Facelift

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Autore: Urban Bolta

Artista: Alice In Chains
Etichetta: Columbia Records
Uscita: year
Durata: 54:15
Voto: 4/5

Alla fine degli anni Ottanta in America stava per esplodere una nuova direzione musicale: il mercato era stufo delle mascherate glam rock e dei ritornelli su vita facile e sesso, e anche per l’heavy metal gli anni d’oro stavano finendo. Dall’alternative rock della seconda metà degli Ottanta, sotto l’influenza di gente come Sonic Youth, Pixies o Neil Young, a Seattle si stava preparando un boom enorme, chiamato grunge, che toccò il suo apice all’inizio dei Novanta con milioni di copie vendute da band come Pearl Jam, Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Stone Temple Pilots.

Nello spirito e nel clima di quegli anni, anche gli Alice in Chains hanno iniziato il loro cammino spinoso. Il chitarrista Jerry Cantrell ha invitato nella sua band il cantante Layne Staley, e così è partito un percorso musicale di successo lungo un decennio e mezzo, purtroppo lastricato di droga e legato a doppio filo alla dipendenza. Né Cantrell né Staley erano dei novellini del giro, i pezzi nuovi nascevano in fretta e i demo promettenti li hanno portati fino alla gigantesca Columbia Records, dove nel 1990 è uscito l’esordio “Facelift”.

“Facelift” è quindi arrivato prima del grande boom del grunge, e forse proprio per questo è il loro album più particolare. Gli AiC stanno ben piantati nel territorio metal, i membri della band in passato avevano suonato in varie formazioni metal, e si sente: riff pesanti e altre caratteristiche che in fondo li piazzano tra le band metal. “Facelift” è un disco dal suono di transizione, il più duro che abbiano fatto, in cui hanno fuso l’heavy metal degli anni Ottanta con il nuovo stile dell’alternative rock; l’evoluzione successiva della scena di Seattle li avrebbe poi spinti verso acque un filo più morbide, più vicine ai tratti tipici del grunge. Ma le loro radici non le hanno mai dimenticate.

L’album si apre con “We Die Young”, con un riff centrale pesante come il piombo e la voce aggressiva di Staley, e subito dopo arriva “Man In The Box”, diventata il più grande successo del disco. Staley si lancia in sperimentazioni vocali, i suoi sfoghi e la ricerca di sé stesso sono tra i tratti dominanti dell’esordio degli Alice in Chains. Ad appoggiarlo c’è sempre la seconda voce di Jerry Cantrell, ma non per forza in armonia: spesso entra un canto a due voci con un leggero sfasamento, che funziona come un’eco e crea un’atmosfera tutta sua, sognante e malinconica. È un elemento che gli AiC hanno coltivato con cura per tutta la carriera e che ancora oggi li accompagna. La morbosità e i brividi lungo la schiena di “I Can’t Remember” nascono da un tempo estremamente lento, dal già citato ruolo vocale di Staley, che sulle ali della dipendenza vola fino al limite degli sfoghi patetici, e da un lavoro di chitarra ottimamente studiato su toni accordati bassi. In “Love, Hate, Love” tutti gli elementi tipici dell’esordio degli AiC emergono in modo netto e danno vita a uno dei brani più possenti e mistici della band: è la prova diretta dell’arrivo del grunge nella loro anima e avrebbe potuto benissimo essere uno dei vessilli del genere, invece è rimasto ignorato. “It Ain’t Like That”, con il suo canto armonico, porta un po’ di melodia, una qualità per altro poco tipica degli AiC. La seconda parte dell’album rimane un po’ indietro, non ha sfornato nessun hit e, diciamolo, la funkeggiante “I Know Somethin (‘Bout You)”, rispetto alla grandezza della prima metà, non merita proprio nulla.

L’autore della maggior parte dei pezzi è Jerry Cantrell, mente della band e uno dei più grandi chitarristi dei Novanta. La sua filosofia si basa sul creare un riff centrale attorno al quale si intreccia la canzone. Nonostante una tecnica invidiabile, gli assoli sono più l’eccezione che la regola, e la loro rifinitura sfuma in un attimo, perché il punto della musica degli AiC è costruire un’atmosfera (depressiva) e le doti tecniche del singolo non sono centrali. La sezione ritmica con il batterista Sean Kinney e il bassista Mike Starr è presente e potente, ma è proprio la chitarra di Cantrell a soffiare sul disco quell’atmosfera inquietante e così caratteristica, ispirata all’era Ozzy dei Black Sabbath, ed è per questo che gli Alice in Chains finiscono spesso tra i preferiti dei fan delle marce metalliche. Il lato metal del suono AiC non soffre del tipico suono punk degli inizi del grunge (come per band tipo Green River o Mudhoney); l’eccezione è “Real Thing”, dove il tempo più veloce, la batteria più dinamica e la voce urlata di Staley ne odorano da lontano. Nell’insieme dei dodici pezzi c’è qualche alto e basso: oltre ai picchi ci sono anche un paio di brani in cui la band stava ancora cercando la sua strada, il classico sintomo dell’inizio di quasi ogni percorso musicale.

“Facelift” è l’inizio della storia di successo degli Alice in Chains, un album che cattura con grande efficacia lo spirito di un’epoca in cui il clima grunge ha soggiogato una band di impronta heavy metal. Ha tirato fuori dall’anonimato un duo carismatico che avrebbe dettato le linee musicali della prima metà dei Novanta: il maestro della chitarra Jerry Cantrell e l’originale talento vocale Layne Staley. Con l’esordio, i ragazzi di Seattle hanno avvisato le masse hard rock e heavy metal che il grunge stava arrivando, e col disco di platino sono stati i primi grunger a uscire dal sottosuolo. Per questo successo ha avuto un merito anche MTV, che trasmettendo il video di “Man in the Box” ha influito in modo decisivo sulla richiesta dell’album. Con l’uscita di “Facelift”, però, i trionfi della musica grunge erano appena cominciati…

Formazione

Layne Staley – voce
Jerry Cantrell – chitarra, cori
Mike Starr – basso
Sean Kinney – batteria

Produzione

Peter Fletcher

Tracklist

1. We Die Young
2. Man In The Box
3. Sea Of Sorrow
4. Bleed The Freek
5. I Can’t Remember
6. Love, Hate, Love
7. It Ain’t Like That
8. Sunshine
9. Put You Down
10. Confusion
11. I Know Somethin (‘Bout You)
12. Real Thing

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