Duran Duran, un vortice di nuova nostalgia romantica nell’idilliaca Villa Manin (2026)
Duran Duran
sabato, 11/7/2026, dalle 21.00 alle 22.50
Passariano Di Codroipo (Udine) / Villa Manin / Italia
I Duran Duran sono oggi tra le rare band sopravvissute del pop rock anni Ottanta che continuano a sfornare dischi nuovi e a suonare dal vivo in tour. In giro per il mondo. Quando sono sbucati sulla scena, con la loro eleganza eccentrica erano semplicemente la band giusta al posto giusto per aggiungere il proprio tassello al mosaico della cultura pop degli anni Ottanta. E per di più, avevano pure un bell’aspetto. Il lavoro dei Duran Duran, soprattutto quello della prima metà degli Ottanta, è senza tempo e la sua immortalità resta onnipresente anche nel 2026. Ma non sarebbe così se la band non andasse in tour di continuo. Quel tour estivo di due anni fa, quando a fine luglio 2024 si sono fermati all’Arena di Pola (RockLine, recensione del concerto), sembra ieri, ed ecco già una serie di dodici date estive europee.
Tra la manciata di sopravvissuti che hanno plasmato le tendenze del pop rock anni Ottanta, i Duran Duran, insieme ai Depeche Mode, sono oggi forse addirittura i più grandi. Tra le formazioni di quei tempi ancora in attività ci sono alcuni loro coetanei, ad es. i rinfrescati scozzesi Simple Minds, che sul palco sono semplicemente brillanti, e tra i britannici gli affascinanti Tears For Fears (con pochissimi concerti, che di regola vanno tutti sold out in un attimo); poi ancora arrancano i Level 42, che suonano soprattutto in Gran Bretagna e nel nord del Vecchio Continente (be’, sono stati perfino al festival Pivo in cvetje), mentre gli Spandau Ballet, che si sono esibiti ancora nel 2017, restano ai ferri corti, invece di far divertire i fan in giro per il mondo negli anni maturi della piena attività concertistica (e di guadagnarsi pure qualche soldino).
Con l’undicesima data, cioè la penultima del tour estivo europeo, i Duran Duran hanno toccato la location idilliaca di Villa Manin, la dimora che apparteneva all’ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin. Nel 1797 in questa residenza avrebbe alloggiato per due mesi, durante le trattative con la monarchia austriaca, perfino Napoleone Bonaparte in persona.
Il pubblico italiano è pazzo dei Duran Duran. Da sempre. Mi ricordo quel concerto di luglio di tanto tempo fa sulla spiaggia di sabbia di Jesolo vicino a Venezia, nel 2008 (RockLine, recensione del concerto), e quello che combinavano le fan scatenate della band durante lo show; anche all’Arena di Pola due anni fa la prima metà del parterre era tutta “italiana”. Il concerto a Passariano, vicino a Codroipo (dalle parti di Udine), era l’ultima delle tre tappe italiane della band. L’euforia pre-concerto era letteralmente incredibile. Le auto si riversavano verso la location da tutte le parti già almeno cinque ore prima del concerto e, anche se eravamo arrivati (secondo noi parecchio presto) – erano le 19.00 (il concerto era previsto per le nove di sera) – abbiamo fatto una fatica boia a trovare un parcheggio decente e alla fine abbiamo parcheggiato a quasi due chilometri e mezzo di distanza (dall’ingresso press), il che si è rivelato un pessimo investimento (be’, d’altra parte dicono che camminare fortifica lo spirito). C’erano anche un sacco di camperisti, che avevano occupato già il giorno prima alcuni parcheggi (quelli più vicini al palazzo).
Presto ha cominciato a piovigginare. E poi sempre di più. Quando finalmente, poco prima delle otto e mezza, siamo arrivati al banco press – davanti all’ingresso principale di questo spazio davvero splendido di Villa Manin – le masse che si riversavano verso la location erano già coperte di k-way e armate di ombrelli, e la gente non s’era dimenticata nemmeno dei repellenti (nel parco ci sono laghetti ornamentali, dove vivono anche (all’inizio ancora piccoline) delle zanzarelle). Tra tutti i giorni di siccità, la pioggia sceglie il suo momento proprio quando ti metti in marcia verso un grande concerto open air della zona! Per giunta al concerto di una band con cui sei cresciuto fin da adolescente e che ti ha fatto smettere di cantare Naša četica koraka e simili sciocchezze. Ecco, e poi il meteo ti rovina quasi tutta la festa. Ma non è andata così. Fino alle nove, quando i Duran sono saliti sul palco, la pioggia si è dissolta del tutto. Il parco (il giardino del palazzo) dentro le mura è enorme. Non ricordo che le sedute fossero mai state sparse su quasi tutta la superficie. Secondo noi stavolta nella location dovevano esserci almeno 15.000 spettatori (seduti e in piedi).
La band è perfettamente affiatata. Si sente che negli ultimi anni i Duran Duran suonano davvero tanto dal vivo e quindi sul palco gestiscono tutto con una facilità disarmante. Si vede che si divertono e ci danno dentro. Però si percepiva che il tour era davvero alla fine, soprattutto dalla voce di Le Bon, che suonava ‘surriscaldata’, logora, un po’ intaccata. Simon ha tirato più volte certe linee con una lieve raucedine. No, non ha sbagliato una sola nota. Ha fatto tutto alla perfezione e anche la forza esecutiva era del tutto soddisfacente. Soprattutto nella prima metà del concerto, fino a Ordinary World, la sua voce è stata messa a dura prova. Ma lui ci è andato a tutta e non si è fermato. Come se niente fosse. Non era la prima volta nella sua carriera, ci ha fatto i conti più volte e anche stavolta Simon sembrava non avere alcun limite, perché emanava pura allegria, manteneva un contatto eccezionale col pubblico e, con la sua tipica presenza scenica, riempiva il palco da solo, in un modo o nell’altro, dall’inizio alla fine. Semplicemente, qui è a casa sua e nessuno può portargliela via. Con un carisma gigantesco in prima linea, con cui ha di nuovo incantato la folla e l’ha tenuta con sé per tutto uno show di un’ora e cinquanta.
Chi è già stato a Villa Manin lo sa maledettamente bene: i dintorni di Passariano sono costellati di campi agricoli. Be’, purtroppo si è sentito alla grande anche durante il concerto, e nemmeno Simon Le Bon è riuscito a restare indifferente: con un perfetto humour nero all’inglese si è rivolto ai presenti più o meno così: “Che bello essere qui, in questo cortile di fattoria (farmyard)”, aggiungendo “che anche i profumi sono quelli giusti.”
Del resto, qui c’è poco da discutere. La gente era dentro al cento per cento. Ovunque guardassi. Dalla prima fila fino all’infinito. Tutti in piedi, nessuno seduto. Tutti ballavano, si divertivano e cantavano. I Duran Duran hanno riportato noi zii e zie ben oltre i cinquanta a più di 40 anni fa. Il senso del tempo e dello spazio è sparito, e di certo pure la band si sente in qualche modo allo stesso modo in queste quasi due ore di magia musicale impregnata di nostalgia new romantic. Come se fosse davvero da qualche parte nella prima metà degli Ottanta. Stavolta Le Bon è stato tirato fuori con successo da certi momenti da due coriste. La già leggendaria Anna Ross, senza cui i Duran Duran non vanno da nessuna parte e che ha brillato di nuovo in Come Undone, e Rachel O’Connor, che collabora con la band dal 2021. Poi c’è l'”eterno” sassofonista Simon Wilescroft, senza cui l’immagine live dei Duran Duran è impensabile, e il chitarrista Dominic Brown, che ha alternato una Fender Telecaster e una Gibson LP nera – a seconda della natura dei singoli pezzi. Più volte ha tuonato di brutto, quando ha preso in mano la Gibson LP e l’ha tirata al massimo (Wild Boys, Hungry Like A Wolf, la cover di White Lines, Rio).
E gli altri tre Duran ‘purosangue’? Nick Rhodes (per primo) ovviamente – “And our keyboard God, our prince of shoulder pads, king and queen of the absurd… this is Mr. Nick Rhodes,” nelle parole di Le Bon (nella pausa prima di Planet Earth). È essenziale. Indispensabile. Costruire la magia in momenti come Save A Prayer è roba strettamente sua. Roland Jupiter-8? The Reflex, ovvio! Meglio di così non si può. Ma dei Duran Duran non ci sarebbe niente di tutto questo senza il ritmo solido delle leve ballabili e percussive, guidato dalla magia di basso “funky drive” dell’unico John Taylor, in coppia con la precisione dei colpi di batteria solidi, robusti e decisi di Roger Taylor. Come detto, l’affiatamento è eccezionale. Il suono era ottimo. Senza un ‘graffio’. Gli unici due minuscoli nei? Il primo, un odore davvero ingrato ‘di stalla’; il secondo, la già citata raucedine occasionale di Le Bon, a cui non c’è niente da rimproverare (eravamo a fine tour) e che non ha tolto minimamente slancio a uno show eccellente, durante il quale il pubblico ha partecipato di continuo a giri altissimi e senza il quale lo spettacolo di sicuro non avrebbe sviluppato un’atmosfera così potente e un’intensità così forte di passione ed emozioni. Ovunque guardassi, festa totale, stacco dalla realtà, allegria a mille, umore alle stelle! Una location fatta di soli sorrisi.
Rispetto all’esperienza di Praga di quasi tre settimane fa, quando i Duran Duran il 24/6/2026 hanno suonato nella O2 Arena al chiuso (RockLine, recensione del concerto), questo incontro con la band è stato per vibrazione ed energia parecchio diverso! Soprattutto il tutto era molto più intenso. Perfino più magico. Tutto il magnetismo tra pubblico e band tirava ancora di più! Questa è l’Italia temperamentosa, mica l’Europa dell’Est. Tutti gli hit essenziali (di nuovo è mancata Union Of The Snake) c’erano! Con un condimento di prima qualità come l’iniziale Is There Something I Should Know?, poi la caramella da peccato mortale tipo The Chauffer, dove Le Bon, vestito da marinaio, ovviamente usava l’ocarina (a Praga qui suonavano Evil Woman – cover degli ELO). Non è mancato il nuovo ottimo singolo solista (funky disco beat) Free To Love. L’intensità cresceva verso il finale. L’abbraccio dell’atmosfera diventa quasi ipnotico. L’avida Planet Earth lascia sempre un segno eccezionale. Poi, dopo di lei, quella singolina ottimista e spensierata dall’album “Astronaut”, che ha ribaltato di nuovo tutta l’atmosfera – (Reach Up For The) Sunrise – e per chiudere la parte regolare la ‘birichina e sfacciata’ Girls On Film. La band ha spezzato il pezzo in Psycho Killer (Talking Heads) – Le Bon se la cava da matti in questo ruolo vocale (è un attore brillante) – e torna a Girls On Film con la classica chiusura d’uscita.
Nel bis Simon si è cimentato anche con la chitarra acustica. Era Save A Prayer. Prima dell’inizio Le Bon ha invitato il pubblico ad accendere le luci dei telefoni. Senza questo singolo un concerto dei Duran Duran non può esistere. E vale anche per il gran finale dei concerti dei Duran Duran. Lì c’è sempre l’immortale Rio, che trascina tutti fino alla fine (Dom ha tirato la sua Gibson fino in fondo). La band ha salutato per un bel po’, e l’ultimo a lasciare il palco di corsa è stato proprio Le Bon! I Duran Duran mantengono un fuoco incredibile anche nel 2026. E per ottobre 2026 stanno già confermando nuovi concerti. Uomini che si avvicinano piano piano ai settanta, ma con il carattere di nuovi arrivati new romantic sulla scena. Ti sparano negli Ottanta, in un universo nostalgico parallelo, dove con loro di colpo ‘ringiovanisci’ e torni ai giorni lontani, quando il mondo era giovane e innocente, ai tempi dei tuoi grandi sogni da adolescente, quando quei ragazzi, dai poster di BRAVO appiccicati sul muro della tua camera, ti tenevano di continuo in una leggera stampede euforica. Impagabile.
Autori: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Duran Duran – setlist:
1. Free to Love (symphonic instrumental version) – taped intro
2. Is There Something I Should Know?
3. The Wild Boys
4. The James Bond Theme (orig. John Barry) – taped intro
5. A View to a Kill
6. Hungry Like the Wolf
7. INVISIBLE
8. Lonely in Your Nightmare / Super Freak (aka “Super Lonely Freak”)
9. The Reflex
10. Ordinary World
11. Come Undone
12. New Moon on Monday (versione “New Moon Dark Phase”)
13. The Chauffer
14. Notorious
15. White Lines (Don’t Don’t Do It) (orig. Grandmaster Melle Mel)
16. Free to Love
17. Planet Earth
18. (Reach Up for the) Sunrise
19. Girls on Film / Psycho Killer
—bis—
20. Save a Prayer
21. Rio




























































