Hell in a Handbasket

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Autore: Urban Bolta

Artista: Meat Loaf
Etichetta: Legacy Recordings
Uscita: 2012
Durata: 53:05
Voto: 2.5/5

Dopo appena due anni scarsi Metal Loaf è tornato con un nuovo album, il dodicesimo in totale di una carriera lunga ormai quattro decenni. Una pausa breve dal disco precedente nel mondo della musica di solito significa freschezza creativa, che l’artista vuole monetizzare il più in fretta possibile con un nuovo documento, ma purtroppo »Hell in a Handbasket« questa regola non scritta non la conferma affatto.

Il vocalist americano Meat Loaf lo ricordano in molti per la celebre trilogia di album »Bat Out of Hell«, che non gli ha portato solo fama mondiale e un bel po’ di quattrini: il suo successo (soprattutto il primo capitolo della trilogia, del 1977), numeri di vendita alla mano, lo piazza addirittura tra i rocker di maggior successo di sempre. Ma mettere a confronto il Meat Loaf di oggi con i tempi d’oro del Pipistrello dell’inferno non ha proprio senso. Non solo la sua voce non è più possente come una volta: il grosso del problema sta in un rapporto quasi di ostilità con l’architetto dei suoi trionfi, l’autore Jim Steinman. Steinman è il principale artefice del successo di Meat Loaf, ma negli ultimi anni i due se ne stanno accampati ciascuno sulla propria sponda del fiume (nel decennio scorso si sono perfino trascinati nelle aule di tribunale) e nulla lascia pensare che, finché saranno su questa terra, si stringeranno ancora la mano per tirare fuori un altro nuovo successo.

Meat Loaf è stato quindi costretto a rimpolpare la sua squadra di autori pescandoli da ogni parte. Ha tenuto qualche collaboratore dai tempi del disco precedente »Hang Cool Teddy Bear«, ma per il resto ha rimescolato per bene le carte intorno a sé. Un cast di autori scelto »a casaccio« di per sé rende impossibile un album più profondo a livello concettuale, in cui i pezzi formino un insieme compatto e coerente. Ancora più assurdo è stato il chiacchiericcio promozionale di Loaf prima dell’uscita, quando ha descritto »Hell in a Handbasket« come »il lavoro che lo rappresenta meglio di tutti nella sua carriera«. Considerando che, come al solito, nella sua nascita è stato coinvolto solo come osservatore esterno, entrando in azione attivamente soltanto nella fase di registrazione, l’affermazione fa parecchio ridere.

Il blocco di dodici pezzi (il cui ordine cambia leggermente tra la versione europea / americana e quella australiana) segue il percorso logico dei due album precedenti, perché rispetto al suo sound classico Meat Loaf suona sempre più ruvido. Il motivo sta nel ruolo rafforzato delle chitarre, che piano piano ma con costanza spodestano il pianoforte dal ruolo di mattone portante delle composizioni. Se un tempo la voce di Meat Loaf e l’accompagnamento al piano formavano una coppia micidiale e hanno creato alcuni indimenticabili inni da rock opera, oggi al piano è affidato solo un ruolo di contorno, a costruire l’atmosfera: un buon esempio è il brano 40 Days. Anche il duetto con la voce femminile ha perso tutta la sua pomposità. Patti Russo, partner musicale di Loaf da ben due decenni, con la sua interpretazione sentita in Our Love and Our Souls fatica a reggere il confronto con la costruzione del classico I Would Do Anything For Love (But I Won’t Do That), dove voce maschile e femminile, dialogando, creano un’atmosfera tesa che culmina in un ritornello da inno. Nessun brano ha il carisma del potenziale singolo da radio, anche se due pezzi rock niente male come All of Me e Live or Die riescono a emergere dalla grigia (sotto)media. Come se gli autori non si fossero resi conto che la caratteristica principale di Meat Loaf è una voce possente e pomposa, in »Hell in a Handbasket« il suo innato senso dell’interpretazione teatrale non riesce a trascinare l’ascoltatore nel proprio mondo nemmeno una volta.

Il culmine dello sberleffo al proprio sound classico Meat Loaf lo raggiunge con ben due brani, Blue Sky/Mad Mad World/The Good God is a Woman and She Don’t Like Ugly e Stand in the Storm, in cui ospitano varie eminenze dell’hip hop. Il loro rap è estremamente fastidioso, se siete radicati fino al midollo nel sound del rock classico. Se non altro, i titoli di certi pezzi sono ancora lunghi come un budello, direte voi! Una specie di omaggio agli inizi musicali, quando alla fine degli anni Sessanta in California Meat Loaf suonava in band psichedeliche, è la cover del successo di The Mamas & The Papas California Dreamin’ con un’intensa collaborazione, tutta d’atmosfera, tra voce maschile e femminile.

Con »Hell in a Handbasket« Meat Loaf continua a trotterellare verso un sound più moderno, sia nello stile che nella composizione, ma la domanda è: in onore di chi? Anche se, dopo una serie di album nella media nell’ultimo decennio, il vocalist americano sognasse una nuova, inattesa risalita, come gli era già riuscito nel 1993 dopo i fiacchi anni Ottanta, con la formula cambiata dell’occhieggiare al rock (pop) di tendenza non ce la farà di sicuro.

Formazione

Paul Crook – chitarra, tastiere, sintetizzatore
Randy Flowers – chitarra, cori
Danny Miranda – basso
Justin Avery – pianoforte, tastiere, sintetizzatore, cori
Dave Luther – sassofono, cori
John Miceli – batteria, percussioni
Patti Russo – voce femminile principale (10), voce (7), cori
Jamie Muhoberac – tastiere, sintetizzatore (1, 8, 10)

Ospiti:
Ginny Luke – violino (5)
Caitlin Evanson – fiddle (6)
Glen Duncan – mandolino (9)
Bruce Bowden – cassa a pedale (11)
Jerry Flowers – cori (4)
Chuck D – voce rap (4)
Mark McGrath – voce (10)
John Rich / Trace Adkins – voce (10)
Lil Jon – rap, programmazione della batteria (10)

Produzione

Paul Crock, Lil Jon

Tracklist

1. All of Me
2. The Giving Tree
4. Blue Sky/Mad Mad World/The Good God is a Woman and She Dont Like Ugly
3. Live or Die
5. California Dreamin’
6. Party of One
7. Another Day
8. 40 Days
9. Our Love and Our Souls
10. Stand in the Storm
11. Blue Sky
12. Fall from Grace

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