Quattro chiacchiere con Mariusz Duda dei Riverside
I prog rocker polacchi Riverside non hanno bisogno di grandi presentazioni. Dalla nascita nel 2001 la band ha pubblicato sette album, e ognuno mostra i Riverside come qualcosa di speciale. Certo, il gruppo ha uno stile riconoscibile, ma in ogni disco ci sono comunque delle sorprese.
Il 2016 è stato un anno tragico per la band, quando è scomparso il chitarrista Piotr Grudziński, e sembrava la fine del gruppo. Ma dopo averci pensato bene, i Riverside hanno deciso di andare avanti. A Grudziński rendono omaggio a ogni concerto. Cosa abbia significato perdere lui, i Riverside lo hanno raccontato con l’ultimo album Wasteland (recensione QUI).
La band è ormai nella fase finale del ciclo di tour per l’album Wasteland. Mariusz Duda, bassista e cantante del gruppo, nonostante l’agenda piena è riuscito a ritagliarsi un po’ di tempo per rispondere ad alcune domande. I Riverside sono infatti in tour e tornano anche a Lubiana, martedì 3 marzo.
Rockline: Ciao, vi aspetta un nuovo tour. Passerete per un po’ di città dell’Europa centrale e orientale, dove avete già suonato per promuovere questo album. Ci si può aspettare qualche sorpresa in scaletta?
Mariusz Duda: In tour vogliamo sempre provare qualcosa di nuovo. Lo sfondo sarà lo stesso, ma qua e là qualche sorpresa la sentirete di sicuro.
Rockline: Nel ciclo di tour di Wasteland avete toccato un sacco di posti, anche luoghi dove non avevate mai suonato. C’è qualche posto che vi ha lasciato un’impressione particolare?
MD: Il nostro primo tour negli Stati Uniti è stato davvero figo. E pieno di gite interessanti. Abbiamo avuto la possibilità di vedere il Grand Canyon e il Golden Gate. Quindi tanti bei ricordi e tante foto.
Rockline: Se paragoni il ciclo di tour di Wasteland ai tour precedenti, ti sembra che la base di fan stia crescendo?
MD: Decisamente. Attiriamo sempre più gente. E la maggior parte sono giovani. Non so, magari i nostri fan originali sono ormai troppo vecchi per noi. (risate)
Rockline: Quando avrete finito con il tour di Wasteland, quali sono i piani per la band? Poco fa hai accennato che partirai con un nuovo progetto solista, diverso da Lunatic Soul. Visto che molti fan dei Riverside seguono anche Lunatic Soul, quali orizzonti esplorerai con il nuovo progetto?
MD: Dopo il tour ci concentreremo di sicuro sulla creazione di un nuovo album dei Riverside. Prima però pubblicherò il nuovo album dei Lunatic Soul, a cui lavoro da circa un anno. Nel frattempo ho già annunciato che pubblicherò dei brani solisti. Il primo verrà svelato a metà marzo. Sarà l’inizio di un ciclo speciale che chiamo “canzoni sottopelle”: lo stile del cantautore.
Rockline: Parliamo ancora un po’ dell’album attuale, Wasteland, con cui siete tornati a uno stile più diretto e incisivo. Come spieghi questa evoluzione naturale?
MD: Penso che “Wasteland” sia un ponte tra i vecchi e i nuovi Riverside. Una specie di album di transizione. Aiuta a capire chi siamo davvero e qual è l’elemento più importante della nostra musica: le emozioni. E qui il nostro lato emotivo è messo in risalto come mai prima d’ora. Ovviamente c’entrano anche i testi, che parlano del nostro amico scomparso.
Rockline: Il tema dei testi è il post-apocalittico. Ci sono un sacco di libri e film ambientati in un mondo post-apocalittico. Puoi dirci qualche titolo che ti ha ispirato per i testi dell’album?
MD: “La strada” di Cormac McCarthy, per esempio, ma prima di tutto “Wasteland” parla della mia esperienza dopo una perdita. E riflette anche le paure che abbiamo tutti, vista la situazione nel mondo. “Mad Max” e i libri post-apocalittici sono come la grafica di una scatola. Dentro, invece, si parla delle nostre vite di oggi. Del nostro deserto privato.
Rockline: State già pensando a un nuovo
album? Dove pensate che vi porterà il prossimo disco?
MD: Di sicuro inizieremo a scrivere nuovi pezzi dopo la fine del tour di Wasteland, quello in cui siamo adesso. Il piano è di far uscire l’album nel 2021. La più grande ispirazione per noi è la scaletta del tour di Wasteland e l’interazione con i fan.
Rockline: La scena prog rock oggi è bella grande. Voi Riverside
siete uno dei rappresentanti importanti. Le opinioni sulla scena sono diverse:
c’è chi dice che si sta ancora evolvendo, chi invece che stagna. Tu
che ne pensi?
MD: Per me è uguale a sempre. Abbastanza nella media (risate). Certo, i concerti di Roger Waters, che suona negli stadi, per me non rappresentano proprio la “scena progressive”. Non è giusto metterlo nella stessa categoria degli altri musicisti prog. Quindi, senza questi dinosauri la scena prog è più o meno la stessa. A dirla tutta, il genere è una nicchia. A meno che non si includa nelle statistiche la presenza ai concerti di una band che pubblica un album ogni 13 anni: allora è un’altra storia.
Rockline: Oggi c’è qualche band che ti conquista con la sua innovazione e unicità, tanto da spingerti ad ascoltarla?
MD: Viviamo nell’epoca della retromania. Se parliamo di rock, l’ultima band rock innovativa per me sono stati i The White Stripes. Nell’ultimo decennio c’è stata un’alluvione di hip hop, che non è proprio la mia tazza di tè. Devo ammettere che capisco il fenomeno Billy Ellish: è fresco, ed è anche promosso in modo eccezionale. È triste che oggi contino solo i soldi e le buone conoscenze. Se hai soldi e conoscenze, puoi fare qualsiasi cosa e spacciare chiunque per il musicista più innovativo del mondo. Per fortuna ci sono delle eccezioni. Lo si vede dalla fedeltà dei fan. E noi, come band, puntiamo a questo.
Rockline: Oggi le band cercano di raggiungere un pubblico più ampio in vari modi. Uno è suonare nei grandi festival. Visto che anche voi suonate ai festival, cosa preferite: i festival o i concerti nei club?
MD: Purtroppo, siccome siamo più o meno indipendenti e non siamo sotto l’ala di una qualche popolare agenzia di concerti, per noi è difficile suonare nei grandi festival. I club più piccoli sono fantastici, il contatto con i fan è insostituibile. Però i festival sono una sfida. Suonare davanti a un pubblico diverso è davvero una sfida ed è emozionante.