Liberta Bloo

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Miladojka Youneed
Etichetta: Helidon
Uscita: 1993
Durata: 48:55
Voto: 4/5

Due anni dopo la scomparsa del talentuoso chitarrista Kristijan Cavazza, che nel corpo di Miladojka aveva portato una ventata d’aria fresca, un’anima distorta a ottano altissimo e, tra i telai di fiati e basso, passaggi sonori di prima qualità, il corpo del prolifico collettivo Miladojka Youneed è arrivato a uno stato di collasso totale. Parecchi membri hanno lasciato il gruppo, ma Lovrič e Marolt, nonostante tutto, hanno deciso di sfidare il declino e di tessere il seguito di Bloodylon, un album accolto a meraviglia e incensato, ma promosso a metà per un tragico incrocio di circostanze, che aveva fissato standard del tutto nuovi per un alter funk funkadelico e succoso, poggiato su solide e succose fondamenta jazz. Il corpo menomato e invalido della formazione ha deciso di opporsi alla gravità dell’inevitabile e, in pieno slancio creativo, sono accorsi in aiuto numerosi complici di talento; ma siccome Miladojka non hanno mai fatto niente due volte allo stesso modo, il risultato è stato tutto fuorché prevedibile.

I dieci brani registrati allo studio Tivoli nel gelido febbraio del 1993 sono dedicati al compianto Cavazza e, avvolti in uno strano e atipico velo di lutto, sono il frutto di quel che restava della fucina creativa: un prodotto che si descrive al meglio come funk ammorbidito dall’elettronica su una base pop un po’ giallognola. Liberta Bloo è pieno di buone idee, il cui baricentro però non è proprio autoctono: all’ascolto saltano fuori parecchie cover, già passate per le mani di altri artisti. Curioso che il disco parta proprio con una versione riadattata di un pezzo degli Art Ensamble Of Chicago, e in Jungle Miladojka lasciano la loro tipica fila di denti storti, che tra elettro danzereccio e oscuro e suoni sintetici riempie un duello fiati – pianoforte fatto di toni di base, a cui Lovrič si aggancia con sicurezza e con una sfrontatezza ancora più diretta di prima; nella polifonia degli ottoni non mancano i momenti per dimenare i fianchi e cercare la posizione più adatta alla barbara danza funkoide della riproduzione. Anzi, mi azzarderei a dire che di tutto quel dolce ce n’è persino troppo, e allora con sottotoni un po’ più scuri arriva lo spazio-pogo di Sax Maniac, che suona come un gesto spontaneo di funkadelia cosmica, e sulla matrice di base ci si potrebbe infilare senza fatica la voce dell’ormai defunto re del pop Michael Jackson. Lovrič, a modo suo, è più incline a un rap barbaro e a giocare con le parole senza un senso che si lasci afferrare, e alla sua voce si agganciano bene anche quelle, rinforzate dagli effetti, di un’avvenente schiera di cantanti ospiti di talento, che si danno il cambio al microfono: Mia Žnidarič, l’ex Videosex Anja Rupel, Meri Trošelj, Barbara Šinigoj e Alice Camara. La texture minimalista è condensata quanto basta perché le sequenze ripetute non si disintegrino in fattori primi; io forse sento la mancanza solo di un po’ più di impatto e di stratificazione.

Meno è più? Non so perché, ma proprio la parodia del singolo dei Kraftwerk Pocket Calculator è la prova che con un po’ più di impegno e di dinamica anche una batteria ripetitiva può procurare una mezza erezione. Il pezzo, che ha messo Miladojka nel mirino persino degli avvocati dei portabandiera tedeschi dell’electro beat e pionieri della musicalità post punk industrializzata, è una presa in giro geniale, e come allora siamo tutti, ancora oggi, esperti di calcolo dell’algebra della sopravvivenza, a cui Miladojka si agganciano con successo. La meditazione ripetitiva di Dirty Blues sottolinea uno stato di completo svuotamento dello spirito, e la sinistra mancanza di organicità distorta tocca il culmine con Burned Out. La sezione fiati suona artificiale, le chitarre come passate per un campionatore anni Ottanta, e al posto degli zombie, in un immaginario jacksoniano che ricorda Thriller, trova posto una rilettura dei classici un po’ più amara, nel modo che solo Miladojka sanno rendere così. Nevergreen è un preludio sentimentale che si insinua nell’insieme a terrazze, come una svista voluta; in un’interpretazione musicalmente inteneritissima della modalità, che solo Besame Mucho sa vantare, si svegliano persino le chitarre che, in un modo che ricorda le soluzioni di Brian May, annunciano che il presunto atto unico è più movimentato di quanto sembri a prima vista. James Brown con Living In America ha condensato le vignette della quotidianità americana, e Miladojka lo sezionano senza peli sulla lingua, lo depilano e lo infilano nel loro pacchetto di ritmica e sfrenatezza danzereccia; gli strati si ammassano in una baklava intrisa di pop fatta di stereotipi dolci, che restano comunque saldamente funkoidi e freschi senza irritare. Forse manca solo un palmo o due di spessore: il ritmo bidimensionale delle batterie elettroniche è troppo poco succoso per poter attribuire a ciò che ascolto un orgasmo completo. Evidentemente i preliminari sono andati un po’ nella direzione sbagliata, e nel cervelletto si fa sentire il vermetto del brontolone insoddisfatto … A porre fine a tutto ciò non basta nemmeno il jazz indiano di Talk About, mentre molta più erotica elettronizzata ce l’ha il rovente Hot And Sweaty, un proiettile diretto, giocoso e speziato alla maniera del Kamasutra, di confronto hardcore-erotico con il mondo. In realtà c’è più erotismo che porno, ed è proprio per questo che Miladojka sono così succosamente roventi anche quasi vent’anni dopo. Il vertice intellettuale di questo terzo album a pieno sangue è senza dubbio l’ultimo atto del disco – Show Me, che intreccia Brecht nell’insieme, mentre Lovrič, con un sussurro alla Morrison, compie un gesto di omaggio a due artisti per eccellenza, e Miladojka sbriciolano la loro danza minimalista verso un amaro addio. Cala il sipario e, nell’atmosfera fumosa di un magnifico annegare il dolore in ettolitri di grappa, Miladjka si espongono al mondo, gli porgono sui palmi il loro cuore dolente e, con la loro tipica arte, trasformano in musica anche la fragilità.

https://www.youtube.com/watch?v=sbdfMQ4Z-40

Libeta Bloo forse non è il momento migliore del peraltro imponente passato delle leggende lubianesi del jazzcore funkoide, ma è senza dubbio un atto di liberazione e di espressione del dolore. Liberta Bloo è un lamento funebre e un omaggio urbano a chi se n’è andato, e nel sezionare la caducità si riempie di essenza di sopravvivenza futura il calice dell’anima, o almeno è stato un gesto coraggioso. Di musica nei cassetti non ne manca, ma si sente che nel cuore c’è qualche decilitro di linfa vitale in meno rispetto a un paio d’anni prima. Miladojka Youneed dimostrano che, nel loro abbandonarsi polifonico all’esistenza e nella piena prigionia esistenziale tra il Qui e l’Ora, hanno ben più di due facce, e su ciascuna c’è pochissimo trucco con cui nascondere le emozioni. Anche per questo Liberta Bloo è più un atto di sopravvivenza che un gesto di disperazione, e artisti di quell’atto i Miladojka lo erano senza dubbio, allora.

 

Formazione

Miroslav Lovrič – chitarra, voce

David Jarh – tromba

Mario Marolt – sax baritono, sax tenore, clarinetto, cori, piano, chitarra

Aleš Randla – batteria, percussioni

Aleš Verbič – flauto

Musicisti ospiti:

Jani Hace – basso

Nikola Sekulovič – basso

Marko Štrumberger – chitarra

Mio Popovič – chitarra

Frederik Vargason – oktopad, batteria

Alice Camara – cori

Anja Rupel – cori

Barbara Šinigoj – cori

Meri Trošelj – cori

Mia Žnidarič – cori

Produzione

Iztok Turk & Iztok Milkovič

Tracklist

  1. Jungle
  2. Sax Maniac
  3. Pocket Calculator
  4. Dirty Blues
  5. Burned Out
  6. Nevergreen
  7. Living In America
  8. Talk About
  9. Hot And Sweaty
  10. Show Me
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