Spandau Ballet e la riforma dei giorni d’oro della new romantic (2010)
Luogo: Zagabria / Dom sportova / Croazia
Data: sabato 27.02.2010
Nella pletora di reunion che “infestano” il presente del rock, con l’intento di risvegliare la nostalgia dei tempi ruggenti in cui l’inesperienza giovanile volava sulle nuvole della gloria, siamo arrivati alla fine della “fase di rinsavimento e atterraggio” anche per i rappresentanti forse più tipici dell’onda new romantic degli anni Ottanta. Spandau Ballet. Anche loro hanno venduto il proprio talento musicale con l’aiuto di una bellezza da “boyband”. Un’immacolatezza che hanno rafforzato con passi scaltri attraverso l’immancabile mascherata “glam-trucco”, che però non ha mai coperto la sensazione di eleganza altissima e di fascino signorile di questa band, tipica rappresentante dell’era della new wave anni Ottanta.
La richiesta di concerti per la formazione di nuovo riunita, con la line-up originale, che per la prima volta dopo lo scioglimento di 19 anni prima è risalita sui palchi del Regno Unito nell’autunno 2009, dimostrava che la gente non si era ancora dimenticata del “rock da balletto”. Per dire, la O2 di Londra la band l’ha sold-out in appena 20 minuti. Un’arena che comunque è più grande della media dei palazzetti sloveni e regge una capienza di 23.000 persone.
Be’, il vecchio continente europeo non è la Gran Bretagna. Gli Spandau Ballet decidono di portare il tour “The Reformation” anche negli altri paesi europei e così li aspettiamo non a Lubiana, ma a Zagabria. Dopo 21 anni da quando si sono esibiti per la terza e ultima volta a Lubiana. E la vista? Verso le otto di sera le tribune erano belle piene. Fino al 70% dei posti disponibili. Più posti comunque non li hanno aperti. Quindi i posti a sedere erano in pratica del tutto pieni. La ragione dell’assalto alle tribune stava nella differenza di prezzo dei biglietti. Il biglietto per il parterre costava 50,00€, quello per la tribuna 7,00€ in meno. Eppure anche il parterre si riempiva di minuto in minuto, tanto che la grande sala del Dom sportova, alle otto e mezza, quando gli Spandau Ballet sono esplosi sul palco, era un vero luna park, che aspettava febbrilmente i suoi trovatori.
Il pubblico è invecchiato insieme agli Spandau Ballet. Le annate di nascita tra il 1960 e il 1980 e la sezione aurea del 1970 hanno portato la maggior parte dei fan della band fin dai tempi dell’adolescenza. Un telone grande quanto l’altezza e la lunghezza della struttura del palco, su cui veniva proiettato un breve film biografico sulla band, nei primi minuti nascondeva la vista del palco. Tutti gli occhi erano puntati su quel telone e seguivano i fotogrammi dei filmati d’archivio degli Spandau Ballet. Come da copione, dalla parte femminile del pubblico è subito partito qualche sospiro profondo. Il sipario è sparito all’improvviso e davanti ai presenti si è stagliata la visione del celebre quintetto, in posizione tutta in primo piano sul palco e con la scarsa illuminazione di qualche “lucina” di servizio! Il pubblico è in shock! Nella sala esplode una reazione fragorosa!
L’inizio non poteva essere più studiato. Gli Spandau Ballet ci hanno sparati dritti all’inizio della loro carriera con gli hit To Cut A Long Story Short e Freeze. Un mix di rock, punk, con un pizzico di suoni di sintetizzatori primitivi e una base ritmica da ballo “alla Gary Glitter, tum-tum”. La base del synth pop o new romantic. Le figure del principale autore e chitarrista della band Gary Kemp dietro alle tastiere, e del percussionista e sassofonista Steve Norman alla chitarra, attiravano più attenzione di tutte, perché non li vedi suonare tutti i giorni le tastiere (Kemp) o la chitarra (Norman). In realtà, in questo modo gli Spandau Ballet hanno evocato a Zagabria i primi passi della loro carriera musicale. Di conseguenza, questo clima iniziale era alimentato anche dall’illuminazione del palco, volutamente debole e minimale.
I ragazzi in abito da festa, sempre accompagnati dal fascino di una grande eleganza e dal gusto per l’abbinamento estetico di recitazione scenica, spettacolo e moda di abiti costosi (buongiorno Bryan Ferry!) , hanno preso le loro posizioni abituali sul palco solo al terzo pezzo, Hghly Strung. Un brano con un riff di chitarra in evidenza nella strofa, e un brano che ha confermato (tra una dozzina di altri) lo spostamento della band verso acque pop rock, con un’aggiunta sempre più frequente di una leggera acconciatura soul, soprattutto per il timbro e lo stile di canto di Tony Hadley. Qui il palco è stato inondato da una luce piena con sfumature e giochi birichini di fasci di riflettori nelle tonalità prevalenti di blu, verde e bianco.
La band è scafata. Ti incanta con sicurezza e autostima. I ragazzi sono unici nel fondere recitazione scenica e brillantezza dell’esecuzione stessa del materiale. Tony Hadley, che non ha nascosto di essersi guadagnato un bel doppio mento negli anni di assenza dalla band madre, è ancora un cantante eccellente, oltre che un seduttore che sa come soffiare sull’anima delle signore. Con il contatto con il pubblico, con sguardi negli occhi ben collaudati e un sorriso contagioso, ha abbattuto senza fatica la barriera verso la platea e ha bussato ai cuori viziati ed esigenti di tutte le ragazze, damigelle o compagne di vita. Il piacere di navigare nel sacco di emozioni di un’atmosfera romantica spesso sognante, ulteriormente rafforzata dal sassofono erotico di Steve Norman, si legava al canto corale dei ritornelli dei classici Only When You Leave, I’ll Fly For You, Round And Round, Through The Barricades, Lifeline, Chant No 1, True e soprattutto, nel bis, a Fight For Ourselves e al brano che conoscono anche tutti quelli che ancora non sanno che lo eseguono gli Spandau Ballet, tanto è sempreverde. Gold!
I fratelli Martin e Gary Kemp mostravano senza vergogna una fronte alta qualche centimetro in più, guadagnata negli ultimi 20 anni. Anche oggi entrambi i Kemp sono agili animali da palco, ma naturalmente Gary si prendeva l’attenzione più del fratello, quando alcune volte, soprattutto nei finali, si lanciava in assoli insieme ai sassofoni di Steve Norman. Niente di esagerato, ma con l’intento giustamente dosato di variare l’atmosfera del palco! Uno di questi è stato il lungo finale di I’ll Fly For You, che ha ricordato che gli Spandau Ballet non sono solo un quintetto noto per il successo commerciale, ma soprattutto, in senso musicale, ottimi strumentisti.
Il profumo di sentimento dei bei tempi degli anni Ottanta e, proprio per questo, di una nostalgia scoppiettante l’ha evocato soprattutto il classico Round And Round. Soprattutto grazie alla proiezione del film sull’enorme schermo sul fondo, che durante l’esecuzione del brano sciorinava immagini della band all’apice della carriera negli anni Ottanta.
Lo scorso ottobre gli Spandau Ballet hanno rafforzato il loro ritorno sulla scena con il nuovo album “Once More” (2009). Qui hanno proposto, in arrangiamenti un po’ rivisti, gli hit classici e anche altri brani da studio “meno noti” degli album usciti negli anni Ottanta. In questa edizione speciale, che hanno già a casa soprattutto tutti i veri fan della band, hanno inserito anche due brani del tutto nuovi. Uno di questi, cioè Once More, l’hanno suonato anche a Zagabria. Nonostante sia nato vent’anni dopo, non si poteva fare a meno di sentire che gli Spandau Ballet anche nei tempi nuovi respirano ancora gli anni Ottanta, a pieni polmoni. Versioni più sottili degli originali le hanno avute anche i brani dagli arrangiamenti “allentati” Love Like Diamond e, a seguire, soprattutto la coppia da “Parade” Always In The Back Of My Mind e With The Pride. Durante quest’ultimo sul palco sono rimasti solo Gary e Tony. La chitarra acustica in mano a Gary faceva intuire che dietro l’angolo c’era il superhit Through The Barricades. E infatti. Nella prima parte dell’esecuzione di questo hit sul palco c’erano ancora solo il cantante e il chitarrista, poi pian piano sono entrati in scena anche gli altri membri della band. Il vero salto d’atmosfera l’ha dato il cambio del motivo conduttore sul verso “Oh, turn around and I’ll be there…”, dove il blu da cabaret è stato sostituito da un vero lampo di luce nella sala, sostenuto da un colpo unico del quintetto, che ci ha portati incontro a una nuova atmosfera e a un seguito dinamico e movimentato del pezzo. Sono i momenti che dimostrano che gli Spandau Ballet sono maestri abili, che sanno sfruttare ogni occasione offerta e girarla a favore di un teatro di scena e di un divertimento più profondi.
Hadley in una delle pause si è sciolto e si è scusato con il pubblico, che ha dovuto aspettare più di 20 anni perché gli Spandau Ballet tornassero su questi palchi, in questa loggia! Tony ha cantato in modo fenomenale. Nei momenti in cui la band mostra la sua forza nell’infilare figure sonore compatte, melodicamente rifinite, dal suono naturale, la sua voce è particolarmente seducente e intensa nella sensualità. Ha incoronato il suo talento e il suo carattere di figura da palco in ogni momento con movimenti studiati sul palco e un canto sentito, in cui non ha tralasciato il marchio, tutto suo, delle incisioni di articolazioni soul. Proprio questo definisce in particolare il suo approccio vocale inconfondibile. Un po’ di guai glieli ha dati il caldo che si sprigionava sotto i riflettori. Il sudore gli colava dal viso a fiumi e il tipo ha dovuto asciugarsi più volte per bene gli occhi, in cui il sale bruciante si insinuava senza pietà. A fine concerto ha ricevuto dal pubblico un pacchetto di fazzolettini e li ha usati pure in modo teatrale, scatenando salve di risate nella sala.
Gli Spandau Ballet hanno fatto salire l’intensità soprattutto nella seconda parte, martellando hit dopo hit. Quando sono tornati sul palco e hanno fatto alzare il pubblico con Fight For Ourselves, era chiaro perché John Keeble si porti alle spalle un gong gigante. Nel finale del pezzo il matto ha quasi fatto cadere il gong dal supporto, tanto si era immedesimato nel picchiarci sopra. Tony Hadley ha presentato il fantasista Keeble come “Mr. Yankeeman”, probabilmente perché è l’unico del quintetto a salire sul palco in “jeans”. Keeble ha continuato lo show sdraiandosi, dopo la fine di Fight For Ourselves, sui gradini che portano alla pedana della sua batteria e lì è rimasto immobile nella parte iniziale e calma di Gold, finché Gary Kemp non gli ha chiesto: “John? Sei ancora vivo?”. L’esecuzione di Gold ha ovviamente evocato un capitolo a parte. Ci si è unita fragorosamente, per l’ultima volta nel concerto, tutta la sala. Gli effetti extra alle percussioni, per i quali a Norman sarebbero serviti almeno un altro paio di braccia, li tirava fuori alle tastiere un tastierista aggiuntivo.
La band ha offerto un suono di primissimo livello e uno spettacolo da palco di primissimo livello, confermando così di non aver rinnegato in nulla l’origine delle sue radici musicali, come la tratteggia l’opus degli anni Ottanta. Senza una sbavatura. Anche il palco riprendeva con nostalgia elementi delle scenografie usate negli anni Ottanta. Pedane aggiuntive, scalini, ringhiere. Tre quarti d’ora e passa di convivialità piena con i più grandi hit degli Spandau Ballet hanno raggiunto lo scopo. Hanno confermato che gli Spandau Ballet sono come il buon vino, che con gli anni matura e diventa sempre meglio.
Più anni Ottanta di così non si può. Con quello che ci hanno mostrato ci hanno dipinto un barlume di struggimento nascosto, a cui ci legano ancora vividi i ricordi di vent’anni fa. L’illusione per un attimo è diventata realtà! Gli Spandau Ballet sono risorti ancora una volta, come la fenice dalle ceneri sul rogo dell’eredità degli anni Ottanta. Il tempo, per gli Spandau Ballet, si è dunque fermato. Giravolte da balletto perfette, avvolte nel filo di seta della reunion di un’epoca di giorni lontani. Un’epoca che prende vita solo quando, insieme a lei, prende vita la magia da palco degli Spandau Ballet. Speriamo il più spesso possibile.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Bojan Horvat
Scaletta:
1.To Cut a Long Story Short
2. The Freeze
3. Highly Strung
4. Only When You Leave
5. I’ll Fly For You
6. How Many Lies
7. Virgin
8. Love Like Diamond
9. Once More
10. Round and Round
11. Always in the Back of my Mind
12. With the Pride
13. Through The Barricades
14. Instinction
15. Communication
16. Lifeline
17. Chant No. 1/Paint Me Down
18. True
—bis—
19. Fight For Ourselves
20. Gold












