King Crimson sfidano la tempesta nel cuore di Palmanova (2019)

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Luogo: Palmanova / Piazza Grande / Italia
Data: sabato, 06.07.2019


Questo report quasi non ci sarebbe stato: è mancato davvero poco che il concerto dei giganti britannici del prog rock King Crimson, nel cuore della città italiana di Palmanova, in Piazza Grande, saltasse per colpa del temporale e della pioggia torrenziale. All’ora in cui la band avrebbe dovuto già essere sul palco diluviava che Dio la mandava, mentre lampi e fulmini rendevano la tempesta ancora più brutale.

Dopo circa un’ora di attesa, quando il temporale si è finalmente calmato, gli organizzatori il concerto l’hanno comunque portato a casa, ma i King Crimson, che ormai davamo per spacciati per quella sera, hanno accorciato il loro show di quasi la metà. Il loro capo, l’eccentrico genio della chitarra Robert Fripp, che va a letto ‘insieme alle galline’, in passato ha interrotto o annullato un’esibizione anche per inconvenienti ben più piccoli, ma stavolta ci ha sorpreso in positivo, tanto che il pubblico, un mix di nazionalità con parecchi sloveni, si è seduto disciplinatamente sulle sedie sotto il palco.

I King Crimson hanno aperto lo show con la tripla stampede di batterie «Hell Hounds of Krim», dove il grande amante delle percussioni esotiche Pat Mastelotto, il maestro della precisione Gavin Harrison e il poliedrico Jeremy Stacy, che stasera si è occupato soprattutto delle tastiere, si sono sfidati in cannonate di batteria dal tempismo intelligentissimo, che hanno regalato un inizio infuocato a questo concerto drasticamente accorciato.

A causa delle ‘condizioni eccezionali’ di cui sopra, ai King Crimson, sotto lo sguardo sempre severo di Fripp, non è rimasto molto margine di manovra sulla scelta dei pezzi, che è stata tagliata di brutto. Sono finiti in primo piano soprattutto i favoriti di sempre, mentre brani meno noti ma altrettanto ottimi sono purtroppo saltati dalla scaletta. Con il classico di «In the Wake of Poseidon» (1970), «Pictures of a City», è entrata ‘in gioco’ tutta la band a sette elementi, che di recente ha salutato di nuovo Bill Rieflin.

L’affiatamento e la precisione eccezionali della squadra incredibilmente disciplinata di Fripp ci hanno tolto di nuovo il fiato. Jakko Jakszyk era in forma vocale ancora migliore del solito e più di una volta ci ha ricordato, con la voce, la leggenda scomparsa Greg Lake, mentre con le sue acrobazie chitarristiche completava alla perfezione le frasi e gli assoli di chitarra di Fripp, sempre cronometrati in modo matematico. Tony Levin ha brillato ancora una volta al basso e al Chapman Stick, dando una mano anche con le armonie vocali di accompagnamento. Le sue linee di basso, grazie a un impianto audio davvero ottimo, si sentivano benissimo per tutta la serata. A fare un po’ più di fatica, stasera, è stato il sempre allegro sassofonista e flautista Mel Collins, che un paio di volte con il suo sax è andato fuori tempo entrando troppo presto, ma non glielo si può rimproverare. Proprio l’aggiunta del suo sax ha comunque arricchito parecchio alcuni classici del periodo successivo di questa leggendaria band. Il cupo e cinico «Cirkus» dall’album «Lizard» (1970) ha proseguito la serata dei classici, mentre il postapocalittico «Epitaph» dall’esordio dei King Crimson, che dal punto di vista vocale è sempre un boccone piuttosto duro ma in cui Jakko se l’è cavata egregiamente, è stato uno dei picchi dell’intera serata. Tra i brani tornati in scaletta dopo tanto tempo nel corso dell’attuale tour, stasera ci siamo goduti «Frame by Frame» e «Neurotica», tra i quali hanno infilato anche l’immancabile «Indiscpline», chiudendo così con successo il trittico di evergreen anni Ottanta. Testi e melodie vocali di tutti e tre i pezzi sono stati adattati al timbro e all’approccio canoro di Jakszyk, che sono parecchio diversi da quelli del suo predecessore Adrian Belew. Poi è toccato alla ballata eterea «Moonchild», che al posto delle improvvisazioni dilatate dell’originale ha proposto brevi parti soliste di tutti i membri della band. «The Court of the Crimson King», un altro dei picchi della serata, è stata suonata in pieno stile originale, compreso il motivo finale incentrato sul flauto. In un certo senso è ironico che Fripp ora pretenda dalla sua band esecuzioni di standard che, a parte i pezzi degli anni Ottanta e successivi, sono in totale sintonia con gli originali in studio, se pensiamo al suo passato di improvvisatore, quando già all’inizio degli anni Settanta durante i concerti stravolgeva completamente certi brani amatissimi. Poi è arrivata l’orgia a tre batterie intitolata «Drumzilla», quando la ‘mostruosa bestia batteristica a tre teste è uscita di nuovo dalla tana’ mettendo in scena alcune manovre di batteria e percussioni da mozzare il fiato. La martellante «Level Five» dall’album «The Power to Believe» (2003) è stata stasera il brano più recente di una band che dal 2003 non ha più registrato un nuovo album, anche se da un pezzo avrebbe abbastanza materiale inedito per l’impresa. Con l’indimenticabile evergreen «Starless» da «Red» (1974), che regala sempre un particolare climax ambientale, hanno chiuso, com’era prevedibile, la parte regolare di questo concerto drasticamente accorciato. A quel punto buona parte di noi si era già alzata dalle sedie, convinta che fosse finita, quando Fripp e compagnia ci hanno sorpreso tornando inaspettatamente sul palco. Come ‘premio di consolazione’ i ‘Re Cremisi’ hanno suonato anche «21st Century Schizoid Man», che nel tour attuale, nonostante sia il loro pezzo più riconoscibile, eseguono piuttosto di rado. Aspettarsi un altro bis era ormai ingenuo, visto che Fripp, le cui vere emozioni a fine show sono state di nuovo un enigma totale, aveva già fretta di infilarsi sotto le coperte, nel ‘mondo dei sogni’. Stasera sono saltati dalla scaletta, per esempio, brani che dal vivo si sentono di rado come «Cat Food», «Sheltering Sky», «Elektrik», «Islands» e «One More Red Nightmare», mentre tra gli evergreen ci sono mancati soprattutto «Easy Money», «Larks’ Tongeus in Aspic-Part II» e «Red». Nonostante il meteo estivo imprevedibile gli abbia tirato un brutto scherzo, i King Crimson non hanno lasciato a piedi i fan più fedeli nel cuore di Palmanova e hanno portato a casa lo show ridotto come si deve, esattamente come ci si aspetta da loro: tecnicamente superiore e ambientalmente ineguagliabile. L’impianto audio era sorprendentemente di qualità e tutti gli strumenti si sentivano bene per tutto il tempo, mentre le leggende del prog rock, a parte i già citati rari scivoloni al sax di Collins, erano l’immagine stessa di affiatamento e disciplina brillanti. Dopo che sembrava ormai che il concerto non ci sarebbe stato e che saremmo tornati in Slovenia senza la grande esperienza live che solo i King Crimson sanno regalare, di ciò che abbiamo sentito e visto siamo davvero più che soddisfatti.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Primož Novak


Scaletta:
1. Hell Hounds of Krim
2. Pictures of a City
3. Cirkus
4. Epitaph
5. Frame by Frame
6. Indiscipline
7. Neurotica
8. Moonchild (with cadenzas)
9. The Court of the Crimson King (with coda)
10. Drumzilla
11. Radical Action II
12. Level Five
13. Starless
—bis—
14. 21st Century Schizoid Man

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