The Flower Kings: Waiting for Miracles

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Data di uscita: 08.11.2019
Etichetta: InsideOut Records
Produzione: Roine Stolt
Durata: 84:56
Genere: symphonic progressive rock
Voto: 9/10

I fan dei rinnovatori del progressive rock svedese The Flower Kings hanno dovuto aspettare ben sei anni per il nuovo album in studio, »Waiting for Miracles«, perché nel frattempo i due leader della band, cioè il chitarrista/cantante Roine Stolt e il tastierista Tomas Bodin, si sono ‘scontrati’. Per un bel pezzo Stolt, per rispetto verso Bodin, che aveva deciso di puntare d’ora in poi solo sulla carriera solista, non ha voluto portare avanti i ‘Flower Kings’ e nel 2018 ha pubblicato l’album »Manifesto Of An Alchemist« con il nome Roine Stolt’s The Flower King.

A un certo punto ha perfino pensato di sciogliere i ‘Flower Kings’ e di buttarsi del tutto sulla carriera solista e su tanti progetti collaterali, ma per fortuna dei seguaci di questa band di culto della ‘terza ondata del progressive rock’ alla fine ha deciso comunque di andare avanti. Al posto di Bodin ha chiamato Zach Kamins (An Endless Sporadic), mentre alla batteria Felix Lehrmann è stato sostituito da Mirkko DeMaio (Mind Key). Della ‘vecchia guardia’ ci sono ancora il bassista di lunga data Jonas Reingold e il chitarrista/cantante fondatore Hasse Fröberg.

I fan hanno potuto tirare un sospiro di sollievo e arrivare a »Waiting for Miracles«, che per molti versi è un tipico album dei The Flower Kings, di nuovo ‘doppio’ dopo tanto tempo, ma con qualche piccola novità di scrittura e arrangiamento. Kamins ha un approccio simile, ‘old school’, alla costruzione degli arrangiamenti sinfonici, ma è un filo meno ‘invadente’ del spesso pomposo Bodin, tanto che non ‘copre’ mai le chitarre di Roine. Forse in certi momenti è perfino un po’ troppo trattenuto, quando avrebbe potuto sparare un assolo più lungo e invece preferisce farsi da parte ‘al momento giusto’..

Tutto ciò per cui i The Flower Kings sono diventati famosi si trova anche su »Waiting for Miracles«: possenti armonie tra chitarre e tastiere, tanti ritornelli melodici con entrambi i cantanti in azione, testure sinfoniche ricche di atmosfera, complessi cambi di tempo, brevi ‘tappe’ strumentali e naturalmente i testi ‘hippie’ di Roine, che stavolta però contengono un po’ più di critica sociale del solito. L’eclettismo stilistico questa volta non impressiona più di tanto, perché i nuovi ‘Flower Kings’ si attengono perlopiù alla ricetta ‘collaudata’ del symphonic prog, senza grandi deviazioni verso hard rock, jazz o pop rock. Soprattutto non si trovano quasi più elementi blues, per i quali alcuni ‘puristi del prog’ avevano criticato certi lavori passati dei ‘Flower Kings’.

Va lodato anche il fatto che, nonostante la durata notevole di questo album doppio, solo due brani arrivano ai dieci minuti, e non ci sono i vari ‘riempitivi’ brevi e inutili che in certi lavori del passato capitava di trovare.

L’apertura »Black Flag«, segnata all’inizio dal verso dei gabbiani, ha bisogno di un po’ di tempo prima di trasformarsi in una composizione impressionante, che ci convince che i nuovi ‘Flower Kings’ non sono affatto peggio dei precedenti e che di Bodin, in fondo, non sentiremo troppo la mancanza. A dare una nota di divertimento ci pensano i suoni giocosi delle tastiere, mentre le ricche armonie vocali e l’alternarsi dei ruoli tra Roine e Hasse funzionano come si deve. Il festoso epic »Miracles of America«, in cui Roine nel testo se la prende ancora una volta con astuzia con le derive del più decadente impero dei nostri tempi, è abbastanza complesso e vario sul piano delle atmosfere da accontentare anche i fan più esigenti.

Il successivo epic da dieci minuti, »Vertigo«, contiene qualche elemento in più di jazz fusion, mentre il ritornello etereo, a più voci e decisamente risvegliante è ormai uno standard per questa band da sempre positiva. »The Bridge« è, fino a metà, una ballata per lo più immobile e acustica, finché con un temperamentoso assolo di chitarra e i suoni dell’organo Hammond non si getta in acque più drammatiche. Lo strumentale complesso e stilisticamente vario »Ascending to the Stars« contiene arrangiamenti orchestrali ricchi di atmosfera e tappeti di mellotron, mentre a entusiasmare di più sono i cambi di tempo improvvisi e le sottili passate di chitarra. Sull’estremamente melodica »Wicked Old Symphony«, che contiene anche qualche elemento jazz e psichedelico, si sente bene l’incrocio di varie influenze dei giganti del (prog) rock degli anni Sessanta e Settanta.

Lo strumentale »The Rebel Circus« ha un’atmosfera spiccatamente nostalgica e alcuni momenti quasi space rock, mentre l’altrettanto ambiziosa »Sleep With The Enemy« trabocca di melodie epiche, assoli di chitarra regali e arrangiamenti sinfonici magniloquenti. La complessissima »The Crowning Of Greed« è una creatura quasi del tutto strumentale, a parte il verso finale. I due strumentali più brevi intitolati »House of Cards« servono soprattutto da introduzione e da epilogo del primo disco, anche se »Waiting for Miracles non è un concept album.

Lo strumentale »Spirals«, per certi effetti di chitarra, a tratti ricorda i King Crimson, e in particolare quelli degli anni Ottanta, mentre i campioni elettronici dei sintetizzatori regalano un marchio sognante, etereo, quasi space rock. Punk e ‘Flower Kings’ sono due concetti che si escludono completamente, mentre »Steampunk«, che ovviamente col punk non ha alcun legame sonoro, è uno dei pezzi migliori di questo album. Il brano di chiusura, dal tono festoso, »We Were Always Here«, è il tipico inno epico dei The Flower Kings con la poesia ‘new age’ di Roine e allegri arrangiamenti sinfonici, che con il ritornello a più voci ricorda un po’ il classico »Stardust We Are«.

Il primo album in studio dei The Flower Kings dell’«era post-Bodin», il tredicesimo in totale se non si conta »Manifesto of an Alchemist«, è venuto fuori decisamente bene, anche se per entrare nel club dei capolavori e degli album d’élite della band gli mancano un po’ più di ambizione e qualche piccolo dettaglio sonoro e miglioria. Per contro, Kamins ha portato una ventata fresca negli arrangiamenti, che sul piano delle atmosfere è del tutto al livello di Bodin, e in futuro si ‘farà coraggio’ di sicuro per qualche impresa solistica più audace. L’assenza di epic symphonic prog più lunghi da parte di una band che è tra le migliori in questo ‘settore’ sorprenderà in negativo parecchi, ma d’altra parte »Waiting for Miracles« è uno dei loro lavori più ‘scorrevoli’ e coerenti, senza momenti stravaganti e forzati.

Recensione di: Peter Podbrežnik

Tracklist:

CD 1 (63:28)
1. House of Cards (1:58)
2. Black Flag (7:42)
3. Miracles for America (10:03)
4. Vertigo (9:59)
5. The Bridge (5:32)
6. Ascending to the Stars (5:45)
7. Wicked Old Symphony (5:47)
8. The Rebel Circus (5:50)
9. Sleep with the Enemy (6:02)
10. The Crowning of Greed (4:50)

CD 2 (21:28)
1. House of Cards Reprise (1:21)
2. Spirals (5:06)
3. Steampunk (6:34)
4. We Were Always Here (7:35)
5. Busking at Brobank (0:52)

The Flower Kings:
Roine Stolt – chitarra elettrica e acustica, tastiere, voce solista
Jonas Reingold – basso
Hasse Fröberg – voce solista, cori
Zach Kamins (An Endless Sporadic) – tastiere, chitarra
Mirkko DeMaio (Mind Key) – batteria, percussioni

Musicisti ospiti:
Michael Stolt – basso, cori
John “Zach” Dellinger – viola
Paul Cartwright – violino

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