The Pineapple Thief: Versions of the Truth
Etichetta: Kscope Records
Data di uscita: 4/9/2020
Produzione: The Pineapple Thief
Durata dell’album: 45.10 min
Genere: Progressive Rock/Art Rock
Voto: 9,0/10
I The Pineapple Thief sono una formazione art rock britannica dei nostri tempi. Da quando nel 2008 sono entrati sotto l’ala della Kscope Records, sfornano album con puntualità ogni due anni, senza che creatività e ispirazione calino nemmeno per un attimo. Disco dopo disco, infatti, The Pineapple Thief dimostrano di essere una band in continua maturazione artistica. La loro «reazione allo stimolo» è una perpetua flessibilità e mutevolezza artistica.
Anche se i confini artistici entro cui la band si muove e vive sono tracciati ormai da un pezzo, nel 2017 The Pineapple Thief hanno portato in formazione un batterista con cui sono riusciti a fare un ulteriore salto di qualità nell’interpretazione delle idee. Soprattutto nel potenziare quei trucchi che dipendono da una raffinatezza tecnica di altissimo livello. Ne escono un gioco ancora più variabile e una flessibilità espressiva decisamente più ampia. Il nuovo membro, co-responsabile di questo salto di qualità, non è nessun altro che Gavin Harrison. L’uomo che ha lasciato un’impronta indelebile su tutti gli album più riconoscibili dei leggendari Porcupine Tree. E siccome si tratta di uno dei migliori batteristi al mondo nel campo della musica sperimentale, un bel giorno Harrison ha ricevuto una telefonata dell’illustrissimo Robert Fripp con l’invito a unirsi ai King Crimson, eroi britannici del rock progressivo e pionieri del genere, dove «lavora» ancora oggi. Il primo lavoro di Harrison con i The Pineapple Thief è stato così il predecessore di «Dissolution» (2018).
I tempi in cui The Pineapple Thief avrebbero potuto diventare grandi come i connazionali Muse, Elbow e/o perfino Coldplay sono evidentemente passati da un pezzo, e oggi la band è considerata una delle formazioni più ingiustamente trascurate dell’era moderna, che cammina con furbizia sul sottile confine tra le conquiste del rock progressivo britannico e quelle dell’alternative rock. È quella linea invisibile su cui stai in un equilibrio artistico credibile e ti seguono, da un lato, i fan dei Radiohead e, dall’altro, quelli dei Porcupine Tree. «Versions of the Truth» è un disco che segue in modo eloquente il predecessore «Dissolution».
Anche qui la band è estremamente sofisticata, sviluppa una malinconia e una tristezza profonde e penetranti e sfrutta con maestria un senso interiorizzato della crescita graduale degli stati d’animo, che afferrano con intensità fuori dal comune mentre si inarcano attraverso onde contrastanti, e in cui la band a tratti sviluppa anche una marcata voracità da dramma teatrale. L’album è imprevedibile e cresce lentamente all’ascolto. Ma quando alla fine ti si attacca alle orecchie, comincia a ripagare l’ascoltatore con generosità. Il disco è una successione di improvvisi cambi d’umore, perché The Pineapple Thief padroneggiano la creazione di straordinari salti di contrasto. Possono suonare in modo morbidissimo e sottile, dove ti godi un dialogo conciliante fatto di tante finezze d’arrangiamento e sfumature sonore, e un attimo dopo possono attaccare gli strumenti con rabbia e intensificare il loro gioco. Lo anticipano già subito nella traccia d’apertura (title track), che porta a un crescendo atmosferico prima della chiusura proprio con quel rovesciamento di atmosfera di contrasto appena descritto. La band ha rafforzato con l’uso della kalimba uno dei motivi principali su cui il brano comincia a costruirsi e poi si chiude. Sì. Richiama in qualche modo la fusione con elementi di «world music» e suona anche un po’ «alla Gabriel». L’album si chiude con The Game, che porta con sé momenti simili.
Nel brano successivo, Break It All, The Pineapple Thief si presentano in modo decisamente cupo. Una pesantezza sostenuta dai sample, che evoca elementi dei Porcupine Tree dell’era di «In Absentia» o «Deadwing». Gavin Harrison intensifica queste sensazioni con la sua tecnica batteristica riconoscibile al miglio, che è ovviamente la definizione stessa degli album dei Porcupine Tree. Driving Like Maniacs e Too Many Voices sono sofisticate e delicate, con le melodie effettate di Soord (anche con l’uso del vocoder) in combinazione col pianoforte a prendere l’iniziativa, e richiamano qualcosa di quello che fanno gli Elbow. Demons è uno dei brani più contagiosi dell’album e troverebbe senza problemi la strada delle frequenze radiofoniche, con un ritornello particolarmente memorabile e un motivo che tira fuori il lato «arabeggiante» e funziona alla grande. L’arrangiamento di questo pezzo, come pure il suo sviluppo, piaceranno ai conoscitori di Steven Wilson. Our Mire porta con sé una furba miscela di rock progressivo ed elementi post punk. È il brano più veloce dell’album, dove in primo piano passa anche un basso «sguardo fisso». Insomma. «Versions of Truth» è un disco molto vario, che tiene l’ascoltatore in costante allerta e in tensione da dramma teatrale di marca, e a tratti anche in una bombastica solennemente malinconica.
Non è giusto che nel paragrafo precedente compaiano di continuo paragoni con vari artisti, anche se sono solo tre, visto che è chiaro che The Pineapple Thief hanno sviluppato la loro originalità artistica già anni fa. Eppure questo orientamento può forse servire soprattutto a chi non conosce la band e cerca di farsi un’idea approssimativa del tipo di sostanza musicale di cui stiamo parlando.
The Pineapple Thief hanno guadagnato enormemente con Harrison. Lo si vede anche nella chimica efficacissima tra il batterista e il bassista Jon Sykes. I due musicisti sul nuovo album hanno ulteriormente intensificato la portata della loro affascinante chimica, fatta di complementarità reciproca e di sfruttamento di tutto lo spazio artistico disponibile per l’espressione individuale. Allo stesso tempo si preoccupano sempre di evitare «eccessi da ego trip», cioè con la loro varietà e acutezza contrappongono in modo geniale un formato compositivo solido, e così alzano il fascino stesso dell’ascolto. A tutto questo aggiungi la finezza meccanica con cui sono piazzate tante pastelle sonore, dove si fondono suoni di tastiere, pianoforte, campioni programmati e chitarre effettate, e su cui, come colato nello stampo, «comanda» la voce extraterrestre di Soord. Quest’ultima resta in realtà l’unica cosa che nell’era attuale della band ricorda ancora una benedizione alternative rock più leggera.
È tutto chiaro! The Pineapple Thief hanno tirato fuori un altro album straordinariamente buono, che i fan della band desideravano con forza. «Versions Of the Truth» è un’altra opera brillante di eccezionale maturità artistica. Il paesaggio sonoro è pittoresco e movimentato, i cambi atmosferici afferrano, i brani raggiungono un alto grado di varietà di idee reciproca. Con il nuovo album The Pineapple Thief non offrono in effetti niente di particolarmente nuovo che non si fosse già sentito, e anche se il punto di partenza è il predecessore «Dissolution», «Versions of the Truth» nel suo insieme suona un filo più a fuoco e più concentrato.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Versions Of The Truth
2. Break It All
3. Demons
4. Driving Like Maniacs
5. Leave Me Be
6. Too Many Voices
7. Our Mire
8. Out Of Line
9. Stop Making Sense
10. The Game
Formazione:
Bruce Soord – voce, chitarra
Steve Kitch – tastiere
Jon Sykes – basso
Gavin Harrison – batteria
