Yes: Aurora
Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 12. 6. 2026
Produzione: Yes
Durata: 59.47 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 7.0/10
Al mondo esistono band leggendarie per le quali sarebbe meglio non varcare mai più la porta di uno studio, dedicandosi piuttosto solo ai concerti, invece di rendere sempre più ridicolo il proprio nome. In questa poco gloriosa compagnia di gruppi la cui data di scadenza (almeno in studio) è passata, purtroppo finiscono sempre più spesso anche i titani del prog Yes, e lo si sente chiaramente anche nel loro ultimo lavoro in studio, «Aurora».
Da quando se n’è andato il cantante fondatore Jon Anderson e al suo posto è arrivato l’attuale sostituto Jon Davison (il breve, poco glorioso periodo con Benoit David ormai l’hanno dimenticato quasi tutti), e ancor più dopo la morte del bassista fondatore Chris Squire, che sul letto di morte ha dato il via libera a far continuare la band anche oggi, gli Yes da un disco all’altro vagano sempre più a tentoni dal punto di vista creativo, con rare composizioni davvero entusiasmanti e interessanti sulla lunga distanza. Ovviamente nessuno (più) si aspetta nuovi capolavori prog in stile «Close to the Edge» (1972) o «Relayer» (1974), e nemmeno un ritorno al sound dei commercialissimi anni Ottanta alla «90125» (1983), ma è comunque evidente che negli ultimi dieci anni i soliti standard compositivi degli Yes sono calati in modo percepibile.
Dopo la morte del batterista di lunga data Alan White, sul mediocrissimo predecessore «Mirror to the Sky» del 2023 il testimone di capo della band e guida creativa è passato definitivamente al genio della chitarra Steve Howe, che con tutte le sue forze cerca, nei nuovi lavori, di ricreare almeno un po’ di quella magia grazie alla quale gli Yes sono diventati una delle band prog più importanti e di maggior successo.
Anche su «Aurora» i risultati sono molto altalenanti e spesso poco entusiasmanti. Il problema principale è che Steve Howe, sotto ogni aspetto, è una persona completamente diversa dal giovane Steve Howe che nel 1971, con la sua tecnica chitarristica rinfrescante, ha fatto rinascere gli Yes e li ha aiutati a lanciarsi tra i più grandi. Oggi Howe, a cui nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce che come cantante solista è pessimo (eppure prende il microfono principale in ben due brani nuovi), si rifugia spesso nella ripetitività chitarristica e in cliché sentiti mille volte, per cui alcuni pezzi nuovi risultano forzati e vuoti. Dato che ha l’ultima parola anche sulla produzione, con la chitarra spesso copre gli altri strumenti.
Nonostante tutti i difetti elencati e la fatica sempre maggiore di restare rilevanti in studio, gli Yes con «Aurora» si meritano comunque anche qualche elogio. A differenza dei due album precedenti, «Aurora» è stato registrato con una vera orchestra (la Czech National Symphony Orchestra), che ha partecipato a due brani. Va elogiato anche lo storico tastierista Geoff Downes, che ovviamente non sarà mai al livello del celebre predecessore Rick Wakeman, ma da quando è tornato negli Yes è migliorato parecchio e su «Aurora» si è guadagnato a ragione un ruolo un po’ più grande che nei due dischi precedenti. Davison resta un’ottima copia vocale di Anderson, anche se la sua versione dei testi ‘new age’, così indispensabili per gli Yes, non suona nemmeno lontanamente sincera come quella del Jon precedente. Purtroppo Davison sarà condannato per sempre a vivere nella sua ombra.
Ogni tanto a Howe e compagni su «Aurora» riesce di creare qualche momento buono e ispirato, tra cui senza dubbio il pezzo d’apertura nonché title track, che prosegue la tradizione di opener convincenti dell’era Davison degli Yes. Gli arrangiamenti orchestrali maestosi sono in bell’armonia con la melodia centrale e con un ritornello efficace, che non si dimentica facilmente. Bravi. Anche la durata è giusta, così nel complesso non risulta vuoto, pretenzioso e forzato come capita volentieri ad alcuni pezzi recenti delle leggende del prog. «Turnaround Situation» è un brano discreto, ma purtroppo si dimentica in fretta. Un filo più ispirata è «Love Lies Dreaming», che contiene sì i soliti eccessi chitarristici regressivi di Howe già rimasticati mille volte, ma grazie alla buona atmosfera si può chiudere un occhio.
«Countermovement», tentativo fallito di creare un (mini) epico prog, incarna tutti i problemi degli Yes di oggi, quando l’etichetta rock regressivo calza meglio di rock progressivo. Non solo è tutto troppo tirato per le lunghe, con un mucchio di cliché, ma stavolta alla voce principale c’è Howe, che in questo ruolo (prevedibilmente) fa un disastro. Il tutto sembra un collage senz’anima, buttato insieme e incollato a forza, di brani più brevi nati in origine per un album solista di Steve. La sezione strumentale finale suona come un tentativo scadente e forzato di far rivivere la magia del malinconico super-epico «The Gates of Delirium».
Cosa c’entrino arrangiamenti orchestrali marcatamente barocchi con la principessa dell’antica Grecia Arianna nel pezzo «Ariadne» lo sanno solo i suoi creatori, cioè Davison, Downes e il bassista Billy Sherwood. Dopo un inizio lentissimo si trasforma comunque in un brano solido, in cui l’ego chitarristico di Howe non sta in primo piano, mentre gli arrangiamenti orchestrali tornano a suonare autentici e naturali. «All Hands On Deck» è l’evidente, un po’ forzato tentativo di Howe di suonare incisivo e giovanile con passaggi di chitarra più affilati. Probabilmente verrebbe fuori anche piuttosto decente, se non ci fossero le fastidiose armonie vocali del maestro. Ogni canzone che comincia con un ‘la-la-la’ non promette niente di buono, niente di ispirato, e questo vale anche per «Outside the Box», che più che a una composizione seria e compiuta somiglia a un demo in cui il testo per la voce principale non è ancora stato scritto. L’impressione negativa viene un po’ risollevata dalla solida ballata acustica finale «Emotional Intelligence».
Una sorpresa piacevolissima si trova proprio in fondo al disco, nella bonus track conclusiva «Watching the River Roll», scritta da Sherwood e senza dubbio tra i risultati migliori del periodo Davison, con tutte le armonie bilanciate al punto giusto, in particolare il rapporto tra chitarra e tastiere. Funziona particolarmente bene il romantico arrangiamento centrale con le voci sovrapposte. Bene anche la voce di accompagnamento di Sherwood. Peccato che non siano (più) in grado di scrivere più brani in questo stile e con una simile dose di ispirazione. «Jambustin’», la prima delle due bonus track, invece non merita menzione. C’è una certa ironia nel fatto che i due pezzi migliori di «Aurora» siano il primo e l’ultimo.
«Aurora» rientra nella categoria ‘abbiamo chiesto ai fan, e poi abbiamo fatto comunque un disco che nessuno aveva davvero bisogno di sentire’. Agli Yes di oggi, dopo l’addio di Anderson, Squire e anche White, mancano semplicemente l’anima, la chimica creativa e soprattutto una vera visione che permetterebbe loro di fare qualcosa di più di un risultato nella media. «Aurora» non è affatto un brutto album e, con alcuni momenti sorprendenti e ispirati, è un filo meglio del predecessore, ma non ci sarebbe comunque stato nessun danno serio se gli Yes dopo la sua uscita avessero chiuso con l’attività in studio.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Aurora (7:27)
2. Turnaround Situation (5:50)
3. Love Lies Dreaming (6:24)
4. Countermovement (13:48)
5. Ariadne (6:18)
6. All Hands on Deck (3:04)
7. Outside the Box (4:20)
8. Emotional Intelligence (3:30)
9. Jambustin’ (bonus track) (4:24)
10. Watching the River Roll (bonus track) (4:42)
Formazione:
Steve Howe / guitar, vocals
– Geoff Downes / keyboards, vocals
– Billy Sherwood / bass, vocals
– Jon Davison / vocals, guitar, keyboards, percussion
– Jay Schellen / drums
Ospiti:
Orchestra sinfonica nazionale ceca diretta da Vladimir Martinka
