Metaldays 2019 (quarto giorno): arrivano Demoni e Stregoni
Anche giovedì su Tolmino si preannunciava un caldo infernale, e gli organizzatori non hanno mancato di avvertire i festivalieri. Con un clima così, la vicinanza del fiume e l’acqua potabile gratuita su tutta l’area del festival vengono più che a proposito. Giovedì è stato senza dubbio anche il giorno con la line-up più forte, e si è sentito parecchio anche sul numero di persone: rispetto ai giorni precedenti il pubblico è cresciuto sensibilmente e per la prima volta quest’anno si è respirata davvero la bolgia da festival.
Il quarto giorno sul palco principale ad aprire le danze sono stati i death metaller sloveni Morost, che si erano esibiti l’ultima volta l’anno scorso sul palco New Forces. Con un caldo notevole la band ha cercato di dare il massimo con il suo materiale, che mescola death metal e black metal. Si avverte anche un pizzico di malinconia doom. Roba piuttosto dinamica e promettente, ma in condizioni del genere è difficile che il gruppo riesca a calare tutti i suoi assi. Il potenziale c’è, serve solo un po’ di chilometraggio e magari qualche album in più per riuscire a capirli meglio.
Il quarto giorno l’abbiamo iniziato nel primo pomeriggio sul palco BB con i death metaller melodici messicani Orcus O Dis, che l’anno scorso si erano presentati sul palco New Forces, hanno venduto un bel numero di biglietti e si sono guadagnati un’esibizione su un palco più grande. Quest’anno i ragazzi sono tornati al Metaldays in formazione un po’ ridotta, senza il tastierista Jesus Fuentes, mentre al basso li ha aiutati Eduardo Cuadros (Behold the Grave). I Cabroni avevano l’ingrato compito di aprire quando l’area era praticamente ancora deserta, ma con la loro energia hanno attirato in fretta sotto il palco un bel po’ di gente e l’hanno fatta muovere e moshare senza troppi problemi. Senza tastiere gli Orcus O Dis hanno suonato un po’ più grezzi e primordiali: il frontman Alfredo ha comandato bene i suoi con un vocale tagliente, mentre a livello strumentale si sono fatti notare soprattutto i due chitarristi Emmanuel Gonzalez/Markus Banda con qualche bel colpo. Gli Orcus O Dis hanno soddisfatto il bisogno di una dose bella concreta di death metal melodico alla Dark Tranquillity d’annata e hanno regalato un ottimo avvio al penultimo giorno del festival.
Sul palco BB sono saliti per secondi gli inglesi Heart of a Coward. Già il nome suona parecchio metalcore, ma la musica in sé è decisamente più incisiva. Quest’anno la band è tornata con l’album The Disconnect, in cui si è presentato anche un nuovo cantante. Se sembrava che fosse l’ennesima band spompata dal caldo pronta a buttare tutto sui breakdown, per fortuna si è rivelato qualcosa di ben diverso. Gli Heart of a Coward hanno proposto il loro materiale senza compromessi, i breakdown erano potenti, la forza delle chitarre a otto corde rimbombava per tutta l’area. Alla band non c’è nulla da rimproverare. L’esibizione è stata abbastanza energica e aggressiva da far sì che gli amanti del metal moderno li accogliessero a braccia aperte.
La formazione death metal inglese Bloodshot Dawn si era già esibita in Slovenia, ma stavolta ha avuto la possibilità di mostrarsi a una folla più grande. La band, con tre album alle spalle, ha proposto un death metal piuttosto virtuosistico e ricco di melodie. Il gruppo è indubbiamente ben rodato e nemmeno il palco grande gli ha creato problemi. Le melodie sono contagiose e catturano chi ascolta. Ma per più di metà concerto la band si sentiva piuttosto male. Una chitarra all’inizio non funzionava proprio. Verso metà il suono si è sistemato, ma il volume restava comunque troppo basso per potersi davvero entusiasmare. La prossima volta si spera di vederli sul palco BB, perché stilisticamente è lì che stanno.
Mentre i due palchi principali affogavano nel sudore di sinfonici e metalcorer, il più piccolo dei tre è stato occupato dalla giovane promessa rock di Novo mesto, i Captain Morgan’s Revenge. Nonostante l’orario infelice, in cui la Soča è ancora più affollata dello spazio davanti ai palchi, ai ragazzi della Dolenjska è riuscito di raccogliere un bel po’ di pubblico, che si godeva visibilmente l’ottima energia che arrivava dal palco. Come da copione hanno presentato il loro debutto Queen of the Night, che con un approccio hard rock moderno, che ricorda soprattutto lo stile dei Black Stone Cherry, con sonorità vagamente southern (americano, sia chiaro), riff sporchi e ritmiche giusto abbastanza solide, fa sì che questo genere resti ancora attuale.
Il grind sul palco BB è di casa e il pubblico lo accoglie volentieri. Negli anni passati l’area era stata riempita di cacche, tazze del water e carta igienica da Spasm, Gutalax e Jig-Ai; quest’anno a pensare al cunnilingus ci hanno pensato i goregrinder olandesi Cliteater. Già al monologo registrato di South Park su ani, danke e duodeni sotto il palco si è riversato un bel po’ di gente armata di rotoli di carta igienica e coperta di cacche di peluche, e i Cliteater in tre quarti d’ora hanno sparato un set di grind classico con pezzi ultra brevi e veloci come la luce.
Tra le band più attese del festival di quest’anno, a giudicare anche dalla reazione del pubblico, c’erano i maniaci polacchi del technical death metal Decapitated, prova vivente di volontà e perseveranza: nonostante tutta la merda che hanno passato nel corso della carriera, vanno avanti per la loro strada senza pietà. I polacchi l’anno scorso avevano già fatto impazzire il pubblico al Metaljot raspaljot a Laško e al Metaldays non è andata diversamente: sotto il palco hanno scatenato un vero tornado di mosh pit e un enorme wall of death. Sul palco pare che i Decapitated avessero quasi 50 gradi Celsius, ma questo non li ha fermati dal piazzare uno dei set più tempestosi del festival. Il chitarrista Vogg non si ammira solo per la forza di volontà con cui, dopo la tragica morte del fratello Vitek, ha trovato l’energia di continuare con i Decapitated, ma soprattutto per le sue mosse chitarristiche uniche e personali, che non comprendono solo riff da uragano ma anche assoli movimentati e variegati. Il cantante Rafal ha steso il pubblico con ottime esecuzioni dei distruttori Kill the Cult, Never, Earth Scar e dell’immancabile inno Spheres of Madness, mentre il batterista James Stewart (Vader) con un drumming devastante ha dimostrato di essere, dopo Vitek e Krimh, il miglior batterista dei Decapitated (peccato che per ora sia solo temporaneo). Con la cult Spheres of Madness i Decapitated hanno scatenato quel terremoto annunciato da Uroš e suonato uno dei migliori concerti del festival di quest’anno.
Mentre sul palco principale i Decapitated menavano senza pietà, sul palco BB si preparavano gli Skeletal Remains. Gli Skeletal Remains sono una band in cui a farsi i conti sono stati soprattutto gli amanti del death metal old school. In un certo senso è già strano che qualcuno suoni ancora questa roba, ma il gruppo evidentemente giura sulla ricetta delle leggendarie band death metal che hanno iniziato il loro percorso a metà anni Ottanta e sono culminate negli anni Novanta. Si sentivano le influenze dei primi Death, Obituary, Morbid Angel, Monstrosity eccetera. C’è da aspettarsi solo «šus» senza fronzoli e aggiunte inutili. Rispetto assoluto comunque per chi si mette ancora a rifare il death metal classico. La domanda è se la band reggerà o se non farà la stessa fine delle band thrash metal revivaliste.
I Soilwork sono vecchie conoscenze del festival. Hanno suonato per la prima volta già nel 2006. Stavolta avevano un orario un po’ meno rovente. La band ha presentato l’album attuale Verkligheten, che ha raccolto reazioni relativamente buone. Per il resto, ovviamente, non sono mancati i classici del gruppo come Nerve, Stabbing the Drama, Like the Average Stalker e Death in General. Il repertorio era corto e concentrato sul nuovo album. Il suonato era solido, ma i Soilwork sono capaci di molto di più. L’esibizione al Metaldays è sembrata di routine e in qualche modo non ha convinto. Evidentemente ci ha messo lo zampino anche il caldo. I Soilwork sanno ancora mostrare una dose solida di death melodico, ma per qualcosa di più bisognerà dare al gruppo una chance in un club con un repertorio più lungo, in cui tocchi anche qualche album più vecchio.
Probabilmente il nome black metal più altisonante del Metaldays di quest’anno era Kristian Eivind Espedal, meglio noto come Gaahl, ex cantante dei Gorgoroth e famoso per la celebre intervista nel documentario Metal: A Headbanger’s Journey. Il controverso Gaahl nell’estate 2009 si era ritirato completamente dalla scena musicale, tre anni dopo è tornato tra i vivi con il debutto dei God Seed, I Begin, e quest’anno ha pubblicato l’album d’esordio del suo progetto «solista» Gaahls Wyrd, GastiR – Ghosts Invited. Gaahl, in modo del tutto tipico, è marciato sul palco con una giacca di pelle nera e coperto di corpse paint, e al pubblico non ha rivolto nemmeno una parola per tutto il tempo. Gaahl ha dedicato al Metaldays una specie di spaccato della sua carriera: ha suonato sia pezzi dei Gorgoroth che dei God Seed e dei Trelldom, ma dall’album attuale purtroppo ne ha proposti solo tre. Peccato, perché è un ottimo lavoro, proprio come la sua esibizione a Tolmino.
Gli svedesi Hypocrisy, death metaller atmosferici/melodici, si meritano ormai uno status speciale su questo festival. Sono tornati dopo anni di inattività, ma lo status leggendario se lo sono guadagnato nel 2004, quando al primo Metalcamp suonarono sotto un nubifragio selvaggio. Gli Hypocrisy sono tornati. E non per la prima volta! Viene da chiedersi se la band possa giustificare la sua fama. In realtà sì. La forma del gruppo non è più al top, ma nel complesso convince. L’affiatamento non cala, la voce di Peter Tägtgren, dopo tutto l’alcol, si è mantenuta ancora bene. Più che altro gli Hypocrisy hanno proposto un solido repertorio da «greatest hits». Con l’opener Fractured Millenium, in cui spiccano le tastiere morbose, la band ha ingranato la marcia superiore e ha offerto anche qualche pezzo più recente. Durante Eraser il pubblico cantava a gran voce il ritornello, mentre a Peter nel bel mezzo di un urlo è finita in bocca una mosca che gli ha bloccato la voce, e la cosa è stata piuttosto comica. Hanno toccato persino i primi due album Penetralia e Osculum Obscenum, rendendo omaggio ai vecchi fan. Con un tempo più doom e un tono morboso sono arrivate Apocalypse e The Fourth Dimension. Il repertorio era prevedibile. Gli Hypocrisy di solito non saltano pezzi come Fire in the Sky, Warpath, The Final Chapter e Roswell 47, con cui spesso chiudono il concerto. Gli Hypocrisy non sono da buttare. È in lavorazione un nuovo album, che porterà un po’ di freschezza nel repertorio classico. Quindi, dopo il nuovo album, il ritorno sarà più che benvenuto.
Il penultimo giorno del festival sul Lemmy Stage a chiudere i giochi è stato il progetto del duo Hansi Kürsch/Jon Schaffer, Demons & Wizards. Visto che la band ha pubblicato finora appena due album, è stato un po’ sorprendente vederla conquistarsi con tanta facilità lo slot da headliner, ma d’altronde, trattandosi del progetto dei frontman di Blind Guardian e Iced Earth, la richiesta era alta. Soprattutto considerando che dall’ultimo album in studio, Touched By The Crimson King, sono passati quasi quindici anni. Nonostante lo scetticismo, i Demons & Wizards hanno fatto capire fin dalle prime note perché fossero gli headliner. Il palco era infatti decisamente scenografico e ricordava quello che qualche anno fa, sullo stesso palco, si era concesso King Diamond. Scalinate, croci, elementi in pietra. Ma anche questo sarebbe stato solo kitsch se la band avesse suonato da schifo, e invece eravamo lontanissimi da una cosa del genere: Hansi, Jon e i loro compari erano in forma smagliante, e Hansi in particolare si è distinto con una prestazione vocale straordinaria. I Demons and Wizards hanno salutato Tolmin con un classico dal debutto, Heaven Denies, per poi sciorinare in un’ora e mezza scarsa la maggior parte dei pezzi di entrambi gli album, inframmezzandoli con qualche classico dei Blind Guardian e degli Iced Earth. Welcome to Dying in Valhalla, un brano «migliore di tutti e due i gruppi del boss del progetto», come ha scherzato Hansi, ha avuto un’accoglienza fantastica tra il pubblico, così come Burning Times e I Died For You, che però hanno stancato parecchio di più Hansi. Ciò nonostante, i Demons and Wizard hanno brillato di più con i pezzi propri, tra cui spiccava il trittico Crimson King, The Gunslinger e Terror Train, la cui nascita è stata ispirata dall’epica saga di Stephen King, The Dark Tower, soprattutto perché le parti corali sono state eseguite dal vivo, il che ha dato all’insieme un aspetto ancora più imponente. Magica la passeggiata acustica lungo la strada di mattoni gialli del regno di Oz, cioè Wicked Witch, e fin troppo presto Hansi e Jon hanno condotto il pubblico alla fine con l’epica Fiddler on the Green: avrebbero potuto tranquillamente suonare ancora un pezzo o due, o magari presentare un brano del disco in arrivo il prossimo anno. Ciò nonostante, di gran lunga la migliore esibizione da headliner del Metaldays 2019.
Il quarto giorno sul BB Stage hanno chiuso i God Is An Astronaut. Una band che si è già esibita più volte nella sala piena del Kino Šiška. Stilisticamente il gruppo non si incastra proprio nel concept di un festival metal. Ma per placare tutta quella brutalità i God Is An Astronaut erano più che adatti. Oggi la band è tra i principali rappresentanti del post-rock. Qualche momento di volume e distorsione c’è stato, ma ciò che ha incantato è stata la calma che si costruiva lungo tutto il brano. Niente che non si sia già sentito dai Neurosis, ma i GIAA non mettono in primo piano la ferocia. Con chitarre e tastiere ipnotiche hanno ottenuto parecchio, e a dare una mano in più ci ha pensato l’illuminazione, che ha reso il tutto ancora più convincente. La band è senza dubbio esperta, e essere riuscita a convincere su un festival metal merita grande rispetto.
Foto Orcus O Dis, Heart of a Coward, Bloodshot Dawn, Cliteater, Decapitated, Soilwork, Liquid Graveyard, Hypocrisy, Gaahls Wyrd: Nina Grad
Foto Morost, Hydra, Captain Morgan’s Revenge, Fallen Arise, Decapitated, Skeletal Remains, Soilwork, Hypocrisy, Demons & Wizards, God is an Astronaut: Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Testo Captain Morgan’s Revenge: Sebastijan Videc
Testo Morost, Heart of a Coward, Bloodshot Dawn, Skeletal Remains, Soilwork, Hypocrisy, God Is An Astronaut: Primož Novak
Testo Orcus O Dis, Cliteater, Decapitated, Gaahls Wyrd, Demons & Wizards: Rok Klemše


























































































































































































































































