Deep Purple: Fireball

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Etichetta: Harvest Records
Data di uscita: 9 luglio 1971
Produzione: Martin Birch
Durata dell’album: 40.30 min
Voto: 9,0/10
Genere: Hard Rock / Heavy Rock


Quando uscì il loro quinto album in studio, «Fireball», i leggendari giganti dell’hard rock inglese Deep Purple stavano vivendo il momento di massimo splendore artistico e commerciale, con il sogno di conquistare il trono della band più rumorosa del rock pesante che iniziava a diventare realtà a vista d’occhio. Il capolavoro precedente, «In Rock» (1970), aveva finalmente regalato loro la fama mondiale, e così la formazione Mark II, ancora oggi la più amata dalla maggior parte dei fan, decise con «Fireball» di proseguire sulla formula sonora vincente del predecessore e di spingerla ancora più in là con qualche azzardo da veri avventurieri, da cui si capiva benissimo che i Deep Purple bruciavano ancora dalla voglia di perfezionismo compositivo e di evoluzione sonora continua.

«Fireball», che conteneva parecchi classici purpleiani amati ancora oggi, ha bissato lo straordinario successo del suo celebre predecessore, anche se oggi, tra i membri della Mark II, a considerarlo un capolavoro è rimasto solo il cantante Ian Gillan, che qui ha lasciato alcune delle migliori prove vocali di tutta la sua carriera. Gli altri non condividevano il suo entusiasmo, soprattutto il virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore, che non sopportava la produzione cambiata, molto più raffinata e meno cruda rispetto al disco precedente. Il lunatico e imprevedibile Blackmore, che nel tempo libero si divertiva a terrorizzare i compagni di notte, all’occorrenza anche con un’ascia in mano, da focoso paladino delle sfumature sonore più dure nel suono tradizionale dei Deep Purple ebbe durante le registrazioni di «Fireball» i primi scontri con Gillan, destinati solo a intensificarsi nei mesi successivi fino a sfociare in aperta ostilità.

Di gran lunga il classico più riconoscibile della versione britannica dell’album, dove al terzo posto, al posto del grande hit «Strange Kind Of Woman», c’era «Demon’s Eye», è la title track d’apertura, in sostanza un hard rock tirato a lucido nella migliore maniera Purple. Dopo una breve intro ‘ventosa’ entra in scena la stampede alla batteria di Paice, in coppia con le linee di basso ringhianti di Glover, a formare una base ritmica iperattiva per le potenti sortite di chitarra di Blackmore e i selvaggi meandri d’organo di Lord, mentre Gillan al microfono brilla, come al solito, con sfoghi emotivi vissuti fino in fondo e con la sua tradizionale ampiezza di corde vocali. Curiosità: questo classico, uscito anche come singolo, contro la solita abitudine di Ritchie non ha nessun assolo di chitarra. Il testo è tipicamente ‘purpleiano’, visto che racconta una peripezia amorosa con una enigmatica donna-aliena come protagonista.

«No No No» è un’interessante dose di energia hard rock, dove sopra la prestazione vocale incavolata di Gillan regna un riff di chitarra temperamentoso, mentre Glover tesse linee di basso pungenti e Lord si sfoga con imprevedibili esperimenti all’organo. Nonostante una base hard rock piuttosto elementare, questo standard dei Purple un po’ trascurato contiene tanti cambi di tempo interessanti e un avvicendarsi imprevedibile di motivi strumentali, tra cui non manca un assolo di chitarra di Blackmore da leccarsi i baffi. Alla prima occasione Lord gli getta il guanto di sfida con un monumentale assolo all’Hammond, che però è ben lontano dal chiudere il loro duello, destinato a trascinarsi per gran parte dell’album.  

Il sempreverde «Demon’s Eye», presente solo nella versione britannica di «Fireball» al posto di «Strange Kind Of Woman», è un pezzo a tempo medio segnato da un’atmosfera enigmatica. Questo standard intriso di misteriosa magia ambientale è marcato da una frase di chitarra decisa con schemi ritmici ripetuti, mentre su tutto comanda con autorità la voce di Gillan, elastica come un chewing gum e carica di una selvaggia miscela di emozioni. Il ritornello principale, mentre si racconta un’altra strana avventura amorosa, suona malizioso e fa crescere ancora di più il mistero generale, mentre Blackmore è di nuovo incredibile, sia nel regalarci frasi di chitarra pungenti sia nel firmare l’assolo finale.

Lo stravagante esperimento country «Anyone’s Daughter» è un pezzo di terza categoria nato come puro scherzo e che sull’album ancora oggi non ha nulla da farci. In realtà in origine non era nemmeno previsto nella scaletta di «Fireball», ma l’uomo in nero, che a tutt’oggi ne è l’unico estimatore, ebbe un serio scontro con Gillan e iniziò a minacciare di tutto se non fosse finito sul disco. La gita campagnola di Blackmore nel saloon dei cowboy resta ancora oggi di gran lunga la cosa peggiore, non solo della Mark II, ma di tutta la carriera dei Deep Purple, e mette seriamente a rischio lo status di «Fireball» come uno dei capolavori classici dei Purple. Con quell’accompagnamento di piano sonnolento e quei classici accordi di chitarra country che costruiscono una melodia soporifera, alla voce ci starebbe molto meglio un ‘piagnone’ da cowboy tipo Bob Dylan o Johnny Cash. Che persino tutto il materiale bonus della ristampa in CD di «Fireball» sia anni luce migliore di questa roba che puzza di letame di stalla, dice tutto sulla sua qualità.

Il cattivo sapore viene cancellato subito dall’impareggiabile classico «The Mule», ancora oggi uno degli esperimenti più interessanti della Mark II quando si parla di fondere con efficacia sfumature strumentali complesse e una voce dal tocco un po’ psichedelico. L’assolo d’organo di Lord, speziato di sacralità, approfondisce l’atmosfera drammatica, mentre Blackmore, con una raffinatissima orgia di chitarra, non gli resta certo in debito quando si tratta di gonfiare i muscoli da solista. Il testo è parecchio atipico per gli standard dei Deep Purple, perché contiene tracce di occultismo, mentre la struttura sperimentale dimostra che, da qualche parte sotto la superficie hard rock, covava ancora una scintilla di avventura prog.

Lo standard complesso «Fools», in cui incrociano con successo la sottigliezza prog e l’intransigenza hard rock, è ancora oggi un traguardo trascurato in modo criminale. L’inizio è una ballata delicata con una melodia semplice dal sapore pastorale, che dura fino a quando irrompe un riff di chitarra rabbioso e Gillan, di nuovo bello infuriato, si mette a ‘scagliarsi in tutte le direzioni’ tra sfoghi vocali di profonda intensità emotiva. La sezione strumentale intricata nella parte centrale contiene un gioco variegato di percussioni e un suono cupo di tastiere, con cui lentamente fanno salire una tensione palpabile, che con l’ingresso degli altri due strumentisti nel collage sonoro raggiunge proporzioni spettacolari.

Il sempreverde hard rock «No One Came», pieno di temperamento, è una chiusura eccellente, dove tornano a brillare con tutta la loro forza gli ingredienti classici della Mark II: i latrati di Gillan, l’indomito riff di Blackmore, i voli d’organo frusciante di Lord, le massicce rullate di Paice e le linee di basso melodiche di Glover. L’atmosfera positiva e il testo scherzoso sono sostenuti da sfumature ritmiche dal sapore funk. Blackmore si sfoga ancora una volta con un lungo assolo di chitarra e di passaggio tira in un duello da solisti anche Lord, come sempre in splendida forma, che sfodera un indimenticabile capolavoro all’organo. Il lamento vocale voluttuoso di Gillan sulla situazione ormai persa aggiunge all’atmosfera generale del pezzo un’ulteriore dose di sfrontatezza. La chiusura psichedelica è del tutto inaspettata e arriva come un fulmine a ciel sereno.

Nella ristampa in CD di «Fireball», uscita per il venticinquesimo anniversario dell’album e imbottita di bonus a non finire, spicca soprattutto il grande hit «Strange Kind Of Woman», uscito come singolo e presente in origine solo nelle versioni americana e giapponese del disco. Secondo le parole di Gillan, il testo racconta di una prostituta (il titolo originale del pezzo era «Prostitute») e di una donna decisamente cattiva con cui aveva avuto a che fare un suo conoscente. La struttura semplice, basata su un facile susseguirsi di frasi di chitarra, un ritmo boogie e un ritornello furbo e dispettoso che si attacca subito, ha conquistato in un attimo folle di appassionati di musica in tutto il mondo e ha piazzato per sempre la ‘donna di strana specie’ tra gli evergreen immortali del rock. Ancora oggi è un vero peccato che questo grande hit non sia finito, su tutte le versioni originali dell’album, al posto di «Anyone’s Daughter». A rimpiazzare quest’ultima poteva andare bene anche il lato B del singolo, dal sapore funk, intitolato «I’m Alone», un pezzo divertentissimo grazie ai ritmi scherzosi e all’atmosfera positiva.

«Fireball», capolavoro dall’anima sperimentale, è per molti versi un disco in studio ancora più interessante del celebre predecessore, che avrebbe messo in ombra sotto ogni aspetto se non avesse un unico, solo difetto, che porta il nome di «Anyone’s Daughter». All’inizio dei Settanta i Deep Purple erano in un’ascesa stupefacente e i colpi da maestro cadevano uno dopo l’altro, tanto che in quel periodo Black Sabbath e Led Zeppelin erano gli unici veri rivali per il trono del rock pesante. L’uomo in nero, eterno perfezionista, le cui bizzarrie nel tempo libero hanno spesso oscurato la sua brillante tecnica chitarristica, intanto non nascondeva il suo malcontento per «Fireball» e già iniziava a forgiare piani su come, insieme a compagni il più possibile docili e controllabili, creare l’album hard rock definitivo.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Fireball (3:26)
2. No No No (6:54)
3. Demon’s Eye (5:21)
4. Anyone’s Daughter (4:43)
5. The Mule (5:22)
6. Fools (8:20)
7. No One Came (6:26)

Formazione:
Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Jon Lord – organo, tastiere
Roger Glover – basso
Ian Paice – batteria


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