Med Zarjo

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Artista: Zbogom, Ajda
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: 2012
Durata: 33:11
Voto: 3.9/5

Zbogom, Ajda, forse addirittura la prima band post-rock slovena, a oggi resta ancora nascosta, sconosciuta, rimossa di proposito e senza alcun legame con la scena musicale slovena. L’esordio Statika (recensione di RockLine QUI) ha sorvolato le nostre parti senza fare il minimo rumore. Fan inesistenti, quindi nessun concerto, e nemmeno una parola sulla band da nessun’altra parte. Poi, di nuovo praticamente dal nulla, l’anno scorso, cioè nel 2012, è uscito il secondo disco – Med Zarjo. Con ancora meno autopromozione del primo: /mu/ di 4chan non è stato bombardato di »spam«, l’esistenza del disco è stata registrata solo su un forum straniero totalmente fuori dai giri e, più tardi, sul profilo della band sul popolare sito musicale last.fm. Questa oscurità  è però praticamente l’unica cosa degna di nota che non è cambiata rispetto all’esordio (a parte la formazione, anche se pure su quello non c’è chiarezza).

Se Statika era una specie di tentativo di imitare l’ombra del gruppo probabilmente più grande del post-rock, i Godspeed You! Black Emperor, il secondo album Med Zarjo è il passo che speravo facessero – il passo verso l’emancipazione creativa. Med Zarjo infatti si scrolla di dosso le influenze (più evidenti) che Statika si portava in copertina, e così esce addirittura dalla media del post-rock mondiale per diventare un unicum a tutti gli effetti. Med Zarjo prende infatti un elemento già presente su Statika, con una sorta di bizzarra vena popolare, e lo mette molto più in primo piano – l’influenza della musica folk. È proprio il folk a dominare il secondo album o, per meglio dire, il folk si fonde alla perfezione con il sound post-rock già esistente, con l’atmosfera che la band aveva già costruito sull’esordio. Ma ovviamente la faccenda non è così semplice, perché la band non è certo progredita o cambiata solo in questo senso.

Già il primo pezzo del disco, »Moj oče«, apre un nuovo capitolo per la band sotto una luce del tutto sperimentale, audace e personale. La voce sognante di Eva, sostenuta da una tonnellata di effetti, su uno sfondo di atmosfera riverberata tipicamente post-rock, porta l’intro verso una specie di disgregazione, quasi un’autooscillazione; ancora una volta è in primo piano l’elemento di cui speravo ci fosse di più – cioè la voce di Eva. Già su Statika era la sua voce a fare la differenza, più di quella di Andi, che purtroppo per Med Zarjo non è migliorata granché. Insomma – già l’intro del primo brano mette Med Zarjo su una strada completamente diversa da quella di Statika, una strada misteriosa, inaspettata e perciò molto più interessante ed emozionante. Questo ovviamente non significa che la band non si attenga più a certe forme tipiche del post-rock, solo che qui vengono usate a proprio favore, non contro di sé, come forse succedeva sull’esordio. Med Zarjo perde anche quel lato più pacato dell’esordio, perché ha più parti rumorose, cosa da attribuire all’uso della batteria, che prima non c’era. Forse per questo a tratti sembra che la band sia saltata da un cliché (l’influenza eccessiva di un’altra band sulla creazione) a un altro (la tipica forma post-rock piano-forte-piano), ma nella grande maggioranza dei casi non è così, o almeno non al punto da essere evidente o da dare fastidio a chi ascolta.

La sperimentazione è (una grossa) parte del nuovo album, ma allo stesso tempo la band ha preso, almeno da un certo punto di vista, una strada più convenzionale. L’album è spesso ornato da una melodicità quasi pop, soprattutto attraverso la voce. Qui però non riesco a togliermi la sensazione che il tutto sarebbe uscito meglio se Andi non avesse cantato, perché semplicemente non ha talento canoro; avrebbe potuto sfruttarlo come sfondo, seppellirlo sotto gli effetti e poi tirarne fuori un equivalente shoegaze della voce. Ma stando così le cose, la voce di Andi troppo spesso si prende il ruolo da protagonista, il che rende il tutto, beh, un po’ sgradevole per le orecchie. L’opposto fa la voce di Eva, ancora più materializzata che su Statika. Nelle parti vocali spicca questo approccio folk piuttosto unico alla base ritmica degli accordi, cioè al pizzicare le singole corde, avvolto in una tipica atmosfera post-rock, con cui la band si smarca almeno un po’ dai maggiori tratti (cioè cliché) del genere. Nelle parti rumorose (e anche in quelle ambient) c’è più orchestrazione, un suono più grande rispetto a Statika, che è senza dubbio un cambiamento benvenuto.

Med Zarjo è quindi sicuramente un passo avanti rispetto all’esordio della band, ma lontano da una qualche eccellenza altezzosa. Non so che ne sarà della voce di Andi, ma purtroppo così com’è non funziona, soprattutto non nella forma in cui è costruita su Med Zarjo (e anche su Statika). L’album è inoltre ornato da certe trovate sperimentali che gli danno il potenziale per ascolti ripetuti e per scoprirne la stratificazione, ma forse il vero forté dei brani sta in una melodicità appena riscoperta, in certe linee »catchy« che semplicemente ti entrano in testa. Ed è qui che si intravede il primo lampo di un potenziale genio – l’equilibrio perfetto tra convenzionale e non convenzionale, tra noto e ignoto, tra pop e alternativo e, per finire, tra l’inesperienza statica e Med Zarjo.

Formazione

Andi Koglot – chitarra, piano, voce, batteria, suoni ambient, testi
Eva – voce

Produzione

Andi Koglot

Tracklist

1. Moj oče
2. Slutnja
3. Vodnjak
4. Pesem o zvezdah

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