180
Artista: Palma Violets
Etichetta: Rough Trade Records
Uscita: 2013
Durata: 40:42
Voto: 3.9/5
La storia della popular music non è diversa da quella delle altre arti, attività, mestieri e industrie. Come tutte le altre, anche il passato musicale è diviso in più epoche o cicli che, in una veste un po’ ridefinita e riciclata, tornano di continuo in primo piano e sono gli elementi costitutivi dell’espressione musicale di oggi. Nella ”terra di Beatles, Stones, Floyd e Clash”, l’Inghilterra, il suono della chitarra è particolarmente sempreverde, e la sua parte la recitano anche la psichedelia e la ruvidezza e l’energia punk. E tutto questo incarna alla perfezione i ragazzini di cui parliamo oggi: Palma Violets.
In Inghilterra, da quando si sono persi i Beatles, c’è la tendenza a cercare dei loro sostituti. Nell’ultimo decennio o due è solo peggiorata. Ogni due o tre anni spunta fuori qualche band che dovrebbe salvare, rinfrescare e cambiare la faccia della musica con le chitarre. Di questo è responsabile soprattutto la famigerata stampa britannica (gialla), che con il suo continuo gonfiare i media dà troppo spesso un’impressione completamente sbagliata. Molte volte in queste storie mediatiche c’è solo fumo e chiacchiere vuote, e di rado tutto il clamore è giustificato. Ma ci sono anche momenti in cui la verità sta da qualche parte nel mezzo. Ci sono band con un certo potenziale musicale, a cui però manca la tanto necessaria esperienza (che compensano coi cliché). Ci sono band affascinanti dal vivo, ma a cui sul disco in studio mancano una storia e una coerenza. Ci sono band che hanno la maggior parte delle carte in regola per farcela, ma per cui il momento non è ancora arrivato. E tutto questo incarna alla perfezione i ragazzini di cui parliamo oggi: Palma Violets.
La storia dei Palma Violets è cominciata con un’euforia generale, ancor prima che i membri della band spegnessero la prima candelina sulla torta. Il gruppo è nato nel settembre del 2011, dopo che i suoi membri si erano incrociati per parecchi anni al celebre festival inglese Reading. I ragazzi sono stati sparati nell’orbita dell’interesse pubblico dal loro inno indie londinese di fine estate ”Best Of Friends” e da live roventi, energici e carismatici, che hanno risvegliato la nostalgia e la voglia dei tempi d’oro dei The Libertines. Il culmine dell”’hype” è arrivato all’inizio di dicembre, quando il brano appena citato è stato proclamato dalla rivista NME miglior canzone del 2012. La band aveva in tutto due pezzi pubblicati, e già uno dei due era il migliore dell’anno, e per giunta secondo la bibbia inglese dell’indie rock (per non parlare della concorrenza musicale del 2012 … ). Ancora prima erano stati scelti dalla radiotelevisione nazionale tra i finalisti del pronostico musicale della BBC per il 2013 (BBC Sound of 2013) ed erano stati citati e incensati da innumerevoli blog in tutta la Gran Bretagna e nel mondo. Sono stati ”bookati” (insieme a Miles Kane, Django Django e Peace) anche per il tour di febbraio (2013) dell’NME, che sull’Isola è sempre accompagnato da grande attenzione e non di rado indica i giovani protagonisti dell’anno a venire. Si sarebbe potuto chiudere in fretta con un ”Sono nate nuove stelle”, ma la faccenda non è (stata) così semplice. Non solo perché un singolo può bastare per il successo solo nel mondo dei ”reality show e degli idol”, ma anche perché all’uscita dell’esordio mancavano ancora tre mesi.
La band del centro di Londra (Lambeth), composta da Sam Fryer a chitarra e voce, Alexander ”Chilli” Jensson a basso e voce, Pete Mayhew alle tastiere e Will Doyle alla batteria, è cresciuta con la musica dei campioni dell’indie del nuovo millennio: The Strokes, The Libertines e Arctic Monkeys. Con loro la band condivide ancora un nome: li ha presi sotto la sua ala la Rough Trade Records. Il simbolo delle etichette indie. L’etichetta che negli anni Ottanta, con gli Smiths, ha ”scovato” l’indie come lo conosciamo oggi, l’etichetta che sa rendere moderni i modelli retro, quella che non insegue le tendenze ma le spiana. I Palma Violets si sono ritrovati così circondati da sguardi da ogni parte, sia dai circoli più alternativi sia dal grande pubblico mainstream.
Lo ammetto, all’inizio ero parecchio scettico nei confronti della band. ”Best Of Friends” mi ha entusiasmato, certo, ma tutto il clamore mediatico, il video di ”Last Of The Summer Wine” e qualche primo demo mi avevano più respinto che attirato. Ho aspettato l’album con sensazioni miste, vista la roba sentita e vista, e al primo ascolto sono rimasto parecchio deluso. Al terzo ascolto l’umore era già cambiato: mi ha cominciato a invadere il buonumore. Anche se chiunque avrebbe voluto sentire ancora qualche pezzo sullo stile di ”Best of Friends”, alla fine questo marketing di presentazione sbagliato ha funzionato. Mi ha fatto scoprire una band che forse è stata scoperta troppo in fretta, ma che ha il potenziale per lasciare il segno in futuro sulla scena chitarristica mondiale. L”’hype” era giustificato, ma causato dalle qualità sbagliate della band. Non si tratta dell’ennesimo ”fenomeno” britannico istantaneo o di una ”one-hit-wonder”, ma di una band alternativa in carne e ossa, che porta più che dignitosamente il peso di discendente delle band citate nel primo paragrafo. I Palma Violets devono molto ai loro modelli, ma quale giovane band non ne è gravata? Nel loro sangue scorrono i geni di Clash, Doors, Cave, Velvet Underground, Libertines eccetera, per non parlare di tutta una serie di influenze più specifiche, psichedeliche e garage. Conquistano con i genuini istinti rock e con uno slancio da ragazzini. D’altra parte a 180 (preso il nome dal loro studio (di registrazione) – il punto d’incontro) manca una maggiore coerenza, visto che quasi ogni pezzo si distingue per degli inserti (ripetitivi) da 30, 40 secondi, mentre il resto dei brani è riempito da classici ”filler” pieni di cliché. Si sente che dalla nascita della band all’aspetto finale del dischetto di oggi è passato troppo poco tempo. Lo si nota soprattutto nella parte dei testi. Che è piuttosto povera e a tratti pure piuttosto stupida. Qui la band ha da lavorare più che altrove, in futuro. Anche se il produttore Steve Mackey (bassista dei Pulp) ha colto in modo eccellente l’impulso spensierato e stellato, da solo non è riuscito a cambiare le strutture sonore di base, qua e là superficiali, e i testi. Eppure la band sta piano piano costruendo una sua (nobile) estetica ”vintage”, in cui si incontrano il punk garage gotico e le profondità psichedeliche dei paesaggi sonori ambient. Di queste si occupa soprattutto l’ottimo tastierista Pete Mayhew, il protagonista principale della band sul disco, mentre dal vivo la vera euforia la fanno i due frontman, Chilli e Sam. Il loro romanticismo da palco ci ricorda quello di dieci anni fa, quando nei ruoli principali c’erano Pete Doherty e Carl Barat (The Libertines).
Il suono è molto distintivo: lo scampanio della chitarra, per dire, si intreccia benissimo con la linea di basso (tuonante) e con l’organo, senza però perdere la sua lucentezza e il suo scopo originari. Lo si vede bene già nell’apertura (la già citata più volte) ”Best Of Friends”. Un brano che non inventa niente di nuovo, ma che d’altro canto è un perfetto tormentone di chitarre pop. Di certo uno dei migliori degli ultimi anni. Come ha già sottolineato in un’intervista il batterista Will: hai la sensazione che in questo pezzo si faccia sul serio, che ti restino ancora tre minuti di vita e che questi tre minuti proverai a sfruttarli e a godertela al massimo. Il brano è pervaso da un’energia magica, da un crescendo drammatico e da una miscela esplosiva che, allo stacco ai 2:45 minuti, si ribalta in un unico botto orgasmico. Probabilmente una delle canzoni più epiche mai scritte sulla ”friend zone”. Un brano che resterà lo zeitgeist dei giorni nostri (anche se tutto il resto svanisce), e un brano che sicuramente avrebbe oscurato il resto dell’album, se gli altri pezzi ne fossero stati solo una copia o una variazione. Ci sarebbe voluto poco per ritrovarsi con una ”one-hit-wonder” e con un altro dei ”fenomeni” britannici di cui sopra.
Gli altri dieci o undici pezzi non solo ci offrono un seguito dignitoso, ma a ogni nuovo ascolto guadagnano peso e ci portano in uno strano trip psichedelico, che il battito punk nel mezzo riporta di continuo coi piedi per terra. In quest’ultimo spicca soprattutto il duo garage formato dal settimo e dall’ottavo brano di 180. Le canzoni ”Tom The Drum” e ”Johnny Bagga’ Donits” si distinguono per un punk grezzo, non lucidato, da spaccatutto, che nella seconda si trasforma in un vero ”sing-along” da bar (e da hooligan). Atmosfere completamente diverse, più malinconiche, le evocano la primaverile ”Last Of The Summer Wine”, ”Three Stars” (un brano di desiderio e ricordi, di tristezza, di perdita e di dolori), la romanticamente nostalgica ”I Found Love” e la delicata, ”beatlesiana” ”All The Garden Birds”. Quest’ultima in particolare è un vero piccolo gioiello del disco. Ricorda quelle sere di fine estate ”chillate”, quando per l’ultima volta nella giornata guardiamo verso il cielo azzurro e pulito e i grilli ci dipingono il tramonto. Mentre ”Rattlesnake Highway” e ”Step Up For The Cool Cats” ci fanno cadere in una trance psichedelica, la canzone ”Chicken Dippers”, con il verso ”your hair, your hair is on me, and you make me feel like I’m the only one”, l’urlo e la successiva accelerazione a spirale delle chitarre, regala uno dei migliori inserti dell’intero album. Il disco è fatto di troppi pezzetti ugualmente buoni e di troppo pochi brani che reggono davvero dall’inizio alla fine. Lo chiude la scatenata e dinamica ”14”, che alla fine nasconde dentro di sé anche una dodicesima traccia, nascosta, e che è stata una delle prime canzoni scritte dalla band.
Per chiudere: i Palma Violets ci offrono un disco pieno di momenti riusciti, che tra le altre cose contiene il singolo dell’anno (”Best Of Friends”) e un fascino giovanile e spensierato. Gli manca una maggiore rifinitura, e non ci sarebbero dispiaciuti nemmeno testi più intelligenti e con qualcosa in più da dire. Il dischetto non raggiunge in alcun modo le vette toccate dai loro predecessori ”di genere” e isolani con i rispettivi esordi, cioè The Libertines, Franz Ferdinand e Arctic Monkeys; ma non delude nemmeno. Alle chitarre hanno restituito potenza, ai lampi psichedelici le ali e alla grinta punk la carica. La prossima volta spero in una conferma di quanto appena detto e in un’esplosione di superlativi.
Formazione
Samuel Thomas Fryer – chitarra e voce
Alexander “Chilli” Jesson – basso e voce
Jeffrey Peter Mayhew – tastiere
William Martin Doyle – batteria
Produzione
Steve Mackey e Rory Attwell
Tracklist
1.) Best Of Friends
2.) Step Up For The Cool Cats
3.) All The Garden Birds
4.) Rattlesnake Highway
5.) Chicken Dippers
6.) Last Of The Summer Wine
7.) Tom The Drum
8.) Johnny Bagga’ Donuts
9.) I Found Love
10.) Three Stars
11.) 14 (contiene la traccia nascosta ‘Brand New Song’)