Deep Purple: Deep Purple In Rock

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Etichetta: Harvest
Produzione: Deep Purple
Data di uscita: 5/6/1970
Durata dell’album: 43.30 min
Genere: Hard Rock / Heavy Metal
Voto: 10/10


«Deep Purple in Rock» (di solito chiamato semplicemente «In Rock») è il quarto album in studio dei leggendari titani dell’hard rock britannico Deep Purple e, allo stesso tempo, il primo registrato dalla cosiddetta formazione Mark II, considerata la più amata nella storia della band. L’arrivo di due nuovi membri, il cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover (entrambi ex membri dei rocker psichedelici Episode Six), si inseriva in un cambio di rotta stilistico radicale: su «In Rock» la band rinnovata si è buttata a capofitto nelle acque dell’hard rock, con cui già prima flirtava, ma senza mai trovare il coraggio di affrontare davvero le onde agitate di un genere ancora appena nato. Da questo album leggendario, che da decenni è un pezzo obbligato in ogni casa, la scalata verso la vetta e il titolo di gruppo più rumoroso del mondo è stata solo una formalità.

L’approccio vocale tecnicamente superiore di Gillan rispetto al suo predecessore Rod Evans, e la rara capacità di raggiungere note altissime grazie al suo urlo caratteristico, il suo marchio di fabbrica, si fondevano alla perfezione in un sound molto più d’impatto e crudo. Nonostante l’abbandono di certi elementi prog, non mancavano però selvagge avventure sperimentali, soprattutto nelle lunghe jam strumentali, specchio fedele della virtuosità sconfinata dei singoli musicisti. Glover ha portato con sé un approccio melodico e tecnicamente rifinitissimo alle linee di basso complesse che, in coppia con le scorribande devastanti e imprevedibili di Ian Paice alla batteria, garantivano una base ritmica molto più cruda e massiccia di prima.

A decidere la svolta verso l’hard rock furono il leggendario mago delle tastiere e comandante non ufficiale della band Jon Lord e il brillante innovatore della chitarra Ritchie Blackmore, che più di tutti nel gruppo bruciava dal desiderio di vedere la nuova versione dei Deep Purple, molto più rumorosa e virile, conquistare finalmente il mondo. Con questo disco il sogno di Ritchie ha cominciato a diventare realtà: dopo due anni di vita stentata sul suolo britannico e un successo svanito troppo in fretta dall’altra parte dell’Atlantico, «In Rock» ha portato finalmente la svolta tanto attesa, imponendoli come superpotenza dell’hard rock e mettendoli, da pionieri dell’heavy metal, al fianco di pesi massimi di successo commerciale come Black Sabbath e Led Zeppelin.

Il pubblico britannico, viziato com’è, dopo l’uscita di «In Rock» ha finalmente accolto la band a braccia aperte, mentre il brillante singolo «Black Night», uscito ancora prima di questo capolavoro in studio, aveva già regalato alla formazione Mark II il primo grande successo, e questo poco dopo il flop commerciale totale del loro primo singolo «Hallelujah». Oltre a un contenuto musicale di prim’ordine, alla promozione di «In Rock» ha dato una mano enorme una copertina geniale, una delle migliori della storia dell’hard rock, con i membri della band scolpiti nella pietra sul celebre Mount Rushmore americano, al posto delle vecchie effigi dei presidenti più venerati degli Stati Uniti.

I Deep Purple hanno iniziato a registrare il materiale di «In Rock» poco dopo il progetto dal vivo «Concerto for Group and Orchestra» (1969) e già durante le prime jam e la composizione dei nuovi pezzi hanno capito che stava per succedere qualcosa di grosso. Non si sbagliavano nemmeno un po’, perché «In Rock» contiene un bel numero dei classici più amati dei Deep Purple, a partire dall’opener devastante «Speed King», nata come omaggio musicale e testuale alle leggende del rock’n’roll, con cui hanno piantato i paletti di tanti standard dell’hard rock. Contrariamente all’opinione diffusa che sia un pezzo che canta un’«ode alla gioia» per le droghe, il testo parla della vita spesso massacrante dei cantanti nelle band rock’n’roll e si ispira alle vicende di leggende del genere come Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry e compagnia. Tutti questi cantanti e musicisti erano tra le grandi fonti d’ispirazione vocale di Gillan.

Mentre gli americani, nella loro «immensa saggezza», hanno tagliato dalla versione d’oltreoceano di «In Rock» la splendida jam d’apertura tra Lord e Blackmore, nella versione britannica e nella maggior parte delle altre è rimasta intatta e funge da introduzione sperimentale, inaspettata e quanto mai evocativa a questo classico supersonico, che esplode di potenza indomabile e slancio inarrestabile. L’esplosivo intro strumentale di «Speed King» è una fusione devastante tra la distorsione della chitarra elettrica di Blackmore e l’organo dal sapore sacrale di Lord. Segue il passaggio a un tempo più veloce, sostenuto da un riff di chitarra pieno e ciccione, dove il canto virile di Gillan comanda su marce di batteria spietate e scorribande d’organo indomabili, per poi toccare il culmine in un ritornello possente. L’atmosfera intensa dà sempre la sensazione che il carismatico cantante, sostenuto dal fragoroso supporto dei virtuosismi supersonici dei compagni di strada, stia per prendere il volo mentre viaggia a velocità ipersonica.

«Bloodsucker» è un hard rock di carattere, pieno di scambi di iniziativa strumentale tra le frasi di chitarra ruggenti di Blackmore e le arguzie d’organo di Lord, mentre Gillan fa da perfetto contrappeso con i suoi sfoghi vocali urlati e inconsolabili. La versione Mark VII dei Deep Purple, con Steve Morse alla chitarra, ha riproposto nel 1998 questo classico, che come tanti standard della leggendaria band racconta di peripezie amorose, sull’album «Abandon» con il titolo cambiato in «Bludsucker».

L’immortale epopea pacifista di oltre 10 minuti «Child In Time» è il classico più compiuto e, grazie all’atmosfera melodrammatica, anche il più intenso a livello d’ambiente di tutto «In Rock». Qui Gillan, nel raccontare con una voce che strazia il cuore una storia d’amore sfortunata, tocca il punto più alto arrivando a note vertiginosamente acute che ancora oggi lasciano a bocca aperta ogni volta. La malinconica sezione iniziale, dopo l’urlo struggente di Gillan, si trasforma presto in un rocker bombastico con scorribande soliste infuocate tra Blackmore e Lord. Quest’ultimo, per gli accordi d’organo tra le due sezioni malinconico-calme, si è ispirato a un classico del gruppo psichedelico americano It’s a Beautiful Day, «Bombay Calling». Nella parte finale ritorna la sezione iniziale, con i gioielli d’organo di Lord e gli urli di Gillan che squarciano il cielo e fanno schiantare i vetri, e che, insieme a un testo pacifista interpretato con una partecipazione fuori dal comune, ancora oggi ti fanno correre un brivido dalla testa ai piedi.

«Flight Of The Rat» è un altro hard rock energico, stavolta un po’ più lungo, inchiodato su tre accordi di chitarra principali, mentre la struttura relativamente semplice viene allargata dai voli solisti di Ritchie e Jon, stavolta ben distinti. Le frasi di chitarra innovative dell’uomo in nero all’interno di questo classico dei Purple un po’ trascurato sono ancora oggi una vera delizia, mentre il maestro Lord è di nuovo inarrestabile con le sue epopee d’organo frusciante. Gillan ancora una volta entusiasma con la potenza fragorosa delle sue corde vocali elasticissime, mentre la stampede della batteria e le linee di basso decise contribuiscono a un’atmosfera surriscaldata in cui non è difficile immaginarsi topi volanti di ogni genere. Il demolitore socialmente consapevole «Into The Fire», che nel testo mette in guardia dall’abuso di droga nascosto nei locali cittadini, è diventato un classico fin dall’uscita e una presenza fissa nei concerti dei Mark II. Il canto furioso di Gillan è sostenuto da un riff di chitarra bruciante e da solide texture d’organo che, con l’aiuto di linee di basso piene di groove e di passaggi di batteria devastanti, creano un clima incandescente.

«Living Wreck», che contiene una frase di chitarra iconoclasta e passaggi spiritosi di Hammond, mentre Gillan si dimostra ancora una volta con una prova vocale da spezzare il cuore, è una confessione dolorosa di un uomo che, dopo una grande delusione d’amore, si sente uno zombie. Testi del genere sui cuori infranti, nei Deep Purple, che di solito evitavano le critiche sociali a politica e religione organizzata, sono diventati una costante. L’atmosfera d’impatto raggiunge il culmine in un ritornello insolitamente sereno. Alla fine Lord manda tutto a quel paese con un assolo d’organo supersonico.

Il classico hard rock conclusivo «Hard Lovin’ Man» è un’altra dimostrazione toccante delle virtù virtuosistiche dei singoli strumentisti. Si apre con un intro d’urto, dove regnano un ritmo galoppante e una combinazione fragorosa di accordi di chitarra, sostenuti da scorribande d’organo infernali. Le linee di basso ringhianti di Glover vengono ulteriormente arricchite dall’inarrestabile stampede di batteria di Paice. Gillan, con un passaggio intensamente vissuto tra note basse e alte, mostra ancora una volta la sua estensione vocale eccezionale. I gioielli solisti di Ritchie e Jon nella sezione strumentale sono di nuovo al limite della realtà e dimostrano in modo eloquente quanto questi due giganti del rock si completassero alla perfezione a vicenda nell’epoca «d’oro» dei Deep Purple.

La riedizione in CD, uscita per il 25° anniversario dell’album, contiene una serie di ghiottonerie, a cominciare da versioni rare degli standard di «In Rock», jam in studio interessanti mai sentite prima e la versione originale del singolo dell’indimenticabile evergreen «Black Night», che alla fine gli ha portato la fama mondiale. Questo hit leggendario, che ancora oggi resta il singolo dei Deep Purple piazzato più in alto nelle classifiche britanniche, vanta una struttura spiccatamente melodica, un riff di chitarra robusto e un ritornello contagioso. Proprio questa combinazione e la sua apparente «sacra semplicità», in cui non mancano gli sfoghi scatenati di chitarra di Blackmore e i voli d’organo spiritosi di Lord, è stata la ricetta vincente per il grande successo.

«Deep Purple in Rock» è un capolavoro senza tempo dell’hard rock e, senza dubbio, il vertice assoluto in studio dell’intera storia dei Deep Purple. È anche uno dei dischi rock più importanti di tutti i tempi: con questo album i Mark II hanno iniziato la loro marcia trionfale verso la vetta dell’Olimpo dell’hard rock, guadagnandosi la fama di pionieri dell’heavy metal, anche se negli anni i membri della band hanno sempre evitato questo genere di etichette. Le classificazioni di genere, infatti, gli davano parecchio sui nervi, mentre loro continuavano a spingersi oltre i confini del suono e a mescolare influenze diverse.

Autore: Peter Podbrežnik

Scaletta:
1. Speed King (4:18)
2. Bloodsucker (4:12)
3. Child in Time (10:15)
4. Flight of the Rat (7:52)
5. Into the Fire (3:29)
6. Living Wreck (4:30)
7. Hard Lovin’ Man (7:10)

Formazione:
Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – tastiere, organo
Ian Paice – batteria, percussioni


Deep Purple – Child In Time (video ufficiale)
Deep Purple – Speed King (video)
Deep Purple – Bloodsucker (audio ufficiale)
Deep Purple – Flight of the Rat (video)
Deep Purple – Deep Purple In Rock (copertina)
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