Bang Your Head!!! 2019 (secondo giorno) – quando gli Steel Panther entrano dalla porta di servizio
Location: Balingen / Messegelände (Volksbankmesse) / Germania
Data: venerdì, 12.07.2019
Il secondo giorno del Bang Your Head di quest’anno non ha esaudito le silenziose preghiere di essere risparmiati dal maltempo che, in modo spietato, ci aveva accompagnato per buona parte del primo giorno. Anzi. La pioggia ha cominciato a cadere già prima dell’inizio del programma di giornata, così siamo entrati di fatto nel giorno più bagnato dell’edizione di quest’anno di questo festival fantasma.
Alle undici e mezza, infatti, è partito il botto sul palco principale, occupato dai padroni di casa Traitor di Balingen. Il quartetto, in cui il compito di cantante tocca al batterista Andreas Mozer, cosa tutt’altro che semplice nel (revival del) thrash metal, l’anno scorso ha partorito il suo quinto album in studio, «Knee-Deep in the Dead», che ha presentato anche piuttosto ampiamente al pubblico. Sul palco di casa, insomma. Non serve certo un indovino per capire che la band porta avanti la storia della tradizione tedesca del thrash metal teutonico: si sentono spinte che tirano ora verso i Sodom, ora verso i Kreator, insomma il buon vecchio thrash suonato secondo i dettami di una guardia giovane e potente. In prima linea si è preso la scena anche il bassista Lorenz Kandolf, che ha distribuito tra il pubblico qualche birra «volante» e ha avuto in generale il lavoro più duro, con quel continuo andirivieni per l’immenso palco durante il concerto. Fino in fondo. Sicuro e coinvolto. È curioso che, più tardi, nel tardo pomeriggio, anche gli eventi nella sala siano stati aperti dai loro amici di genere e connazionali Dust Bolt, ma ne parliamo tra poco. Una bella detonazione d’apertura dal palco principale per il secondo giorno di festival, insomma.
Come secondi della giornata sono saliti sul palco dei veri veterani. Picture, a cui è rimasto appiccicato anche il soprannome di Saxon olandesi. I Picture, in attività, nero su bianco, dal 1979, con due lunghe pause nel mezzo, si presentano oggi con una formazione molto vicina all’originale, un quartetto composto da: Ronald van Prooijen (voce), Jan Bechtum (chitarra), Rinus Vreugdenhil (basso) e Laurens Bakker (batteria), affiancati dal vivo dal chitarrista aggiuntivo Appie de Gelder. La band festeggia i (buoni) 40 anni di attività, che l’anno scorso ha coronato con uno speciale documento live, e il repertorio al Bang Your Head è stato una sorta di versione ridotta dell’album dal vivo. Questi ragazzi sono praticamente i bisnonni del metal, su questo non ci piove. Un dinosauro tornato in vita. La maggior parte dell’attenzione se l’è presa senza dubbio il carismatico cantante Ronald van Prooijen, con un look «velenoso» da vecchia scuola, a cui non mancava un tocco di barocco ricercato. L’esibizione dei Picture va considerata una delle esclusive del cartellone di quest’anno di questo stimato festival, che, vista la fama e la reputazione del festival, ne ha avute meno di quanto ci si potesse aspettare o augurare. I Picture hanno confermato lo status di leggende e hanno sparso una bella manciata di classici della loro longeva carriera, con l’accento atteso sul materiale dei primi tre album «Diamond Dreamer» (title track, Lady Lightning, You Are All Alone, Night Hunter), poi sul secondo album «Heavy Metal Ears», da cui sono arrivate Unemployed, la title track, Nighttiger, mentre l’esordio «Picture 1» ha portato Bombers, Get Back Or You’ll Fall e, in coda, dal titolo quanto mai significativo, You Can Go. Bel concerto: a Ronald si sente una leggera usura, ma la vecchia volpe ha portato a casa le parti vocali in modo del tutto corretto. Soprattutto con la routine di chi ne ha viste tante. Anche le linee più impegnative. Una band che ha suonato un sacco, e si sente subito, e che non ha bisogno di dimostrare niente. Quando li vedi emanano un magnetismo e concludi semplicemente: «Leggende!» Un omaggio, insomma, a una delle formazioni heavy metal più longeve dei Paesi Bassi.
Enforcer, terzi in scaletta nel secondo giorno, i cosiddetti alfieri svedesi della scena NWOTHM (la «T» sta per tradizionale), li avevamo visti per l’ultima volta al BYH come quintetto. Era il 2010. Beh, quasi dieci anni dopo la band si è presentata come quartetto, con il cantante Olof Wikstrand passato anche alla chitarra ritmica. Il gruppo ha in tasca il nuovo e quinto album in studio «Zenith» e funziona con un lead guitarist completamente nuovo, il baffuto Jonathan Nordwal. Anche se Olof è incollato al microfono, resta sempre molto agile, corre in lungo e in largo per il palco incitando i compagni e facendo salire la temperatura del pubblico. Sfrutta con abilità anche la passerella, senza dimenticarsi di tornare in tempo all’asta del microfono, perché deve attaccare la voce principale. Il tipo rimane incredibilmente coinvolto e pieno di energia. Straborda di carica, e in fin dei conti sono proprio la sua energia e il suo carisma a reggere in piedi questa formazione, che si appoggia sulle leve della vecchia scuola del metal nata in Gran Bretagna 40 anni fa, ma nella musica degli Enforcer si sentono anche influssi della vecchia, ossuta scuola dello speed metal americano. Una band che non riesce a deludere e che porta sempre anche un’ottima festa. Va tenuto presente che negli ultimi anni il budget dell’organizzatore si è assottigliato parecchio, e gli Enforcer sono quel gruppo comodo che non chiede molto ma suona sempre un concerto stupendo. Quest’anno questo «risparmio» si è fatto sentire parecchio nel cartellone. Gli Enforcer hanno portato materiale da tutti e cinque gli album, con l’accento su «Zenith» (2018) e sul predecessore «From Beyond» (2015), e hanno suonato i seguenti pezzi: Die For The Devil, Searching for You, Undying Evil, From Beyond, Zenith of the Black Sun, Live for the Night, Mesmerized By Fire, Scream of the Savage, Take Me Out Of This Nightmare, Destroyer, Midnight Vice.
Un quarto d’ora prima delle tre sono saliti sul palco gli ungheresi Ektomorf. Durante il loro concerto per qualche istante è uscito perfino il sole. Gli Ektomorf hanno proposto una specie di riepilogo di ciò che il giorno prima, al festival, avevano rappresentato i Soulfly. Il quartetto, in attività da oltre 25 anni e con ben 14 album in studio all’attivo (l’ultimo, «Fury», è uscito l’anno scorso), è una squadra affiatata ed esperta. Il cantante e chitarrista Zoltan Farkas è la figura centrale: si occupa delle voci rabbiose, degli assoli principali e in generale occupa più spazio di tutti sul palco. Nei discorsi al pubblico usa trucchi simili al suo evidente modello Cavalera, cioè non è particolarmente perspicace, ma del resto anche il mix di thrash metal, groove metal e nu metal che sta dietro al gruppo non richiede chissà quale profondità intellettuale. Il concerto è stato eseguito a un livello energetico alto; a rovinare un po’ l’atmosfera c’era la figura dell’operatore che si aggirava di continuo sul palco e, con lo smartphone infilato su un «prolungamento» a bastone (da antenna), sgusciava da un membro all’altro dando l’impressione di essere un turista thailandese insaziabile che ha appena comprato il nuovo «giocattolo» tecnologico della Sony e deve assolutamente provarlo subito. In effetti il concerto ne ha perso in fascino. Per il resto, dal punto di vista esecutivo, come si dice, la band suona a un livello davvero alto, non si concede errori, tra i compagni non ci sono incognite, e funziona come una macchina ben oliata che sa esattamente come servire la situazione anche su un palco enorme. Gli Ektomorf sono comunque ospiti frequenti del Bang Your Head e tra le band che si esibiscono qui si sono ormai guadagnati subito il loro numero di inventario.
Poco prima delle quattro del pomeriggio sono balzati sul palco i Beast In Black, fondati non molto tempo fa dal chitarrista Anton Kabanen dopo l’addio ai Battle Beast. In quattro anni di attività la band ha fuori due album, «Berskerker» (2017) e «From Hell With Love», uscito quest’anno. Finlandesi. Quello che Kabanen ha imparato con i Battle Beast lo ha trasferito con parecchia furbizia nella filosofia e nell’opera della sua nuova band. Ha incrociato con astuzia il power metal con il pop, anzi, ha ripreso le melodie dalle canzonette pop degli anni Ottanta e le ha rivestite con abilità nella ricetta dell’heavy metal finlandese. La band è composta da musicisti eccellenti. Tecnicamente affilati fino all’osso, e in testa c’è l’incredibile urlatore greco Yannis Papadopoulos, che picchia sulla quinta ottava con una leggerezza da piuma. Voce esplosiva e penetrante. Evidentemente i Beast In Black sono una nuova storia di successo in ascesa. Le melodie hanno fatto presa sul pubblico, la folla era visibilmente carica e se la cavava bene anche con i cori dei ritornelli. Nella band c’è anche l’infernale chitarrista solista Kasperi Heikkinen, che tre anni fa avevamo visto qui quando suonava ancora con i Dirkschneider. Un’esibizione ben studiata. A Yannis manca un po’ più di carisma, che compensa con un’eccellente tenuta vocale, e in ogni caso la band conquisterà in un attimo gli amanti del metal delle generazioni più giovani, perché i Beast In Black sono un abile uovo di cuculo piazzato nel nido, che non porta nessuna novità, ma solo una sostanza musicale riconfezionata con grande furbizia. Riscaldata e servita in una confezione nuova, con un contenuto fin troppo noto. Sul palco la band ha offerto un’esibizione ben studiata, con uno sfruttamento abile dello spazio, sempre schierata in linea spalla a spalla, durante End of The World perfino in una linea da quattro. Insomma, dietro questa squadra ci sono uomini di esperienza e di sicuro arriveranno ancora più in alto. Con un’orecchiabilità musicale così, quasi certamente.
Alle cinque abbiamo avuto un altro evento esclusivo. L’esibizione delle grandi leggende del metal americano! Il concerto della band di culto Cirith Ungol. Il passo di alta montagna dell’ovest di Mordor, sorvegliato dalla gigantesca ragna Shelob? Anche, se volete. Epic doom e heavy metal? Qualcosa che ancora calpesta il pianeta dopo lo scioglimento dei Manilla Road. Di fatto una band che ha iniziato la carriera all’inizio degli anni Settanta e che tra il 1981 e il 1991 ha pubblicato quattro album indimenticabili, tra i quali il più apprezzato è senza dubbio «King Of The Dead». Come se mi avessero ascoltato, i Cirith Ungol hanno aperto il concerto con la velenosa Atomic Smasher. Epica e cruda da far paura, col tocco della mano distruttrice di un destino nero che non lascia superstiti. Tim Baker urla ancora alla grande. È una statua da palco perlopiù immobile, che durante il concerto però si muove eccome, anche fino alla passerella, ma spesso lascia l’iniziativa al chitarrista Jim Barraza, seguito dal giovane scalmanato e nuovo bassista Jarvis Leatherby (Night Demon). Ci sono poi i due membri originali, il batterista Robert Garven e il chitarrista Greg Lindstrom! Una formazione quasi classica, o meglio, quella che vuoi semplicemente avere sul palco. La band avrebbe potuto suonare senza problemi tutto l’album «King Of the Dead», visto che sono passati 35 anni dall’uscita, ma ha deciso di portare una scaletta mista, alla quale comunque non manca niente. Classico dopo classico, i peli si rizzavano ed era fantastico vedere un quintetto venuto solo per suonare e godersela, senza un briciolo di orpelli scenici e pompa. Senza istigare il pubblico. Tim Baker (la tenuta della sua voce nel 2019 era la più grande incognita prima del concerto) ha semplicemente urlato per tutto il concerto. Come un carro armato i leggendari Cirith Ungol hanno portato avanti inarrestabili i loro 55 minuti di show, evocando una vera magia. Proprio il concerto per cui viene il nostalgico della vecchia scuola. Un suono tagliente, minaccioso, grasso e implacabilmente tonante, ottimo interplay dove l’iniziativa era di Barraza, missione vocale più che dignitosa di Tim Baker, mentre Robert Garven resta veloce e preciso alla batteria. Una band che con la stregoneria dei suoi quattro album di culto ha regalato uno dei momenti migliori del Bang Your Head!!! di quest’anno e che, come detto più volte, ha rievocato il ricordo dei sepolti Manilla Road. I Cirith Ungol hanno suonato questa scaletta: Atom Smasher, I’m Alive, Join the Legion, Blood & Iron, Black Machine, Frost & Fire, Master of the Pit, King of the Dead, Cirith Ungol, Paradise Lost.
Durante l’esibizione dei Cirith Ungol ha cominciato a rimbombare anche la sala della Volksbankmesse, dove gli eventi al coperto sono stati aperti dai bavaresi Dust Bolt. I Dust Bolt quest’anno festeggiano 12 anni di attività e hanno in tasca ben cinque album in studio. L’attuale «Trapped In Chaos» è uscito all’inizio di quest’anno. Logicamente la band ha messo più energia nella sua presentazione. I Dust Bolt avevano già conquistato tutti con l’esibizione dell’anno scorso al Metaldays. Revitalisti volanti del thrash metal teutonico. Beh, sì. Rispetto a tutta l’orda di thrash metal tedesco dei loro connazionali, i Dust Bolt si appoggiano più nettamente alle influenze del thrash metal della Bay Area, anche se naturalmente non sfugge l’affinità con l’impostazione teutonica, dove senti ogni tanto qualche trucchetto del buon vecchio Kreator. La band è decisamente dentellata e appuntita. La scena al coperto gli è piaciuta, il palco era pieno. Sono esplosi. Di fatto una band che serve una festa ad altissimo numero di ottani; ai ragazzi non manca la dinamite e chi voleva davvero spaccarsi la testa è stato decisamente accontentato durante l’esibizione dei Dust Bolt.
Finalmente è arrivato anche il momento dell’ora di death metal. Della scuola di Göteborg. Cioè quello melodico. Ecco i nostri vecchi, cari amici Dark Tranquillity. Vecchie conoscenze dei palchi sloveni, come pure di quelli di Balingen. Fondatori della scuola di Göteborg del death metal melodico. Di fatto una band davanti alla quale oggi ti inchini già solo per la sua perseveranza e la sua intransigenza di genere. Il cantante Michael Stanne e il batterista Anders Jivarp, due vecchi compagni dei Septic Broiler, sono oggi gli unici membri originali della formazione. La band ha tanti chilometri sulle spalle ed è rappresentata anche da musicisti estremamente esperti. Il tastierista Martin Brändström, poi Anders Iwers, degli Avatarium ed ex bassista dei Tiamat, mentre dal 2017 la band si affida a due chitarristi, il cui status di membri a pieno titolo non è ancora chiaro. Il primo è Johan Reinholdz, che suona la maggior parte degli assoli, il secondo Christopher Amott, cofondatore degli Arch Enemy e degli Armageddon. Insomma, con un sestetto non si scherza. Di norma ai nostri incontri con loro i Dark Tranquillity hanno sempre brillato con ottime esibizioni, con l’eccezione di quando non gli hanno preparato un suono abbastanza buono. Anche stavolta ha tuonato come si deve. Il cielo si è fatto inferno e l’inferno è sceso sulla Terra. Stanne ha stregato col suo carisma e con un ottimo growl, mentre la band era impeccabile e compatta. In effetti i Dark Tranquillity hanno fatto di nuovo in modo che verso la fine del concerto nuvole scure e pesanti si addensassero parecchio e iniziasse a venire giù il diluvio. Questa sfortunata pioggia da lì in poi non è più calata, fino al giorno dopo. L’accento nel repertorio sulla presentazione dell’album attuale «Atoma» (2016) è stato accompagnato da classici degli apprezzati album «Damage Done» e «Fiction»: The Treason Wall, Monochromatic Stains, Terminus, Misery’s Crown. Nella parte finale ha acceso l’atmosfera il classico di «Character» Lost To Apathy, come pure l’unico pezzo degli anni Novanta, Therein (album «Projector», 1999). I Dark Tranquillity sono stati dunque per il Bang Your Head un «corpo estraneo di genere», ma proprio questa scossa con band estreme è graditissima, perché rompe la monotonia, attira al festival un pubblico misto e rafforza la varietà. Il secondo giorno aveva proprio bisogno di quest’ora di aggressività abbondante, oscurità e rovina! Una prestazione impeccabile delle leggende di Göteborg!
Anche nel programma del secondo giorno del festival c’erano parecchie sovrapposizioni spiacevoli e ingrate tra le band. A rimetterci stavolta sono stati anche i campioni svedesi del progressive metal oscuro Evergrey, perché la maggior parte del tempo della loro esibizione l’abbiamo dedicata ai Dark Tranquillity. Gli Evergrey hanno aperto il concerto con il risveglio, avvolto da una fitta nebbia, dell’album «The Atlantis», da cui hanno suonato all’inizio due pezzi, A Silent Arc e l’incredibilmente orecchiabile Weightless. Al comando del concerto c’era Tom Englund. Cantante e chitarrista carismatico. Per fortuna lo stile cupo del gruppo si presta a meraviglia a sopportare la staticità sul palco del quintetto durante il concerto. Purtroppo il gruppo non è stato l’unico che non siamo riusciti a vedere per intero, ma quello che hanno portato era, naturalmente, perfezione. Englund non ha nemmeno grossi problemi a fare contemporaneamente il cantante principale e il chitarrista. Canta come un usignolo. Un cantante davvero straordinario. La band ha suonato questa scaletta: A Silent Arc, Weightless, Distance, Passing Through, Leave It Behind Us, My Allied Ocean, A Touch of Blessing, King of Errors.
Un’ora e dieci minuti di tempo a disposizione l’hanno avuta invece le leggende svizzere dell’hard rock Krokus. Si erano esibiti anche l’anno scorso a questo festival e a Balingen in generale già parecchie volte prima. Il pubblico li stima moltissimo e il parterre davanti al palco era stipato di zii brizzolati vestiti di jeans e decorati con le toppe dei loro gruppi preferiti. Birra in mano d’obbligo, e azione. I Krokus avevano promesso una scaletta da vecchia scuola. Beh, rispetto a questa dichiarazione di concerto tanto atteso, il gruppo è comunque rimasto un po’ in debito con la promessa. Le cover di Big Rocks, Mighty Quinn e Rockin’ In A Free World, sono assolute ladre di tempo, visto che già nell’esibizione dell’anno scorso al Bang Your Head la band aveva presentato abbondantemente l’album di cover «Big Rocks».. Anche al posto della «più recente» Hoodoo Woman, l’ascoltatore avrebbe preferito sentire qualche classico degli anni Ottanta. Comunque la band si è riscattata con i classici degli album «Metal Rendez-vous» (Heatstrokes, Fire, Bedside Radio ), «Hardware» (Easy Rocker, Winning Man), Headhunter (title track, Eat The Rich), «Heart Attack» (Rock ‘N’ Roll Tonight), «One Vice At A Time» (Long Stick Goes Boom, dove Storace, come previsto e come al solito, ha fatto roteare in modo infuocato il suo «bastone allungato»). La squadra è composta dai chitarristi Fernando Von Arb, Mark Kohler e Manfred «Mandy» Meyer, che ha fatto assoli come un matto, e gli altri due chitarristi ne hanno approfittato con zelo, «attaccandosi» a lui. Oltre al roteante Marc Storace, onnipresente su tutto il palco, che ha cantato in modo molto esemplare, anche se le corde vocali consumate gli impediscono a tratti di spingersi verso le note più alte, i Krokus li regge una sezione ritmica altamente pulsante, solida e dritta, anche forte ed esplosiva per gli anni maturi sul palco, di blindata compattezza, con ritmi civettuoli e seducenti, curata dal batterista Flavio Mezzi e naturalmente dal leggendario bassista dei Krokus Chris von Rohr. A sinistra riempivano lo spazio spalla a spalla Von Arb e Kohler, a destra Meyer e Von Rohr, mentre il birbante Storace correva spavaldo di qua e di là, e la passerella era piena soprattutto di lui. Suono ottimo, esecuzione ottima! Senza una sbavatura! Le leggende continuano a spaccare. La band ha annunciato il ritiro e questo tour dovrebbe essere uno degli ultimi, o proprio l’ultimo. Vedremo. Insomma. Un nuovo ottimo spettacolo dei vecchi, cari volponi Krokus, cosa che, diciamocelo, ci aspettavamo sotto sotto. E non ci hanno deluso.
Mentre sul palco principale suonavano i Krokus, nella sala si esibivano gli Attic. Purtroppo la durata coincideva del tutto con i Krokus e gli Attic li abbiamo visti solo di sfuggita. Sono gli «imitatori» tedeschi del grande King Diamond, hanno in tasca due album e già all’esibizione dell’anno scorso al Metaldays di Tolmino hanno dimostrato di essere una squadra incredibilmente omogenea e concentrata. Il palco è addobbato con una scenografia cerimoniale che ricorda l’interno di una chiesa. Ci sono candele, Gesù crocifissi a testa in giù, insomma anche per gli orpelli scenici l’allestimento somiglia moltissimo a quello che propone nei suoi show il grande King Diamond. Se quest’ultimo ha i cavalieri neri, gli Attic hanno il senza testa e compagnia. Gli Attic hanno portato materiale di entrambi gli album, cioè Funeral in the Woods, Join the Coven, Satan’s Bride, The Headless Horseman, The Invocation (album The Invocation) e dall’album «Sanctimonious»: Dark Hosanna, Sanctimonious, The Hound of Heaven, There Is No God. La band ha chiuso l’esibizione con la cover dei Judas Priest Between The Hammer And The Anvil. Riarrangiata e tagliata nella loro maniera tipica. Se amate King Diamond e non siete ossessionati dalla somiglianza degli Attic, allora con gli Attic andate sul sicuro. Se invece vi dà fastidio, allora restate pure anche in futuro solo con King Diamond.
Dopo i Krokus, quando sul palco principale è calata una mezz’ora di quiete e i tecnici preparavano con zelo tutto il necessario per l’esibizione dell’headliner del secondo giorno, cioè gli Steel Panther, poco dopo le nove di sera nella sala hanno cominciato a scatenarsi altri tipi particolari tra i protagonisti della giornata. È la leggendaria formazione thrash metal americana che, insieme alle esibizioni di Picture e Cirith Ungol nel programma del secondo giorno, possiamo senz’altro annoverare tra le esclusive del BYH 2019. Sono gli Exhorder! La band è così anziana per anzianità di servizio che da loro hanno imparato anche i Pantera, e dei membri originali oggi ci sono il barbuto «nonno dei boschi» e chitarrista Vinnie LaBella e il cantante Kyle Thomas. Fino a oggi la band ha pubblicato solo due album in studio e ha annunciato per il prossimo settembre l’uscita del terzo, «Mourn the Southern Skies». Nel 2017 Thomas e LaBella hanno accolto tre nuovi membri, cioè il bassista degli Heathen Jason Viebrooks, poi un altro chitarrista, di nome Marzi Montazeri, mentre dietro la fortezza della batteria sedeva Sasha Horn (che tra il 2011 e il 2012 ha suonato, per esempio, nei Forbidden). Insomma, con questa formazione gli Exhorder sono arrivati a Balingen e hanno suonato un concerto eccezionale. Davvero. Brillante. La band ha costruito il repertorio sui due album di culto in studio, «Slaughter In The Vatican» (1990) e «The Law» (1992). Mento. In coda al concerto gli Exhorder hanno portato la nuovissima My Time, che troverà posto nel nuovo album, e per il resto dal tesoro della furia thrash metal si sono susseguite, una dopo l’altra, schiaffonate indimenticabili, a partire da Anal Lust, particolarmente «pericolosa» già dal titolo, seguita da Death in Vain, Homicide, Unforgiven, Legions of Death, The Law, (Cadence of) The Dirge, Exhorder, Slaughter in the Vatican, Desecrator e la già citata, nuovissima My Time. Un’esibizione che è volata via in un attimo e che, esattamente come il giorno prima, quando in sala si erano esibiti i Venom Inc., si sovrapponeva in modo troppo maledettamente scomodo con quella dell’headliner del festival. Kyle ha cantato in modo eccellente.
Visto che gli Steel Panther, rispetto agli Exhorder, sono una formazione molto, molto più giovane e quindi in futuro ci sarà più facile e più frequente vederli dal vivo che gli Exhorder, abbiamo saltato la parte centrale del loro concerto per dedicarci agli Exhorder (e comunque all’aperto pioveva a dirotto in continuazione). Beh, già nei tre pezzi iniziali i ragazzi hanno portato esattamente quello per cui vai a ogni concerto di questa pavoneggiante parodia glam metal del Sunset Strip! Il loro innato senso dell’umorismo senza limiti, giusto quanto basta provocante e pungente da mantenere un minimo di buon gusto (gli Steel Panther girano infatti tutte le battute profondamente sul sesso), è un elemento importante che garantisce sempre una festa di prim’ordine e un grande fascino. Una di quelle calamite che ti tiene incollato al gruppo per tutto il concerto. Di pazzie e di sfrenatezza ai dottori della lingua non ne mancano, soprattutto ha la lingua affilata Satchel, che con la sua chiacchiera scintillante ha più volte oscurato di brutto il cantante Michael Starr nei dialoghi (quella secondo cui Michael è un tale «trombatore» da avere addirittura un figlio con David Coverdale è stata tra i fiori vincenti di Satchel). È una vera commedia da palco come solo il rock’n’roll sa portare, e ti fa ridere di continuo fino alle lacrime, se non fino al dolore. I ragazzi sono pavoni da strapazzo ma ottimi musicisti. Starr ha una voce concreta con cui regna sicuro in primo piano nei pezzi, Satchel è un vero professore dell’assolo che toglie il fiato, la sezione ritmica è tonante e pulsante. Gli Steel Panther non sbagliano. Il bassista Lexxi Foxx anche stavolta si è portato a casa il primo posto con il suo attillato completo blu pieno di lustrini, e naturalmente sul palco non mancava il tavolino, ovvero il mini salone di bellezza, con cui il tipo si agghinda in modo teatrale durante il concerto e si rimira in uno specchietto viola. Spandex ovunque, foulard annodati dove guardi, mascara, trucco, capelli decolorati, hi-top, e voi continuate… E per di più suonano in modo superiore, riff splendidi e marcati, pezzi con carattere che ti prendono e ti agguantano all’istante. Gli Steel Panther hanno tutto. Se sei un vero fan del glam metal anni Ottanta nato dalle parti del Sunset Strip, un divertimento più totale di un concerto degli Steel Panther non lo conosci. Starr non ha dimenticato di avvicinarsi fino al bordo della passerella con una bacchetta in mano. Ha fatto intendere in modo teatrale che l’avrebbe lanciata tra il pubblico. A tutti si è mozzato il fiato, e invece no. L’ha lanciata all’indietro, dietro le spalle. È volata attraverso tutto il palco verso la batteria, dove sedeva Stix Zadinia. La prima volta Starr ha mancato per un pelo, ma non di molto. La seconda bacchetta, invece, è caduta dritta in mano al batterista. Incredibile. Che battute ben studiate, che tengono l’allegria al massimo. Stavolta l’allegria era importantissima, perché diluviava e rovesciava. Ero bagnato fradicio, per fortuna mi sono stretto tra la gente che si pigiava davanti al palco in k-way, cosa che mi ha scaldato (almeno per un po’). Durante 17 Girls In A Row la band non si è concessa lo spettacolo di invitare le ragazze del pubblico sul palco, cosa che fa volentieri e che abbiamo vissuto, per esempio, anni fa a un loro concerto a Graz. È incredibile cosa tiri fuori dalle donne questa energia degli Steel Panther durante i concerti. Anche da questo lato è interessante guardarsi un loro show. Non ci si crede. A Graz, per esempio, su «richiesta» di Starr, durante il pezzo appena citato si sono tolte il reggiseno. Nell’Orpheum Theater strapieno. Senza un briciolo di vergogna. Stavolta la logistica lo permetteva, ma probabilmente a causa del maltempo la band non ha deciso di invitare le ragazze sul palco. Tra le sue usanze di scena stavolta la band ha infilato una versione comica della Crazy Train di Ozzy, e per il resto ha suonato questa scaletta: Eyes of a Panther, Goin’ in the Backdoor, Party Like Tomorrow Is the End of the World, Just Like Tiger Woods, poi c’era la nuovissima All I Wanna Do Is Fuck (Myself Tonight), Poontang Boomerang, la citata Crazy Train di Ozzy, Asian Hooker, Girl From Oklahoma, 17 Girls in a Row, Community Property, Gold Digging Whore, Death to All But Metal e, in chiusura, Gloryhole. Il concerto degli Steel Panther è davvero il primo indirizzo per un divertimento pazzesco, come solo il rock’n’roll nella sua missione originaria sa portare.
Per il gran finale gli eventi si sono spostati ancora nella sala. Lì si è esibito il duo tedesco Mantar, che io, per via della stanchezza, non ho visto e me ne sono andato invece sotto le coperte in campeggio, ma ho ricevuto informazioni molto positive, piene di entusiasmo, secondo cui il concerto è stato fenomenale. È un duo rappresentato dal più anziano, a quanto si dice già un po’ brizzolato, batterista Erinç Sakarya e dal più giovane chitarrista Hanno Klänhard. Entrambi si dividono anche le voci. Rivolti l’uno verso l’altro. Sprigionano un’energia ottanica ad alto voltaggio e un’atmosfera davvero infernale. Un suono distruttivo, crudo e primordiale. Hanno detto che Hanno è davvero bestiale, e i due nella loro fucina impastano una bella dose di riff sostenuti dal doom, c’è l’energia alla Motörhead, il che significa che si appoggiano al rock’n’roll e alla mordacità del punk rock, e il tutto gravita anche verso lo sludge. A quanto pare un concerto davvero ottimo e un gruppo da controllare assolutamente dal vivo. La band si è esibita anche all’edizione dell’anno scorso del Metaldays e anche allora si era guadagnata, per quell’esibizione, un voto molto bello.
Il secondo giorno si è dunque chiuso. È stato maledettamente bagnato. Due giorni dell’edizione piovosa del festival sono quindi alle spalle. Speriamo che il terzo sia almeno per due terzi asciutto, visto che hanno annunciato le loro esibizioni: Screamer, RAM, Flotsam and Jetsam, Armored Saint, Metal Church, Kickin Valentina, Omnium Gatherum, Tribulation, Candlemass, Einherjer, Ross the Boss, Skid Row e, come headliner del terzo giorno, Avantasia. Ma ne parliamo di più nella terza recensione del festival, nel nostro collegamento di quest’anno da Balingen.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik












































































































