Deep Purple in Rock

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: Harvest Records
Uscita: 1970
Durata: 43:30
Voto: 5/5

»Deep Purple in Rock« (di solito chiamato semplicemente »In Rock«) è stato il quarto album in studio dei leggendari titani dell’hard rock britannico Deep Purple e, allo stesso tempo, il primo registrato dalla cosiddetta formazione Mark II, considerata la più amata di tutta la storia della band. L’arrivo di due nuovi membri, il cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover (entrambi ex Episode Six, rockettari psichedelici), faceva parte di una svolta radicale di stile: su »In Rock« la band rinnovata si è tuffata a testa bassa nelle acque dell’hard rock, un mare con cui già in passato aveva flirtato, ma senza mai trovare il coraggio di affrontare davvero le onde agitate di un genere ancora appena nato. Da questo album leggendario, che da decenni è un pezzo obbligato in ogni casa, la scalata alla vetta e il titolo di band più rumorosa del pianeta erano ormai solo una formalità.

L’approccio vocale tecnicamente superiore di Gillan rispetto al suo predecessore Rod Evans, insieme alla rara capacità di raggiungere note altissime grazie al suo tipico “urlo”, il suo marchio di fabbrica, si sono fusi alla perfezione in un suono molto più incisivo e crudo. Nonostante l’abbandono di certi elementi prog, non sono mancate le sfuriate sperimentali, soprattutto nelle lunghe jam strumentali, specchio fedele della virtuosità sconfinata dei singoli musicisti. Glover ha portato con sé un approccio melodico e insieme tecnicamente rifinito alle linee di basso più complesse, che, abbinato alle devastanti e imprevedibili escursioni di batteria firmate Ian Paice, ha garantito una base ritmica molto più cruda e massiccia di prima.

A decidere la svolta verso l’hard rock sono stati soprattutto il leggendario mago delle tastiere e capo informale della band Jon Lord e il brillante innovatore della chitarra Ritchie Blackmore, che più di tutti bruciava dal desiderio smisurato di vedere la nuova versione dei Deep Purple, molto più rumorosa e virile, conquistare finalmente il mondo. Con questo album il sogno di Ritchie ha iniziato a realizzarsi: dopo due anni di vita stentata sul suolo britannico e un successo oltreoceano svanito troppo in fretta, è arrivato finalmente il tanto agognato salto di qualità, che li ha consacrati come superpotenza dell’hard rock, al fianco, con il loro pionierismo heavy metal, di “pesi massimi” di successo commerciale come Black Sabbath e Led Zeppelin.

Il viziato pubblico britannico, dopo l’uscita di »In Rock«, li ha finalmente accolti a braccia aperte, mentre il brillante singolo »Black Night«, ancora prima dell’uscita di questo capolavoro in studio, aveva regalato alla formazione Mark II il primo grande successo, e questo poco dopo che il loro primo singolo »Hallelujah« era colato a picco commercialmente. Oltre a un contenuto musicale eccellente, alla promozione di »In Rock« ha contribuito moltissimo la copertina, geniale, una delle migliori nella storia dell’hard rock, in cui i membri della band sono scolpiti nella pietra sul celebre Mount Rushmore americano, al posto dei vecchi e rispettabili presidenti più venerati degli Stati Uniti.

I Deep Purple hanno iniziato a registrare il materiale di »In Rock« poco dopo l’opera dal vivo »Concerto for Group and Orchestra« (1969) e già durante le prime jam e la composizione dei nuovi pezzi hanno capito che stava per succedere qualcosa di grosso. Non si sbagliavano nemmeno un po’: »In Rock« contiene un bel po’ dei classici più amati dei Deep Purple, a cominciare dall’apertura rovente »Speed King«, nata come omaggio musicale e testuale alle leggende del rock’n’roll, con cui hanno piantato i paletti di tanti standard dell’hard rock. Contrariamente alla convinzione popolare che si tratti di un'”ode alla gioia” per le droghe, il testo parla della vita spesso faticosa dei cantanti nelle band rock’n’roll e prende ispirazione dalle vicende di leggende del genere come Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry e così via. Tutti questi cantanti/musicisti erano tra le principali fonti di ispirazione vocale di Gillan.

Mentre gli americani, nella loro “immensa saggezza”, hanno tagliato per la versione oltreoceano di »In Rock« la brillante jam d’apertura tra Lord e Blackmore, nella versione britannica e nella maggior parte delle altre è rimasta intatta e fa da intro inaspettatamente sperimentale e potentemente evocativo a questo classico supersonico, che esplode di potenza indomita e slancio inarrestabile. L’esplosiva introduzione strumentale di »Speed King« è una fusione travolgente tra la distorsione della chitarra elettrica di Blackmore e le sonorità sacrali dell’organo di Lord. Segue il passaggio a un tempo accelerato, sostenuto da un riff di chitarra bello grasso, dove il canto virile di Gillan comanda su marce di batteria spietate e fiammate d’organo indomabili, per poi culminare in un ritornello maestoso. L’atmosfera intensa dà di continuo la sensazione che il carismatico cantante, sorretto dal sostegno fragoroso delle finezze virtuosistiche supersoniche dei suoi compagni, stia per prendere il volo a velocità ipersonica.

»Bloodsucker« è un hard rock tutto temperamento, pieno di scambi della guida strumentale tra i ruggiti delle frasi di chitarra di Blackmore e le spiritose finezze d’organo di Lord, mentre Gillan crea un ottimo equilibrio con i suoi sfoghi vocali sibilanti e inconsolabili. La versione Mark VII dei Deep Purple, con Steve Morse alla chitarra, ha riproposto nel 1998 sull’album »Abandon« questo classico, che come tanti standard della leggendaria band racconta le peripezie amorose, sotto il nuovo titolo »Bludsucker«.

L’immortale epopea pacifista di oltre 10 minuti »Child In Time« è il classico più compiuto di tutto »In Rock« e, grazie all’atmosfera melodrammatica, anche quello più intenso a livello di ambientazione. Qui Gillan, mentre canta con la voce che strappa il cuore una storia d’amore sfortunata, tocca il suo apice raggiungendo note da capogiro che ancora oggi lasciano a bocca aperta. La sezione iniziale malinconica, dopo l’urlo struggente di Gillan, si trasforma presto in un rocker bombastico con infuocate escursioni soliste tra Blackmore e Lord. Quest’ultimo, per gli accordi d’organo che incastonano le due sezioni malinconiche e pacate, si è ispirato a un classico del gruppo psichedelico americano It’s a Beautiful Day, »Bombay Calling«. Nel finale si ripete la sezione iniziale con i capolavori d’organo di Lord e gli urli di Gillan che squarciano il cielo e fanno schiantare i vetri, che con il testo pacifista cantato in modo così fuori dal comune colpiscono ancora oggi dalla testa ai piedi.

»Flight Of The Rat« è un altro hard rock energico, stavolta un po’ più lungo, sigillato su tre accordi principali di chitarra, mentre la struttura relativamente semplice viene allargata dai voli solisti di Ritchie e Jon, stavolta nettamente separati. Le frasi di chitarra innovative dell’uomo in nero in questo classico dei Purple un po’ trascurato sono ancora oggi una vera delizia, mentre il maestro Lord è di nuovo inarrestabile con le sue epopee d’organo frusciante. Gillan entusiasma ancora una volta con la potenza fragorosa delle sue corde vocali elasticissime, mentre la mandria impazzita della batteria e le linee di basso decise contribuiscono a un’atmosfera incandescente, nella quale non è difficile immaginarsi questi o quei topi volanti. Il rocker socialmente consapevole »Into The Fire«, che nel testo mette in guardia dall’abuso di droga nascosto nei locali cittadini, è diventato un classico già all’uscita e un pezzo fisso dei concerti della Mark II. Il canto furioso di Gillan è sostenuto da un riff di chitarra rovente e da decise trame d’organo che, con l’aiuto di linee di basso piene di groove e di passaggi di batteria travolgenti, creano un clima rovente fino in fondo.

»Living Wreck«, che contiene una frase di chitarra iconoclasta e passaggi maliziosi di Hammond, mentre Gillan si supera ancora una volta con una prova vocale da spezzare il cuore, è la dolorosa confessione di un uomo che, dopo una grande delusione d’amore, si sente uno zombie. Testi di questo tipo sui cuori infranti sono diventati una costante per i Deep Purple, che di solito evitavano le critiche sociali a politica e religione organizzata. L’atmosfera incisiva tocca il culmine in un ritornello insolitamente sereno. Alla fine Lord manda tutto a quel paese con un assolo d’organo supersonico.

La hard rock di chiusura »Hard Lovin’ Man« è un’altra dimostrazione sconvolgente delle virtù virtuosistiche dei singoli strumentisti. Si apre con un’introduzione d’impatto, dominata da un ritmo da cavalcata e da una combinazione fragorosa di accordi di chitarra, sostenuta da escursioni d’organo infernali. Le linee di basso ringhianti di Glover vengono impreziosite ancora dalla mandria inarrestabile della batteria di Paice. Gillan, con un passaggio sentitissimo tra note basse e alte, dimostra di nuovo il suo straordinario range vocale. I capolavori solisti di Ritchie e Jon nella sezione strumentale sono ancora una volta ai limiti della realtà e provano in modo eloquente quanto questi due giganti del rock si completassero a vicenda nei “tempi d’oro” dei Deep Purple.

La riedizione in CD uscita per il 25° anniversario dell’album contiene una serie di chicche, a cominciare da versioni rare degli standard di »In Rock«, jam in studio interessanti mai sentite prima e la versione originale in singolo dell’indimenticabile evergreen »Black Night«, quello che alla fine ha regalato loro la fama mondiale. Questo hit leggendario, che ancora oggi resta il singolo dei Deep Purple piazzato più in alto nelle classifiche britanniche, si regge su una struttura spiccatamente melodica, un riff di chitarra robusto e un ritornello contagioso. Proprio questa combinazione e la sua apparente “sacra semplicità”, dove non mancano né gli sfoghi di chitarra scatenati di Blackmore né i malefici voli d’organo di Lord, è stata la ricetta vincente per il grande successo.

»Deep Purple in Rock« è un capolavoro senza tempo dell’hard rock e, senza ombra di dubbio, il traguardo in studio più importante di tutta la storia dei Deep Purple. È al tempo stesso uno degli album rock più importanti di tutti i tempi, con cui la Mark II ha iniziato la sua marcia trionfale verso la vetta dell’Olimpo dell’hard rock, conquistandosi la fama di pionieri dell’heavy metal, anche se i membri della band per anni hanno sempre evitato queste etichette di genere: le caselle stilistiche, con il loro continuo esplorare i confini del suono e mescolare influenze diverse, davano loro parecchio sui nervi.

Formazione

Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – tastiere, organo
Ian Paice – batteria, percussioni

Produzione

Deep Purple

Tracklist

1. Speed King (4:18)
2. Bloodsucker (4:12)
3. Child in Time (10:15)
4. Flight of the Rat (7:52)
5. Into the Fire (3:29)
6. Living Wreck (4:30)
7. Hard Lovin’ Man (7:10)

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