Stardust We Are

0 8

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Flower Kings, The
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 1997
Durata: 130:14
Voto: 4/5

Il virtuoso svedese della chitarra e cantante a tempo perso Roine Stolt di sicuro non si aspettava che dalla sua band di accompagnamento nascesse prima un progetto di successo e poi un vero e proprio gruppo. Con il nome The Flower Kings, a metà degli anni Novanta sono diventati tra i rappresentanti più importanti della cosiddetta terza ondata del progressive rock. Per via degli arrangiamenti luminosi e dei messaggi positivi che dominano i loro testi, The Flower Kings sono diventati i “festaioli” della scena prog contemporanea, e la maggior parte della gente, viste le tante somiglianze sonore e liriche, li paragona volentieri ai leggendari Yes, anche se nella loro musica si sentono influenze di altri grandi nomi del progrock. Quando uscì il loro terzo album, intitolato »Stardust We Are«, nella band c’erano, oltre a Stolt, il tastierista Tomas Bodin e il cantante Hasse Froberg, ma anche il fratello di Roine, Michael, al basso, e il batterista Jaime Salazar, mentre il percussionista Hasse Bruniusson e il sassofonista Ulf Wallander facevano i musicisti ospiti.

»Stardust We Are« è stato il primo doppio album nella storia dei The Flower Kings, e ha anche dato il via a una lunga tradizione di doppi (un album su due dei “Re dei Fiori” è doppio). Di solito, in questi progetti doppi dei The Flower Kings c’erano più di due ore di musica, il che aveva conseguenze sia buone che cattive. Accanto ad alcune composizioni eccezionali, tra cui spicca la title track, un capolavoro di venticinque minuti che è anche uno dei loro risultati migliori in assoluto, nell’album si trova anche un bel mucchio di pezzi, per lo più più brevi, che servono soprattutto ad allungare il più possibile la durata di questo doppio.

Così, per esempio, dopo l’apertura da oltre dieci minuti di »In The Eyes Of TheWorld«, che a tratti suona come un incontro ravvicinato tra Deep Purple (il passaggio iniziale all’organo Hammond), Yes (le armonie vocali) e Genesis (gli arrangiamenti sinfonici), arriva il bozzetto da natura morta di nemmeno due minuti »A Room With a View«. Dal punto di vista tecnico, come c’era da aspettarsi, tutti i brani sono suonati a livelli altissimi: i membri della band fanno parte dell’élite della scena progrock scandinava, dove a Stolt, in giro dagli anni Settanta, bisogna riconoscere uno status leggendario. Già allora Bodin aveva studiato quasi nei minimi dettagli l’approccio dei suoi modelli principali, Rick Wakeman (Yes) e Tony Banks (Genesis), ed è per questo che i suoi arrangiamenti sono fondamentali perché »Stardust We Are« si piazzi tra i migliori risultati del progressive rock sinfonico dell’ultimo decennio del secolo scorso. I The Flower Kings puntano sì su arrangiamenti melodici e bei ritornelli, ma allo stesso tempo amano “complicarsi la vita” con ampie sezioni strumentali e improvvisazioni complesse, dove si avvertono anche influenze di King Crimson e Gentle Giant, e per questo ascoltare la loro musica richiede di solito parecchia concentrazione e attenzione.

»A Room With a View« si apre con un’intro fastidiosa, piena di effetti impazziti, ma le cose si calmano in fretta e col tempo arriva il tipico positivismo dei The Flower Kings, con splendidi arrangiamenti sinfonici e giocosi cambi di tempo. Il capo Stolt e il suo collega Froberg, che per timbro e anima è un hard rocker, si alternano con efficacia alla voce principale. »The Church Of Your Heart«, incoronata da un meraviglioso ritornello a più voci, è un altro brano del tutto caratteristico, dove nell’atmosfera domina da cima a fondo il positivismo “floreale” dell'”eterno hippie” Stolt, che per testi e filosofia molti definiscono lo Jon Anderson (Yes) scandinavo. Anche il breve assolo di Bodin, in cui all’organo crea un’atmosfera sacrale, è un diversivo interessante. »Poor Mr. Rain’s Ordinary Guitar« è un bell’strumentale acustico dal sapore pastorale, anche se stilisticamente non si incastra benissimo con l’atmosfera dominante, un po’ “iperattiva”, di questo album.

Lo strumentale »The Man Who Walked Witth Kings«, che per approccio ricorda l’era di »Wind And Wuthering« dei Genesis, ha una bella introduzione acustica con un arrangiamento barocco, mentre Stolt qui si ispira più che evidentemente alla chitarra di uno dei suoi modelli principali, Steve Hackett. La varietà stilistica è l’ultima cosa che si potrebbe rimproverare all’album, ed è uno dei punti in cui i “Re dei Fiori” entusiasmano di più, anche se non tutti i contrasti stilistici sono ugualmente convincenti. L’esperimento di dodici minuti »Circus Brimstone« è uno dei pochi momenti un po’ più cupi dell’album, dove si sentono influenze tutt’altro che trascurabili dei King Crimson. Quasi ogni album dei The Flower Kings conteneva di solito almeno uno o due brani atipici e più oscuri. Dopo il bozzetto »Crying Clown« arriva il compatto ma riuscito »Compassion«, pieno di passaggi epici e sottili che faranno battere il cuore a ogni amante del symphonic prog di qualità.

Il secondo disco serve una varietà stilistica ancora più ampia. Dopo lo strumentale d’organo »Pipes Of Peace«, che contiene il motivo centrale di »Stardust We Are«, arriva la malinconica »The End Of Innocence«, che nella parte finale ha un assolo di chitarra straordinariamente sottile e si piazza tra i momenti migliori di »Stardust We Are«. »The Merrygoround«, in stile “yessiano”, è di nuovo più rappresentativa dei The Flower Kings, un “allegro carosello” dove la band scoppia di energia positiva e dominano le armonie a più voci e i toni alti. Uno degli esperimenti più interessanti dell’album è senza dubbio la hippie-psichedelica »Don Of The Universe«, ascoltando la quale chi non conosce l’indole e la filosofia di Stolt e compagni penserebbe subito che i ragazzi, mentre la scrivevano e la registravano, si fossero goduti certe sostanze inebrianti. L’atmosfera nella parte iniziale strumentale ricorda un po’ i Pink Floyd dei primi anni Settanta, mentre il sitar elettrico farà pensare a più di uno ai Beatles dell’ultima fase.

»Different People« è un minestrone variegato con elementi di symphonic prog, pop, hard rock e funk, che mantiene per tutto il tempo una melodia saltellante e un’atmosfera briosa. »Kingdom Of Lies«, dopo un’intro carnevalesca, passa a una sezione più temperamentale, dove l’approccio vocale hard rock di Froberg trova un’espressione speciale. »If 28« è un breve bozzetto con un galante assolo di pianoforte. »Ghost Of The Red Cloud«, che a tratti è già molto vicina al pop rock, ha un ritornello allegro, effetti spassosi e un ritmo quasi reggae. »Hotel Nirvana« è una breve e insulsa improvvisazione alla chitarra acustica, che si dimentica subito dopo la fine. Il pezzo migliore dell’album è la già citata title track, capolavoro epico che di solito non può mancare a nessun concerto dei The Flower Kings e che per qualità sta al livello dei classici epici dell’età d’oro del progressive rock. Nonostante l’eccezionale complessità, una serie di furbi cambi di tempo e variazioni ritmiche, il suo pregio più grande è il fantastico ritornello che ti fa decollare, uno dei più marcati e indimenticabili della loro storia. Con questo capolavoro finale la band si fa in parte perdonare tutti i bozzetti inutili.

Con »Stardust We Are« i The Flower Kings hanno dimostrato che mettere insieme un doppio album non gli crea nessun problema, anche se tutta quella musica può essere un’arma a doppio taglio: accanto a momenti brillanti non mancano infatti pezzi decisamente dimenticabili, per lo più più brevi, in cui la sola perfezione tecnica non basta per tenere desta l’attenzione dell’ascoltatore dall’inizio alla fine di questo vasto e ambizioso progetto in studio. I The Flower Kings porteranno avanti questa tendenza anche nei loro futuri doppi, che oltre alle prelibatezze conterranno anche un po’ di zavorra subito dimenticabile, ovvero bozzetti per allungare il minutaggio. Ed è proprio questo ciò che ha dato più fastidio ai loro critici, per cui più avanti, nel forgiare album più corposi (che con gli anni sono anche diventati più rari), i The Flower Kings hanno iniziato a fare attenzione che i momenti subito dimenticabili fossero il meno possibile.

Formazione

Roine Stolt – chitarra, voce principale, tastiere
Tomas Bodin – tastiere
Hasse Froberg – voce principale e cori
Michael Stolt – basso
Jaime Salazar – batteria
Hasse Bruniusson – percussioni
Ulf Wallander – sassofono

Produzione

Don Azzari

Tracklist

CD 1: (54:34)
1. In The Eyes Of The World (10:38)
2. A Room With A View (1:26)
3. Just This Once (7:53)
4. Church Of Your Heart (9:10)
5. Poor Mr. Rain’s Ordinary Guitar (2:43)
6. The Man Who Walked With Kings (4:59)
7. Circus Brimstone (12:03)
8. Crying Clown (0:57)
9. Compassion (4:45)

CD 2: (71:41)
1. Pipes Of Peace (1:19)
2. The End Of Innocence (8:28)
3. The Merrygoround (8:17)
4. Don Of The Universe (7:02)
5. A Day At The Mall (0:45)
6. Different People (6:19)
7. Kingdom Of Lies (5:48)
8. If 28 (2:15)
9. Ghost Of The Red Cloud (4:37)
10. Hotel Nirvana (1:49)
11. Stardust We Are (25:02)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie