmosferico degli album di formazioni del neoprog rock, per intenderci Porcupine Tree e gli Opeth più recenti. Non si può ignorare la straordinaria sensualità e sensibilità nell’espressione della poesia di Mariusz. È l’attrattiva principale e fondamentale del nuovo album dei Riverside, che cresce nel cuore pian piano. Questa interpretazione vocale così sentita dei versi, a ogni nuovo giro dell’album nel lettore CD, ti evocherà stimoli emotivi diversi e una reazione diversa (stati mentali sempre nuovi). Ti stuzzicherà la fantasia, ti allargherà la mente, ti farai mille domande, mentre tutta l’informazione dell’album, con la sua sincerità attraverso il prisma dell’interpretazione vocale, è servita in modo così raffinato che ti risucchia di colpo nel suo mondo musicale unico. In un attimo ti ci integrerai.

Alla dose di psichedelia anche stavolta non si scappa. Ci sono sequenze che, in dosi maggiori o minori, generano la cultura trascendentale-cerebrale nello sviluppo dell’atmosfera musicale di artisti come Porcupine Tree (»The Depth Of Self-Delusion«), in particolare  le linee di chitarra dal suono compresso, vicine al suono della chitarra dell’album dei Porcupine Tree »Deadwing« del 2005), poi Pink Floyd (»Celebrity Touch«, le sezioni finali del brano »Escalator Shrine«) o perfino i Marillion (gran parte dell’accompagnamento organico a paesaggio sonoro su cui poggia l’interpretazione vocale nell’unico »Deprived (Irretrievably Lost Imagination)«). Come accennato, oltre alle linee vocali sensibili, un importante generatore di queste trovate è Piotr Grudziński col suo suono di chitarra, che riempie con finezza lo spazio disponibile delle sequenze strumentali con linee di chitarra. Portano un raccolto melodico eccezionale, basato sull’uso di appena qualche nota, sostenuta da un eccezionale effetto »sustain«, co-generatore del forte momento cerebral-psichedelico dell’album. È il principio ereditato delle soluzioni chitarristiche note dalle mani dei maghi Steve Hackett, Andrew Latimer, David Gilmour, Steve Rothery e naturalmente del già citato Steven Wilson. Tutti britannici.

Questo è un album che ti entusiasmerà a ogni ascolto, perché a ogni ripetizione ti si infilerà un po’ più sotto la pelle. È un vero album progressive. Nell’orecchio si insinua lentamente. Porta una miscela eccezionale tra i mattoni dell’immagine sonora, un equilibrio a pieno sangue tra contagiosità melodica (quella devi conquistartela e sbrogliartela da solo; è un album impegnativo, non per tutti) ed esposizione artistica di una successione complessa di figure, che però non cede nemmeno per un attimo alla »frammentazione« dello sviluppo. Mantiene il filo rosso. È un album che ti caricherà di energia anche più avanti, quando dopo anni lo riprenderai dallo scaffale della tua collezione di CD e lo rimetterai nel lettore, perché fin dall’inizio è chiaro che reggerà alla prova del tempo e si inscriverà tra i risultati più rilevanti dell’arte musicale di tutti i tempi. Album così oggi ce ne sono pochi, e si fa presto a lasciarseli sfuggire in mezzo a tutta la montagna di zavorra musicale servita in modo aggressivo. Con questo album i Riverside hanno superato ancora una volta il predecessore, hanno raggiunto un nuovo punto della propria evoluzione artistica, hanno superato da maestri la sfida di una nuova prova artistica e ne sono usciti da artisti che, insieme a un pugno di altri interpreti audaci del mondo prog, dettano il “crogiolo di idee” della cultura progressive rock dei nuovi tempi e ne guidano lo sviluppo. Più autentico e naturale di così, infatti, non si può. È un album che ti lascerà letteralmente di stucco con la sua originalità immacolata nel trasmettere il messaggio musicale.

Formazione

Mariusz Duda – voce, basso
Piotr Grudziński – chitarra
Michal Łapaj – tastiere
Piotr Kozieradzki – batteria

Produzione

Riverside

Tracklist

1. New Generation Slave (4:17)
2. The Depth Of Self – Delusion (7:39)
3. Celebrity Touch (6:48)
4. We Got Used To Us (4:12)
5. Feel Like Falling (5:19)
6. Deprived (Irretrievably Lost Imagination) (8:26)
7. Escalator Shrine (12:41)
8. Coda (1:39)

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