Running Wild: Pile Of Skulls
Etichetta: Electrola
Data di uscita: 21. 10. 1992
Produzione: Rolf Kasparek & Karl-Ulrich Walterbach
Durata dell’album: 58.13 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.5/10
Nel 1992 la ciurma piratesca di Amburgo, agli ordini dell’indomabile capitan Rolf ‘Rock ‘n’ Rolf’ Kasparek, travolgeva ancora tutto quello che le capitava a tiro e stava senza il minimo dubbio tra i migliori esponenti della scena power metal di allora (e non solo di quella tedesca). In quell’anno uscì «Pile of Skulls», un album che a ragione passa per uno dei loro traguardi più alti e più ambiziosi. Qui le avventure piratesche di Rolf, spesso condite con un bel po’ di storia vera, toccarono il loro apice, e tutti i tentativi successivi di far rivivere per un intero disco quello spirito pirata che da cima a fondo pervade «Pile of Skulls» sono per lo più naufragati miseramente. Il disprezzo che Rolf ha dichiarato più volte verso tutte le istituzioni corrotte che controllano la gente, a cominciare dalle monarchie (assolutiste) e dalla Chiesa (cattolica), responsabili nel corso della storia di un’infinità di sofferenze, si vede già dalla copertina, brutale e diretta: una piramide di teschi umani davanti a un enorme portone di legno con il simbolo imperiale e quello papale.
«Pile of Skulls» fu l’ultimo album per il chitarrista Axel Morgan e il secondo per Stefan Schwarzmann, tornato dietro le pelli per un breve periodo. Stefan, che in seguito sarebbe entrato anche in band celebri come Accept e Helloween, aveva collaborato con i Running Wild per l’ultima volta sull’indimenticabile gioiello «Port Royal» (1988). Al posto di Jens Becker, poi affermatosi come bassista imprescindibile dei Grave Digger, arrivò Thomas ‘Bodo’ Smuszynski. Quest’ultimo era arrivato ‘in pacchetto’ con Stefan dagli U.D.O. e coi Running Wild è rimasto ben nove anni.
Su «Pile of Skulls» i temi pirateschi di Rolf diventano ancora più convincenti e diretti che nei dischi precedenti, perché Rolf si era messo a studiare sul serio la storia della pirateria e altri temi storici, che hanno preso il posto delle immagini molto più romantiche e fantasiose dei banditi del mare del passato. Uno dei motivi principali per cui Rolf si è innamorato così tanto dei pirati è che, mentre saccheggiavano galeoni inglesi, francesi e spagnoli, se ne infischiavano dei sovrani di allora e dei loro comandamenti temporali e religiosi, e col loro stile di vita da rinnegati (il culmine fu la fondazione della breve repubblica pirata di Nassau) erano in un certo senso i rappresentanti più liberi della loro epoca. Rolf ha fatto confluire tutto questo con grande efficacia nel tradizionale atteggiamento ribelle del metal verso le istituzioni corrotte, che si irradia da ogni brano e da ogni testo di «Pile of Skulls».
L’epico intro strumentale «Chamber of Lies» si apre come una musica corale da chiesa e subito dopo vira su un motivo barocco-celtico ricco di armonie di chitarra. In pratica è l’introduzione all’eccellente inno power metal «Whirlwind», dove Rolf e la ciurma pirata traboccano di energia e combattività su un ritmo carico a molla, quasi speed metal. C’è tutto quello che ha reso grandi i Running Wild negli anni d’oro: il canto irritato e ribelle di Rolf, così particolare, le trame di chitarra ramificate e robuste, una sezione ritmica potente con passaggi intelligenti e il tradizionale accento sul rullare del doppio pedale. Il culmine è il ritornello epico, durante il quale l’ascoltatore si figura senza fatica una nave pirata che sfreccia in un mare in tempesta e domina insidiosi mulinelli.
Anche lo spietato demolitore pirate metal «Sinister Eyes», uscito come singolo, è segnato da un’atmosfera epico-romantica con armonie di chitarra efficaci e leggeri ornamenti sonori barocchi, tipici dei Running Wild più classici. Qui nei testi emergono per la prima volta le teorie del complotto di Rolf e la cospirazionologia su burattinai nascosti, padroni del mondo dietro le quinte e galassie lontane, che avranno un ruolo importante nei dischi successivi. Il condimento barocco, che si adattava così bene ai Running Wild classici, viene fuori ancora di più nella più cupa «Black Wings of Death», con un motivo centrale epico, un messaggio tetro e un finale riuscitissimo. «Fistful of Dynamite» è un pezzo un po’ più spavaldo, diretto e giocoso, con un ritornello da incitamento, e stavolta non ha niente a che fare con l’epoca storica preferita da Rolf, quella tra il XVII e il XVIII secolo: Alfred Nobel brevettò la dinamite ‘solo’ nel 1867, quando dei pirati dei Caraibi non c’era più traccia da un pezzo.
«Roaring Thunder» va su un ritmo più lento e un po’ più trattenuto, ma trova comunque spazio per un ritornello epico che ricorda un brindisi alla pirata in mezzo a Port Royal, davanti a boccali di birra colmi fino all’orlo. Una complessità in più la regala il bellissimo assolo di chitarra di Morgan. La title track, con il suo ritornello antimonarchico brutalmente accusatorio e un Kasparek furioso che col suo messaggio fa pensare al testo dell’evergreen dei Black Sabbath «Heaven and Hell», è senza dubbio uno dei picchi del disco. I brani eccellenti non finiscono mai, perché subito dopo arriva l’inno pirate metal «Lead Or Gold», secondo singolo dell’album, che ancora oggi non può mancare nei concerti dei campioni del power metal di Amburgo. Passaggi di chitarra battaglieri, poggiati su stacchi di batteria devastanti, raggiungono il loro apice tonante nel ritornello epico, davanti al quale, vedendo il capitano Rolf infuriato, se la farebbero sotto tutti i presenti ‘giubbe rosse’, ovvero ‘crveni mundiri’ (chi ha mai letto i fumetti di Zagor e Blek capirà il riferimento).
Con «White Buffalo» lasciamo per un attimo l’era piratesca dei Caraibi e ci spostiamo nell’epoca della conquista del Selvaggio West, che Rolf e compagni ogni tanto amavano visitare. Per molte tribù dei nativi nordamericani il bisonte bianco è la creatura vivente più sacra della Terra. Il testo postapocalittico di Rolf parla di una catastrofe ecologica che ha distrutto l’umanità dopo l’uccisione dell’ultimo bisonte bianco. L’ottima «Jennings’ Revenge» ha una vera base storica nel capitano pirata britannico Henry Jennings. Durante le sue avventure da pirata, Jennings catturò più di una ‘allegra’ nave e spennò per bene soprattutto la marina reale spagnola, cosa che si sente anche nel ritornello un po’ beffardo. Jennings, che non era per niente un poveraccio, visto che prima di darsi alla pirateria era un ricco piantatore, chiuse la sua vita nell’agiatezza e in pace, un’impresa rarissima per un ex capitano pirata.
Per il gran finale arriva il capolavoro epico di 11 minuti «Treasure Island», ispirato ovviamente al classico letterario omonimo dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson e con ogni probabilità il brano migliore dell’intera storia dei Running Wild. In pratica è la colonna sonora perfetta per leggere il libro o guardare uno dei tanti film sull’Isola del tesoro. L’avventura caraibica con Jim Hawkins, Long John Silver e lo spettro del terribile capitano pirata Flint comincia con i ricordi di Hawkins e la decisione di non tornare mai più sull’Isola del tesoro. A far scoppiare ogni volta una salva di risate ci pensano le urla e le risate di Rolf (nel ruolo del capitano Flint): «pieces of eight, pieces of eigh hahahaha». Dopo questo colorato e spiritoso inizio parte un’indimenticabile avventura musicale che, con la sua atmosfera eccezionale e la sua intensità, non molla un attimo dall’inizio alla fine, mentre il culmine è il ritornello indimenticabile. In mezzo non mancano nemmeno sezioni strumentali piene di colore, con assoli di chitarra di gran gusto e cambi di tempo che scuotono del tutto e trasformano la struttura iniziale di questo capolavoro. In seguito ai Running Wild non è mai più riuscito di creare un’epopea di oltre dieci minuti così convincente, sentita e vissuta, nemmeno con l’ambizioso super-epic «Genesis (The Making and the Fall of Man)» dell’album successivo «Black Hand Inn» (1994).
«Pile of Skulls» ha rappresentato per molti versi il culmine delle spedizioni piratesche di Rolf con la sua ciurma Runnig Wild. Grazie a classici come «Whirlwind», «Sinister Eyes», «Lead Or Gold», la title track, «Jennings’ Revenge» e al culmine «Treasure Island», resta uno dei migliori album nella storia dei campioni del power metal di Amburgo. È anche l’album power metal perfetto da ascoltare durante una pausa estiva, anche se è un piacere metterlo su in qualsiasi altra occasione. Un tempo sembrava che i Running Wild, dalla seconda metà degli anni Ottanta alla metà dei Novanta, semplicemente non fossero in grado di fare un disco debole e che sarebbero rimasti ancora a lungo tra le stelle più luminose del cielo power metal. Purtroppo, dopo la prima metà dei Novanta, sul piano creativo le cose sono andate piano piano ma inesorabilmente in discesa. Non sono mai più riusciti a registrare un capolavoro pirate metal così ben rifinito come «Pile of Skulls», o almeno qualcosa che si avvicinasse al livello dei loro splendidi album tra il 1987 e il 1997.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Chamber of Lies (2:21) instrumental
2. Whirlwind (4:52)
3. Sinister Eyes (5:06)
4. Black Wings of Death (5:17)
5. Fistful of Dynamite (4:06)
6. Roaring Thunder (5:56)
7. Pile of Skulls (4:39)
8. Lead or Gold (5:07)
9. White Buffalo (5:17)
10. Jennings’ Revenge (4:18)
11. Treasure Island (11:14)
Formazione:
Rolf Kasparek – voce, chitarra
Axel Morgan – chitarra
Thomas Smuszynski – basso
Stefan Schwarzmann – batteria
Musicista ospite:
Ralf Nowy – tastiere su Chamber of Lies, effetti su Sinister Eyes
