Fireball
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Deep Purple
Etichetta: Harvest Records
Uscita: 1971
Durata: 40:30
Voto: 4.5/5
Quando uscì il loro quinto album in studio »Fireball«, i leggendari giganti dell’hard rock inglese Deep Purple stavano vivendo il momento di massimo splendore artistico e commerciale, con il sogno di conquistare il trono della band rock più rumorosa e pesante che cominciava a realizzarsi a passo di carica. Il capolavoro precedente »In Rock« (1970) gli aveva finalmente regalato la fama mondiale, così la formazione (Mark II), ancora oggi la più amata dalla maggior parte dei fan, decise di proseguire con »Fireball« sulla formula sonora vincente del predecessore e di rilanciare con qualche azzardo avventuroso, da cui si capiva chiaramente che i Deep Purple ardevano ancora dalla voglia del massimo perfezionismo compositivo e di un’evoluzione sonora costante.
»Fireball«, che conteneva parecchi classici dei Purple ancora oggi amatissimi, ripeté lo straordinario successo del suo celebre predecessore, anche se oggi, tra i membri della Mark II, a considerarlo un capolavoro è solo il cantante Ian Gillan, che su questo disco ha lasciato alcune delle migliori prestazioni vocali di tutta la carriera. Gli altri non condividevano il suo entusiasmo, soprattutto il virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore, che proprio non digeriva la produzione cambiata, molto più raffinata e meno grezza rispetto al predecessore. Il lunatico e imprevedibile Blackmore, che nel tempo libero si divertiva a terrorizzare di notte i compagni, se serviva anche con un’ascia in mano, da focoso sostenitore delle sfumature sonore più ruvide nel suono tradizionale dei Deep Purple arrivò durante le registrazioni di »Fireball« ai primi scontri con Gillan, che nei mesi successivi non avrebbero fatto che aumentare, fino a degenerare in aperta ostilità.
Il classico di gran lunga più riconoscibile della versione britannica dell’album, dove al terzo posto al posto del grande hit »Strange Kind Of Woman« c’era »Demon’s Eye«, era la title track che apre il disco: in sostanza un hard rocker tirato a lucido, nella migliore maniera Purple. Dopo una breve introduzione ‘ventosa’ entra in scena la stampede batteristica di Paice, insieme alle linee di basso ringhianti di Glover, a creare una base ritmica iperattiva per i possenti passaggi di chitarra di Blackmore e i selvaggi meandri d’organo di Lord, mentre Gillan al microfono brilla, come al solito, con sfoghi emotivi vissutissimi e la tradizionale, generosa estensione delle sue corde vocali. Curioso che questo classico, uscito anche come singolo, contrariamente alla consueta abitudine di Ritchie non contenga un assolo di chitarra. Il testo è tipicamente ‘purpleiano’, visto che parla di una peripezia amorosa con una enigmatica donna-aliena come protagonista.
»No No No« è un’interessante iniezione di energia hard rock, dove accanto all’interpretazione vocale incavolata di Gillan regna un riff di chitarra temperamentoso, mentre Glover tesse linee di basso pungenti e Lord si sfoga con imprevedibili esperimenti all’organo. Nonostante una base hard rock piuttosto elementare, questo standard dei Purple un po’ trascurato contiene numerosi cambi di tempo interessanti e un’imprevedibile alternanza di motivi strumentali, tra cui non manca l’assolo di chitarra “gastronomico” di Blackmore. Alla prima occasione Lord gli getta il guanto di sfida con un monumentale assolo di hammond, che però è ben lungi dal chiudere il loro duello, che prosegue per gran parte dell’album.
L’evergreen »Demon’s Eye«, presente solo nella versione britannica di »Fireball« al posto di »Strange Kind Of Woman«, è un pezzo a medio tempo segnato da un’atmosfera enigmatica. Questo standard, intriso di una misteriosa magia ambientale, è caratterizzato da una frase di chitarra decisa con schemi ritmici ripetuti, mentre su tutto comanda con autorità la voce di Gillan, elastica come un chewing-gum e carica di una selvaggia miscela di emozioni. Il ritornello principale, mentre racconta un’altra strana avventura amorosa, suona birichino e rafforza ulteriormente il clima generale di mistero, con Blackmore di nuovo incredibile, sia nelle frasi di chitarra pungenti sia nell’assolo finale.
Lo stravagante esperimento country »Anyone’s Daughter« è un pezzo di terza categoria, nato come pura burla, che sull’album ancora oggi non ha niente da farci. In realtà in origine non doveva nemmeno finire nella scaletta di »Fireball«, ma l’uomo in nero, che ancora oggi ne è l’unico estimatore, entrò in rotta di collisione con Gillan e cominciò a minacciare di tutto se non fosse finita sul disco. La gita contadinesca di Blackmore nel saloon dei cowboy è ancora oggi di gran lunga la cosa peggiore, non solo della formazione Mark II ma dell’intera carriera dei Deep Purple, e mette seriamente a rischio lo status di »Fireball« come uno dei capolavori dei Purple. Con quell’accompagnamento di pianoforte sonnacchioso e quegli accordi country classici che formano una melodia mortalmente noiosa, alla voce ci starebbe molto meglio qualche ‘piagnone’ da cowboy tipo Bob Dylan o Johnny Cash. Incredibile ma vero, persino tutto il materiale bonus della ristampa in CD di »Fireball« è anni luce migliore di questo pezzo che puzza di letame di stalla, e questo dice tutto sulla sua qualità.
Il cattivo sapore svanisce subito grazie all’eccellente classico »The Mule«, ancora oggi uno degli esperimenti più interessanti della Mark II quanto a fusione efficace di sfumature strumentali complesse e voce dal taglio un po’ psichedelico. L’assolo d’organo di Lord, speziato di sacralità, approfondisce il clima drammatico, mentre Blackmore subito dopo, con un’orgia chitarristica estremamente raffinata, non gli è da meno quando si tratta di flettere i muscoli in solitaria. Il testo è piuttosto atipico per gli standard dei Deep Purple, visto che contiene tracce di occultismo, mentre la struttura sperimentale dimostra che da qualche parte sotto la superficie hard rock covava ancora una scintilla di avventura prog rock.
Il complesso standard »Fools«, in cui incrociano con successo sottigliezza prog rock e intransigenza hard rock, è ancora oggi un traguardo ingiustamente trascurato. L’inizio è una dolce ballata con una melodia semplice, dal sapore pastorale, che va avanti fino a quando irrompe un riff di chitarra incazzato e Gillan, di nuovo bello infuriato, viene ‘scagliato in ogni direzione’ tra sfoghi vocali emotivamente profondi. La complessa sezione strumentale centrale contiene un gioco di percussioni vario e un suono cupo di tastiere con cui salgono piano piano la tensione e l’atmosfera, che con l’ingresso degli altri due strumentisti nel collage sonoro comune raggiungono proporzioni spettacolari.
L’evergreen hard rock e temperamentale »No One Came« è un’ottima chiusura, dove tornano a brillare a piena potenza tutti i classici ingredienti della Mark II, a partire dal ringhio vocale di Gillan, il riff indomito di Blackmore, i voli d’organo frusciante di Lord, le massicce cascate di batteria di Paice e le linee di basso melodiche di Glover. L’atmosfera positiva e il testo spiritoso sono sostenuti da sfumature ritmiche di taglio funky. Blackmore si sfoga di nuovo con un assolo di chitarra fiume e, di passaggio, tira nel duello solistico anche Lord, in splendida forma come sempre, che sforna un indimenticabile capolavoro all’organo. Il lamento vocale voluttuoso di Gillan sulla situazione ormai persa aggiunge all’atmosfera generale una dose extra di sfrenatezza. Il finale psichedelico è del tutto inaspettato e arriva come un fulmine a ciel sereno.
Nella ristampa in CD di »Fireball«, uscita per il 25° anniversario dell’album e infarcita di numerose gustose aggiunte bonus, spicca soprattutto il grande hit »Strange Kind Of Woman«, uscito come singolo e originariamente presente solo nella versione americana e giapponese del disco. Secondo Gillan il testo racconta di una prostituta (il titolo originale del pezzo era »Prostitute«) e di una donna decisamente cattiva con cui aveva avuto a che fare un suo conoscente. La struttura semplice, basata su un’essenziale successione di frasi di chitarra, un ritmo boogie e un ritornello beffardo che si attacca subito in testa, ha entusiasmato in un attimo masse di appassionati di musica in tutto il mondo, e ha piazzato per sempre la ‘donna di strana specie’ tra gli evergreen immortali del rock. Ancora oggi è un vero peccato che questo grande hit non sia uscito, su nessuna versione originale dell’album, al posto di »Anyone’s Daughter«. Al suo posto avrebbe potuto starci anche il lato B del singolo, dal taglio funky, intitolato »I’m Alone«, un pezzo divertentissimo grazie ai ritmi scherzosi e all’atmosfera positiva.
Il capolavoro dal taglio sperimentale »Fireball« è per molti versi un disco in studio ancora più interessante del celebre predecessore, che oscurerebbe sotto ogni aspetto se non avesse un unico difetto, che si chiama »Anyone’s Daughter«. All’inizio degli anni Settanta i Deep Purple erano in una salita sbalorditiva e le opere magistrali cadevano una dopo l’altra, tanto che all’epoca gli unici veri concorrenti per il trono dell’hard rock erano Black Sabbath e Led Zeppelin. L’uomo in nero, eterno perfezionista, le cui bizzarre fisse nel tempo libero hanno spesso oscurato la sua brillante tecnica chitarristica, intanto non nascondeva il proprio malcontento per »Fireball« e aveva già cominciato a fare piani per creare, insieme a compagni il più possibile docili e gestibili, l’album hard rock definitivo.
Formazione
Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – organo, tastiere
Ian Paice – batteria
Produzione
Deep Purple
Tracklist
1. Fireball (3:26)
2. No No No (6:54)
3. Demon’s Eye (5:21)
4. Anyone’s Daughter (4:43)
5. The Mule (5:22)
6. Fools (8:20)
7. No One Came (6:26)