Širom, una sterminata tavolozza di suoni e strumenti (2020)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2020
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Luogo: Tolmino / Kinogledališče / Slovenia
Data: sabato, 22.02.2020


Prima di partire per la Francia (passando per l’Italia), i Širom si sono ritrovati ancora una volta su uno dei palchi sloveni. Al Kinogledališče di Tolmino. Il trio, rappresentato da Samo Kutin, Ana Kravanja e Iztok Koren, in appena quattro anni ha messo in fila già tre album, l’ultimo dei quali, “Svet, ki speče konju cvet”, lo scorso ottobre. Già dal titolo si intuisce che i Širom sono un trio che parla in modo particolarmente forte. Per niente stravagante, ma con un approccio sperimentale. Con tutta la sostanza musicale che il trio porta e crea, allo stesso tempo evoca senza sforzo anche un senso di astrazione.

Comunque sia, il gruppo, dal background geografico curioso tra Prekmurje, Carso e zona di Tolmino, ha raccolto un sacco di interesse e con il suo approccio e la sua interpretazione ha scosso una bella fetta della critica slovena, ma soprattutto internazionale (all’estero sono molto stimati), e questo soprattutto grazie a un indirizzo, o meglio a una visione, estremamente audace, unica, che da noi finora hanno affrontato in modo simile solo pochissimi musicisti. In un’epoca in cui la manipolazione sonora elettronica moderna è spesso la leva per raggiungere l’eclettismo, i Širom restano “con i piedi per terra”, nell’acustica, in timbri organici e collage, e dietro agli effetti non c’è nessun orpello né cosmesi. Quello che vedi e senti è quello che ottieni. I Širom sono una formazione strumentale: se nei pezzi Ana o Samo prestano la voce, le voci fanno da suono aggiuntivo, cioè da strumento, e seguono la melodia del momento, come li guida l’attimo dell’esistere nel presente. Quando le voci evocano l’uso del linguaggio, le parole sono “inventate” lì per lì, come detta il sentire del momento del musicista nella sua interpretazione. Ma la voce è quindi solo una spezia in più. In ogni caso, già solo il colpo d’occhio sul palco, prima che i tre musicisti vi salissero, era qualcosa di totalmente personale. La moltitudine di oggetti che riempiva il fronte del palco, raccolti da ogni angolo del mondo, molti dei quali fatti a mano in casa, cioè pezzi unici, che aggiungono al gruppo un fattore di originalità cresciuta da sé, lasciava intendere che quella sera ci saremmo trovati davanti a una realtà musicale assolutamente speciale.

E infatti. L’intero concerto, durato un’ora e venti, meglio un minuto in meno, ha funzionato come un unico mantra che ti porta, se sai e se hai il coraggio, ben oltre il razionale, a contatto con un’energia a cui la logica e il pensiero non ti fanno arrivare. Semplicemente una musica che è affascinante in tutto: se scacci la ragione mentre la interpreti, puoi goderne molto di più e l’energia della musica ti porta molto più lontano del solito. Si legge in modo strano, perché il sistema stesso che serviamo da oltre 2000 anni ci costringe a usare solo logica e matematica, e per questo abbiamo trascurato del tutto gli altri sensi, che si sono atrofizzati in noi, anche se li portiamo dentro. Chi riesce a risvegliarli in sé e così a “galleggiare via” sulle ali della data vibrazione musicale, vive molto, molto di più di quanto ci insegnino a scuola. E questo elemento i Širom non solo ce l’hanno, ma lo capiscono, lo coltivano, ci si confrontano di continuo e imparano anche da esso. Nonostante tutta l’esposizione di concretezza, perché la musica poggia su una forte struttura ritmica e resta “a terra”, questo elemento nella musica del trio è comunque interiorizzato, e i sensi e gli istinti primordiali, durante l’esecuzione, restano sempre all’erta (anche in modo intuitivo).

Il trio è incredibilmente agile, ognuno usa una moltitudine di strumenti, il che richiede una continua intesa (reciproca) sul palco, un livello di comunicazione in più costante, che non è solo percepire il trio durante l’esecuzione, ma, detta banalmente. Mentre uno nel corso di un pezzo cambia anche tre strumenti, si porta in testa un piano vago ma indispensabile su cui muoversi, e allo stesso tempo conosce il piano altrettanto vago degli altri due membri, per non provocare caos sul palco. In versione caricaturale. Per esempio, che i membri della squadra non si scontrino con la testa mentre cambiano velocissimi tra percussioni, strumenti a pizzico, strumenti ad arco ecc… o non mettano uno strumento dall’altra parte del palco, per poi non averlo sottomano proprio quando serve. Quindi il trio è sempre sul pezzo, e anche se la musica dà una sensazione di astrazione, di trascendenza, funziona anche in modo psichedelico e soprattutto mistico. Eppure segue un filo rosso, anche se la musica potrebbe sfaldarsi in frammenti, se per via dei guizzi di improvvisazione libera, per cui c’è sempre abbastanza spazio, cancellasse le tracce della formattazione tematica. Un momento del genere al concerto è capitato solo nel finale, quando la band ha provocato apposta un po’ di caos sonoro, con germi di sperimentazione free jazz, che però è servito solo a far creare al gruppo un crescendo atmosferico in chiusura. La band ha assorbito anche un elemento di neoclassicismo, portato soprattutto da Ana con violino e viola. Tutti e tre i musicisti usano sugli strumenti ad arco e a pizzico anche archetti da violino, il che tira fuori ulteriori elementi di stranezza sonora e, di conseguenza, di teatralità scenica.

Quindi, a prescindere dal fatto che si tratti in effetti di una specie di musica popolare neo-avanguardista, che si fonde in modo pittoresco con la tradizione delle musiche di varie parti del mondo, assorbe elementi etnici, figure neoclassiche e si rivolge a un tale cumulo mistico, alla fine dei conti è slovena in tutto e per tutto.

Allo stesso modo il trio usa strumenti che convenzionalmente guidano la melodia (banjo, violino,…) nel ruolo di percussioni (battendo sui corpi di questi strumenti), ciotole metalliche di varie dimensioni e altri oggetti di metallo che sembravano una sega circolare, e che Samo sfruttava come ottima spezia sonora, deformandone il suono in modo pittoresco, simile a quanto si ottiene usando un theremin. C’erano anche altri dettagli di sfide sonore insolite, che di sicuro avrebbe seguito con attenzione anche un Fred Frith (o dei visitatori molto affamati). Per esempio, il riso sparso per il palco. Se John Zorn cercasse una pura eclettica sonora etnica, in tutto il purismo originario della sua sfrontata provocazione di sperimentazione innestata in modo brillante, chiamerebbe a collaborare i Širom. Ma attenzione. La band genera un’enorme musicalità e una struttura tangibile, ma soprattutto un contrasto estremamente pittoresco tra una straordinaria concretezza ritmica e imprese trascendenti nella creazione di una trama di leggeri pastelli sonori, come gli intrecci di armonie a più voci, suonati in modo magistrale, con più kalimbe in contemporanea, l’aggiunta di campane tubolari e balafon.

La fine è arrivata del tutto inaspettata. Troppo presto. Il senso del tempo e dello spazio, di fronte a una vibrazione musicale così personale, era sparito del tutto. Inutile aggiungere che ogni concerto dei Širom è unico, come lo è stato anche questo a Tolmino. I pezzi hanno una struttura da “intesa allentata”, possiedono una “mappa” che invita alla simbiosi di fusioni sonore libertarie, punti di orientamento di base, e allo stesso tempo il trio in questa “mappa orientativa leggera” si lascia sempre tanto spazio per la sperimentazione che nell’interpretazione può incarnarsi liberamente anche la sensibilità intuitiva del “mantrare” del momento della trojka, che è uno dei mattoni essenziali della musica dei Širom. Quella sera a Tolmino si è espressa in modo unico e irripetibile, come in qualsiasi altro posto sarebbe stata tutt’altra cosa, soprattutto a contatto con un ambiente del tutto naturale. All’aperto, cioè, dove non siamo coperti da tetti e circondati dal cemento.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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