50 anni di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd

copyright: HIPGNOSIS 1970
0 587

“Atom Heart Mother”, quinto album in studio dei Pink Floyd, è considerato uno dei dischi più trascurati di tutta la loro carriera, anche se con questo lavoro la band sfornò qualcosa di completamente diverso dal predecessore »Ummagumma« (1969, RockLine recensione) e raggiunse la fase conclusiva della propria evoluzione nell’era psichedelica. Sul disco c’è di nuovo un lungo pezzo nato in modo «collettivo», seguito da quattro brani più brevi in cui tutti e quattro i membri del quartetto si presentano come compositori principali, ognuno per conto suo. È un album che ancora oggi è più famoso per la sua copertina fuori di testa che per la musica in sé.

L’album è uscito il 2 ottobre 1970 per EMI Records, è arrivato al primo posto della classifica britannica e al 55° di quella americana, dove col tempo si è guadagnato anche il disco d’oro. È stato registrato agli Abbey Road Studios. Con una copertina che, a prima vista, ti farebbe pensare a un libro illustrato per bambini sugli animali da fattoria, e su cui c’è solo una foto, senza il nome della band e senza il titolo dell’album. Niente foto dei membri del gruppo, nemmeno dentro. Se giri la copertina o apri la doppia busta del vinile, al massimo ti ritrovi davanti altre teste di bestiame. Tra gli autori del disco è stato accreditato anche Ron Geesin, che ha avuto un ruolo importante nella composizione della suite di quasi 24 minuti.

È la storia di un album che, guardando la copertina da sinistra verso destra, ti sbatte subito in faccia il didietro di una mucca da latte, e in cui i rumori delle posate nella cucina di Mason la mattina si mescolano all’odore di prosciutto cotto, uova all’occhio di bue sfrigolanti e di qualunque altra cosa fosse finita nella padella di uno dei roadie della band. Un album che rappresenta il brillante manifesto conclusivo dell’artismo nell’era psichedelica del gruppo, e un album su cui né Gilmour né Waters hanno mai espresso – e vale anche oggi – opinioni concordi. Eppure, nonostante tutto, è il primo disco della band riuscito a conquistare il primo posto nella classifica britannica degli album più venduti.

Pink Floyd – Atom Heart Mother (copertina, mercato britannico)

Per capire davvero come si è arrivati a »Atom Heart Mother« (RockLine recensione), bisogna rimettere il naso nella seconda metà degli anni Sessanta. Dopo l’album »A Saucerful of Secrets« (1968, RockLine recensione) la band aveva firmato la musica per il film d’essai »More« (1969, RockLine recensione). I Pink Floyd, insomma, avevano già un po’ di esperienza con le colonne sonore. Ed ecco che un bel giorno si sono ritrovati di nuovo tra le mani una proposta per scrivere musica per un film.

Se tra voi c’è qualcuno che per caso possiede lo spettacolare cofanetto »The Early Years 1965-1972«, sa che uno dei dischi, intitolato Devi/Ation, è riservato a “Atom Heart Mother” e a parte della musica pensata per il film »Zabriskie Point«, che è il punto di partenza della futura suite, cioè della title track dell’album. Questo documento contiene infatti la più antica registrazione della versione della suite Atom Heart Mother, oltre a un primo filmato della sua esecuzione.

Anche se in seguito i Pink Floyd hanno registrato dischi ancora migliori – diciamocelo, è solo con »Meddle« (1971, RockLine recensione) che hanno finalmente messo a fuoco il proprio suono e il proprio stile –, l’avventura musicale di »Atom Heart Mother« resta comunque parte della loro era di sperimentazione sfrenata, in cui la band «buttava» insieme un’infinità di pezzettini e cercava di legarli in un tutto unico nel modo più audace possibile. Nel novembre 1969 i Pink Floyd volarono a Roma, dove si misero in contatto con Michelangelo Antonioni per registrare la musica del film »Zabriskie Point«. Su quella colonna sonora c’è anche musica contributa, tra gli altri, dai Grateful Dead. Waters ricorda che lavorare con Antonioni era del tutto insostenibile, perché il regista non era contento di niente. Mai. Restava insoddisfatto anche quando la band, su suo suggerimento e secondo i suoi desideri, «ritoccava» le registrazioni a posteriori. Si arrivò al punto che Antonioni cominciò ad andare in paranoia per gelosia, convinto che la musica potesse mettere in ombra la sua sceneggiatura. Lavorare con Antonioni si rivelò quindi una missione impossibile e dopo due settimane i Pink Floyd lasciarono Roma. Per il film dell’«eterno insoddisfatto» consegnarono così tre brani, ma a Roma nacque comunque parecchio altro materiale. Si trattava di parti musicali separate, su cui la band avrebbe poi costruito la suite del titolo. Insomma, i Pink Floyd a Roma non ci sono andati proprio per niente. Il motivo centrale composto lì, quello che fece da fulcro attorno a cui la band cominciò a costruire il nuovo lavoro, è una frase di Gilmour che i Pink Floyd all’epoca riconobbero come molto orecchiabile, ma che, per le associazioni che evocava, ribattezzarono con sarcasmo “tema per un western pessimo”. Ufficialmente, in pubblico, la chiamavano “Theme from an Imaginary Western«. A proposito, sempre a Roma fu scritto anche il brano The Violent Sequence, che dopo essere finito sull’album »The Dark Side Of the Moon« (1973, RockLine recensione) fu ribattezzato Us And Them.

Anche se in una delle interviste di allora Roger Waters aveva stuzzicato il pubblico insinuando che la band stesse per registrare la colonna sonora del cartone animato »Rollo« – che, a livello di idea, doveva rifarsi a »Yellow Submarine« dei The Beatles e raccontare di un bambino che nello spazio aveva perso la bussola –, la cosa finì lì. La band, invece, andò agli Abbey Road Studios a registrare la sua nuova musica. EMI Records si era appena dotata di nuovi mostri tecnologici – registratori a otto piste, modello «EMI TG12345», con nastri larghi un pollice – e impose alla band di non fare tagli. Cioè di non registrare il pezzo a spezzoni separati. La band doveva quindi suonarlo tutto d’un fiato, il che significava che Roger Waters e Nick Mason registrarono basso e batteria per lo più al primo tentativo.

La band ha eseguito il nuovo pezzo per la prima volta – almeno stando alle testimonianze e ai documenti disponibili – il 17 gennaio 1970 a Hull. Nelle esibizioni successive la composizione è cresciuta di continuo, diventando sempre più lunga. Seguendo le idee sempre nuove che i Pink Floyd ci infilavano dentro. Anche se la testavano dal vivo già da settimane, la band sapeva e sentiva che le mancava qualcosa. Quel qualcosa era un’orchestra.

A questo punto entra in scena il poeta, compositore, produttore e pianista di formazione classica scozzese Ron Geesin, nato nell’Ayrshire, che suonava anche il banjo. Negli anni Sessanta registrava musica per spot pubblicitari nel suo studio nel seminterrato, a Notting Hill. Geesin fu presentato al floydiano Nick Mason dal tour manager dei Rolling Stones Sam Jonas Cutler. Fino ad allora Geesin non conosceva nemmeno la musica dei Pink Floyd e, quando la ascoltò per la prima volta, non ne fu per niente entusiasta. La definì «vagabondaggio astrale». Geesin preferiva di gran lunga le opere liriche alla maggior parte del rock’n’roll di allora. Così un bel giorno invitò Mason, Gilmour e Rick Wright a vedere il Parsifal di Wagner. In seguito commentò: «La cosa più degna di nota di tutta la serata è che tutti e tre si addormentarono durante lo spettacolo». Nonostante le distanze nei gusti musicali, però, in quel momento Geesin era di fatto la scelta migliore. Con Waters aveva già composto in passato la musica per il documentario scientifico The Body. Quel lavoro si distingueva per la combinazione di strumenti convenzionali e suoni prodotti dal corpo umano: respiro, parlato, scorregge… Atom Heart Mother (la suite) offriva una fusione simile di suoni standard e straordinari.

Molti anni dopo Geesin disse che i Pink Floyd si erano presentati da lui con un’idea piuttosto vaga di cosa volessero davvero: «Per come me lo ricordo, Dave (David Gilmour, N.d.R.) mi parlò di un tema che aveva scritto. Poi Rick Wright venne nel mio studio. Insieme abbiamo passato in rassegna qualche frase per la sezione vocale. I Pink Floyd poi sono partiti in tournée negli Stati Uniti e mi hanno lasciato solo a lavorare.» Geesin scrisse la musica a casa sua, a Notting Hill, nel caldo torrido dell’estate 1970. Il musicista scozzese si rivelò insomma fondamentale per il nuovo album in studio dei Pink Floyd.

Il periodo dell’inizio degli anni Settanta, e anche un po’ prima, si rivelò per i musicisti e i compositori di formazione classica un’epoca di sfide, perché tutte le band rock dai capelli lunghi cercavano ottoni e fiati per la loro musica. Cominciarono i The Beatles. Seguirono Barclay James Harvest, The Moody Blues, The Nice e i Deep Purple con il loro album “Concerto For Group and Orchestra” (1969, RockLine recensione). Con un’idea simile, sulla scena si unirono a loro anche i Pink Floyd.

I Pink Floyd nel 1971 (foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images)

Ron Geesin collaborò con successo anche con la New Philharmonic Orchestra, con cui registrò delle pubblicità. In realtà, i membri dell’orchestra lo stimavano parecchio. Ma quando nel giugno 1970 si presentò agli studi di Abbey Road, dove la EMI aveva mandato la sua EMI Pops Orchestra per la registrazione, i musicisti lo guardarono dall’alto in basso, come un hippie sperduto, rendendo le sessioni il più complicate possibile. Semplicemente non riconoscevano la sua autorità. Geesin raccontò più tardi: «Un direttore d’orchestra esperto l’avrebbe presa con calma, come se fosse la cosa più normale del mondo, parte del mestiere quando devi far rispettare all’orchestra le gerarchie. Io invece ero un novellino totale. Non ero un direttore. Quando spiegavo qualcosa ai musicisti o gli facevo delle domande, mi rispondevano: “Spiegacelo tu. Noi non capiamo”. Un cornista in particolare aveva la lingua lunga.» Quando Geesin minacciò di tirargli un cazzotto se non chiudeva il becco, i rappresentanti della casa discografica gli chiesero di andarsene, e così si liberarono di lui.

A sostituire Geesin arrivò il direttore John Alldis, corista stimato negli ambienti musicali. I «ribelli legionari di studio» si intesero in fretta con lui, mentre il coro di Alldis contribuì con vocalizzi senza parole. Qua e là suonavano volutamente dissonanti e ogni tanto tiravano fuori melodie quasi da brividi.

Quando Roger Waters descrisse la prima parte della suite Atom Heart Mother come «tirata per le lunghe», quella definizione non era poi così campata in aria. Eppure, quando verso i tre minuti la slide di Gilmour entra per la prima volta nel brano, insieme al violoncellista islandese Hafliði Hallgrímsson aggiunge un contrasto inconfondibile. È solo uno dei momenti della suite che anticipano dove sarebbe andata la band, non solo con l’album «Meddle», ma anche con «The Dark Side of the Moon». Anche se la suite fu in realtà messa insieme ancora nell’era degli esperimenti rock psichedelici, lavorando con l’orchestra i Pink Floyd dovettero in un certo senso darsi una disciplina decisamente maggiore rispetto al predecessore «Ummagumma» (1969). Significa che le varie sezioni di questa suite gigantesca, di quasi 24 minuti, risultavano già più dettagliate e rifinite dal punto di vista dei motivi. Nella quinta parte della suite, intitolata Mind Your Throats Please, si sente l’esclamazione vocale distorta di Mason: “Silenzio in studio (‘Silence in the studio’)”. In sottofondo la accompagna un pianoforte suonato attraverso un amplificatore Leslie. Un trucco simile i Pink Floyd lo useranno poi nell’epica Echoes («Meddle», 1971).

Geesin aveva quindi scritto la musica per l’orchestra e, quando sentì il tutto dal vivo, disse che sotto la bacchetta di Alldis era venuto fuori troppo morbido e poco aggressivo, e che non era come l’aveva immaginato. Ciononostante concluse che l’album era un ottimo compromesso. Il 27 giugno 1970 i Pink Floyd si esibirono al Bath Festival Of Blues And Progressive Music, accompagnati dal coro di Alldis e da un ensemble di ottoni dal nome completo The Philip Jones Brass Ensemble. Allo stesso festival suonarono anche i Led Zeppelin, che nell’ottobre di quello stesso anno, proprio come i Pink Floyd, pubblicarono il loro album «III» – un articolo simile di RockLine per i 50 anni di quel disco lo trovi QUI. Ma i Pink Floyd e tutto il gruppo di musicisti al seguito salirono sul palco solo a sera inoltrata, e Roger Waters presentò al pubblico la nuova suite come «The Amazing Pudding».

A fine luglio i Pink Floyd tornarono negli studi di Abbey Road, dove iniziarono a registrare il materiale per il lato B del nuovo album. Oggi è impensabile immaginare tutta la libertà creativa di cui godevano allora con la EMI Records. Per la prima volta in carriera i Pink Floyd presero in mano il ruolo di produttori, e se qualcuno della EMI si faceva vedere in studio anche solo per un attimo a ficcare il naso, veniva spedito via all’istante. Uno degli assistenti di studio della band di quel periodo, abile manipolatore di nastri, un certo Alan Parsons – che poi avrebbe curato l’ingegneria di «The Dark Side Of The Moon» e in seguito sarebbe diventato famoso con una serie di evergreen art pop rock con i suoi Alan Parsons Project – ricorda un episodio in cui si presentò alla porta un rappresentante della casa discografica. «I Pink Floyd nutrivano un’antipatia generale verso la gente che lavorava per l’etichetta», disse Parsons, e proseguì: «un giorno si presentò in studio un tizio dell’A&R. “Vieni pure. Ti facciamo sentire un pezzo del nostro album”, gli dissero Roger e Ron Geesin.» L’arrivo del personale A&R era stato annunciato in anticipo e Parsons continua: «Prima che il tizio arrivasse in studio, Ron e Roger nascosero il mixer sotto il tavolo e fecero partire una vecchia bobina con una registrazione a 78 giri al minuto. Usarono l’impianto dello studio. Il tizio dell’A&R roteò gli occhi, sconcertato, e se la diede a gambe il più in fretta possibile. Tutti noi facemmo una fatica enorme a restare seri.»  

Nick Mason disse una volta che i Pink Floyd non scartano mai una nuova idea musicale. Geesin ricorda che gli altri quattro brani dell’album nacquero da pezzetti che «giacevano sparpagliati in studio». Chi conosce il disco sa che sul suo lato B ci sono parecchie idee davvero interessanti e ottime, tutt’altro che banali. Il brano If mostra il lato più tenero della personalità di Waters. Un testo estremamente acuto, cantato con delicatezza in versi come: “… Se fossi solo, piangerei …”, “… se fossi un brav’uomo, capirei le differenze tra gli amici …” Una confessione che scuote. Come una sveglia. Waters, che nella band si occupava dei rapporti con il pubblico e che a poco a poco assumeva sempre più il ruolo di principale motivatore del gruppo, qui metteva in mostra il suo lato sofisticato. Summer ’68 è opera di Rick Wright e racconta un’avventura di una notte con una groupie, dove all’organo e alla voce inconfondibile si aggiunge una sezione di fiati. Wright una volta scherzò: «A quei tempi c’erano groupie dappertutto. Arrivavano e si prendevano cura di te. Ti facevano da balia. Erano come parte del tuo bagaglio personale… E ti lasciavano con una dose di gonorrea.»

Chi faticò di più a trovare il suo brano per l’album fu Gilmour, che pare sia stato addirittura chiuso a chiave negli studi di Abbey Road finché non l’ebbe scritto. Fat Old Sun, brano delizioso, fragile e psichedelicamente pastorale, che ti fa l’occhiolino al mattino, mette al centro il rilassato osservare del chitarrista: gli uccellini, i lampi personali nell’annusare l’erba appena tagliata e associazioni simili. Gilmour ne parlò così in seguito: «È un pezzo rimasto “fantasticamente ignorato!” Nel 2001 volevo metterlo nella compilation Echoes, ma i miei sforzi furono inutili».

L’album si chiude con la celebre Alan’s Psychadelic Breakfast. Uno strumentale un po’ serpentino che gira attorno alle attività mattutine nella cucina di Mason, mentre il responsabile di tutto quel casino è il tecnico, ovvero il roadie della band, Alan Styles. Il brano ha una quadrifonia molto marcata, che restituisce in modo geniale la profondità spaziale dello scontro tra gli strumenti convenzionali e i suoni registrati nella stanza, prodotti da Alan Styles mentre friggeva le uova e tostava il pane. Alan Parsons ricorda: «Il primo taglio fu “l’uovo vola”. Poi arrivò il secondo con “op?!?” e l’uovo finì per terra.» Alan’s Psychedelic Breakfast è la “creatura” di Nick Mason, che dice che di tutta la faccenda sono ancora gli effetti sonori aggiuntivi a entusiasmarlo di più. L’ispirazione per il pezzo arrivò quando la band iniziò a improvvisare su un ritmo preso dal gocciolare dell’acqua da un rubinetto.

In quel periodo i Pink Floyd ricevettero la visita di un ospite speciale. Un ospite eminente. Nella stanza accanto stava infatti registrando il suo secondo album solista il loro ex membro Syd Barrett, con la partecipazione di David Gilmour e Rick Wright. Ogni tanto Barrett si affacciava nella sala dove registravano i Pink Floyd, ma ogni volta, anche all’improvviso, se non addirittura fulmineo, chiudeva la sua visita di passaggio e tornava nel suo spazio di registrazione.

«Atom Heart Mother» è un album che, secondo David Gilmour, è passato alla storia come il lavoro in studio più frammentato della band, nato da una miriade di piccole idee spuntate da ogni parte e che il gruppo ha poi unito in un tutto. Gilmour, del resto, non ha mai mostrato particolare entusiasmo per il contenuto del disco. Ai fan della band probabilmente ancora oggi non è del tutto chiaro cosa il gruppo volesse dire con una suite cinematografica, psichedelica e progressive rock, con ballate pastorali e folk e con lo sfrigolio di prosciutto e uova all’occhio di bue. A voler essere onesti, non era del tutto chiaro nemmeno alla band stessa. Lo stesso tipo di indefinitezza ha segnato anche la copertina dell’album. Per realizzarla la band scelse di nuovo l’agenzia Hipgnosis. Il suo fondatore Storm Thorgerson e Aubrey ‘Po’ Powell non avevano quindi nemmeno lontanamente idea di cosa creare davvero. Così tra le loro idee spuntò anche una mucca, che avevano proposto più per scherzo che sul serio, ma che alla band piacque moltissimo.

L’album, però, un titolo ancora non ce l’aveva. L’idea originale, «The Amazing Pudding», a un certo punto aveva perso smalto. L’ispirazione per il nome giusto arrivò finalmente il 16 luglio 1970, quando i Pink Floyd suonarono dal vivo per il programma radiofonico della BBC del DJ John Peel. Quella registrazione oggi trova posto nell’uscita «Devi/Ation». Negli studi BBC del Paris Cinema, da cui l’emittente trasmetteva il concerto, c’era anche il produttore Jeff Griffin, che ricorda: «Peely (il soprannome di John Peel, nota dell’autore) stava sfogliando l’Evening Standard. Da sopra la sua spalla sbirciava anche Roger Waters. Peely, mentre leggeva, fa: ‘Ragazzi, dai! Sicuramente sapete già come chiamerete questo vostro nuovo lavoro? Scommetto che in questo giornale trovate qualcosa di sensato.’ Ron Geesin, che era lì anche lui, convinse Waters a sfogliare il giornale e gli suggerì: ‘Lì dentro c’è il tuo titolo!’ E infatti c’era. Girando le pagine, Waters si fermò su un titolo, ‘Atom Heart Mother Named’, sopra un articolo su Constance Landell, una donna di 56 anni a cui avevano impiantato un pacemaker al plutonio radioattivo. ‘Ecco’, urlò Waters. Atom Heart Mother.» Siccome però nemmeno quel titolo c’entrava un bel niente con la musica dell’album, a detta di Jeff Griffin alla proposta risero tutti di gusto. Quando chiesero a Waters: “Perché?”, lui rispose semplicemente: «Perché no?»

Due giorni dopo i Pink Floyd, insieme al coro e all’orchestra di Alddis e al Philip Jones Brass Ensemble, furono gli headliner del festival all’Hyde Park di Londra (ingresso gratuito), dove a scaldare il pubblico ci pensarono  The Third Ear Band e Kevin Ayers’ Whole Wide World. Ron Geesin, coautore della famigerata suite, lasciò il concerto lacrimoso e brontolone, con un commento: «L’esecuzione della sezione dei fiati era orribile.» Geesin è davvero coautore della suite, ma sulla sua realizzazione non aveva alcuna voce in capitolo. Il manager dei Pink Floyd, Steve O’Rourke, gli spiegò con amicizia che avrebbe fatto meglio a cercare di accettare la “eterna tensione” tra il principio del mercato e quello dell’arte. Durante la composizione, Geesin aveva indicato le scene (le parti) della suite con le lettere dalla A alla Q. Racconta: “L’ho dovuto fare per capire dove stesse andando a parare tutta la faccenda. Eravamo comunque tutti d’accordo sul fatto che fosse un unico pezzo.» Eppure …

Steve O’Rourke, infatti, informò Geesin che la suite – in base al contratto con l’etichetta americana Capitol Records, che curava le uscite dei Pink Floyd dall’altra parte dell’Atlantico (negli USA) – andava spezzettata il più in fretta possibile in più parti con titoli distinti. Perché incassare i diritti d’autore una volta sola, se si può farlo sei volte? Furbissimo. Il titolo della prima parte, Father’s Shout, nasce da un’ispirazione di Geesin, che l’ha trovata in uno dei suoi eroi del jazz americano, Earl ‘Fatha’ Hines. I titoli delle altre cinque parti li hanno messi i membri della band, pescando l’ispirazione direttamente dalla copertina dell’album.

Alla fine la mossa si rivelò un colpo di genio. L’album uscì il 2 ottobre 1970 e conquistò il primo posto in patria, cioè nella classifica britannica dei dischi più venduti. Negli USA arrivò al 55° posto. Fu accolto con favore e, dopo la sua uscita, il regista Stanley Kubrick si rivolse alla band chiedendo se potesse usare parti della suite nel suo film distopico di fantascienza «Arancia meccanica». Ma i Pink Floyd rifiutarono, perché lui voleva rielaborare parti dell’originale. Chi conosce il film sa che in un’inquadratura compare per un attimo la copertina di «Atom Heart Mother».

Ancora oggi Ron Geesin ha sentimenti contrastanti sulla sua opera più famosa. La grande cosa successiva in cui si buttò fu la colonna sonora del film “Domenica, maledetta domenica” del regista John Schlesinger. Da allora ha creato suoni e installazioni video e ha realizzato e registrato opere che rientrano nel campo della musica elettronica pionieristica. Geesin dice: «Mi piacerebbe alzarmi in piedi e urlare davanti a tutti: Ehi, guardate qua! Ho creato più di 2000 opere e so che parecchie sono nettamente migliori della suite Atom Heart Mother, ma nessuno di voi le ha mai sentite.»

Tra il 1970 e il 1971 la suite Atom Heart Mother ebbe uno status fisso nel repertorio dal vivo della band, finché non fu sostituita dalla successiva creazione epica: Echoes, dall’album «Meddle» (1971). La band è sempre stata critica verso la suite. Waters l’ha poi definita “roba da quattro soldi”, Gilmour “un disastro assoluto”. Gli altri brani dell’album sono stati portati sul palco raramente. Waters ha suonato più spesso il suo pezzo If solo durante il tour a sostegno dell’album solista «Radio C.H.A.O.S.», mentre Gilmour ha inserito Fat Old Sun nella scaletta dei suoi tour solo nel 2006. Con il tempo, però, i cuori si sono ammorbiditi. Nel 2008 David Gilmour si è unito come ospite speciale a Ron Geesin al Chelsea Festival, dove per la nuova esecuzione dal vivo della suite hanno partecipato anche la violoncellista Caroline Dale, un’orchestra da camera, i fiati del Royal College Of Music e la tribute band italiana dei Pink Floyd Mun Floyd. Geesin è riuscito a resistere alla tentazione di mettere mano agli arrangiamenti e alla struttura del pezzo prima dell’esecuzione. Ha detto: «La suite è di per sé un’opera chiaramente formattata. Meglio non “giocarci” troppo, perché rischia di sfaldarsi in un attimo.»

Comunque i Pink Floyd abbiano sbeffeggiato la propria opera, «Atom Heart Mother» ha rappresentato un deciso passo evolutivo verso «Meddle» e poi «The Dark Side of The Moon». Con «Atom Heart Mother» i Pink Floyd hanno chiuso definitivamente i conti con il loro periodo di rock psichedelico. Il disco segna la fase conclusiva della loro era psichedelico-progressive e sperimentale. È infatti solo «Meddle» l’album con cui i Pink Floyd hanno posato una volta per tutte le fondamenta del loro stile e del loro suono riconoscibili. «Atom Heart Mother» è una sorta di celebrazione dell’era in cui i Pink Floyd sperimentavano senza limiti e sfoderavano mosse libertarie di artismo che in gran parte riuscirono a far uscire dai binari chi ascoltava il disco, mentre quella creatività «spietata», libera e senza pesi sorprendeva persino i membri della band, perché la loro fantasia rigogliosa di allora li coglieva spesso del tutto impreparati. Al momento dell’uscita «Atom Heart Mother» era l’opera moderna di una band art rock che sta per conto suo. Su un piedistallo speciale. Sia della carriera della band, sia del rock stesso. Agli occhi dell’etichetta EMI e dei suoi dipendenti, che ovviamente comandavano in primo luogo a colpi di soldi, era considerato un’opera da «dannazione empia». Un lavoro senza grandi hit, in un periodo in cui la band non faceva ancora soldi a palate, senza un briciolo di potenziale per il minimo successo commerciale. Ma quel successo non era più tanto lontano.Più della mucca – esemplare di bovino a pelo bianco e nero, di razza frisona o holstein –, che dalla copertina spalanca gli occhi stupita, a sorprendere, provocare e lasciare l’ascoltatore nel pieno della confusione è la musica dell’album «Atom Heart Mother». Anche oggi vale lo stesso: tutta la «stranezza» della musica di «Atom Heart Mother» non ha mai suonato così bene, né mai meglio.

La recensione dell’album “Atom Heart Mother” che Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik ha scritto per RockLine il 18 marzo 2008 la puoi leggere QUI!

La storia di ‘Lulubelle III’ e della copertina dell’album!

Ciò nonostante, l’album si è guadagnato la popolarità prima di tutto grazie alla copertina, non alla musica in sé. Vale la pena quindi soffermarsi ancora un attimo sul retroscena di come ci si è arrivati. Storm Thorgerson, che realizzava copertine di dischi per l’agenzia Hipgnosis, una volta raccontò che nell’estate del 1970 i Pink Floyd andarono da lui e gli dissero di volere una copertina non psichedelica. Come si sa, alla Hipgnosis avevano già creato le copertine dei due album precedenti dei Pink Floyd, «A Saucerful Of Secrets» (motivi di vortici cosmici) e «Ummagumma» (una serie di successioni infinite di motivi/immagini dentro motivi/immagini), chiari araldi dell’era psichedelica del rock. Nel 1970 era evidentemente arrivato il momento di cambiare. Thorgerson continua: “Volevano che creassi un soggetto per la copertina di un album di cui loro stessi non avevano alcuna idea, e per un disco che non aveva né un nome scelto né un concept. Non mi ero mai trovato in una situazione del genere.» L’idea della copertina venne a John Blake, amico di Storm, che di mestiere realizzava opere concettuali. Più non psichedelico del soggetto «bovino» scelto, davvero, non si poteva.

Un bel giorno quelli di Hipgnosis partirono per l’Hertfordshire – una campagna rurale da fiaba –, dove si trovava Potters Bar, un posto costellato di pascoli e campi. Lì i loro fotografi immortalarono una «frisona» a cui il proprietario aveva dato il nome Lulubelle III, insieme a un bel gruppo delle altre bestie della sua mandria. Tornati a Londra, presentarono alla band tre diverse copertine. La prima con il soggetto della mucca, la seconda con una donna in piedi tra le porte, la terza con un nuotatore capovolto che si tuffa a testa in giù. Quando Roger Waters vide la mucca, scoppiò in una risata fragorosa. L’accordo sulla scelta della copertina fu così chiuso.

Per l’agenzia Hipgnosis, però, il compito più duro doveva ancora arrivare. Come convincere l’etichetta EMI Records ad accettare una copertina così? «Il reparto arte della EMI Records ci odiava,» ricorda Thorgerson. Quando sulla copertina videro solo la mucca, senza il nome della band e il titolo dell’album, li odiarono semmai ancora di più. «Ci accusarono di voler distruggere l’azienda. Ma i Pink Floyd ci hanno protetto con ostinazione per tutto il tempo,» continua Thorgerson. Quando poi si trattò di vedere come l’album si sarebbe venduto nei negozi, nessuno ebbe problemi né con la mucca né con l’assenza sulla copertina del nome della band e del titolo dell’album. Altro che bancarotta della EMI: «Atom Heart Mother» si prese il primo posto nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna. In Francia e nei Paesi Bassi l’album salì al 5° posto delle classifiche locali.

Alla Hipgnosis avevano parecchio sale in zucca: le buone idee per le copertine non le buttavano mai via. Così il soggetto con la donna in piedi tra le porte lo usarono poi per la copertina dell’album «Asmoto Running Band» (1971) dei Principal Edwards Magic Theatre. A produrlo era proprio Nick Mason. Il nuotatore capovolto che si tuffa a testa in giù, invece, ha trovato il suo posto quasi 11 anni dopo sulla copertina del disco dei Def Leppard «High’N’Dry». Anche Storm Thorgerson una volta ha lasciato intendere di persona che la copertina con la mucca è la sua preferita. Perché sembra così autenticamente «mucchesca».

Esterno della copertina dell’album “Atom Heart Mother” (mercato canadese)

Chi sono Alan e la sua colazione psichedelica?

Per chiudere, fermiamoci un attimo sulla storia che sta dietro a Alan’s Psychadelic Breakfast. Cioè la storia di un roadie che passa le sue mattine con un menu in cui spuntano spesso marmellata d’arance e prosciutto fritto. Quando i Pink Floyd pubblicarono l’album «Atom Heart Mother», fuori dalla cerchia degli ‘insider’ della band pochissimi sapevano davvero chi fosse l’Alan di Alan’s Psychadelic Breakfast. Tutto quello che l’ascoltatore poteva ricavarne era che c’è qualcuno con la parlantina facile e un accento che arriva da qualche parte nell’Inghilterra orientale, e che gli piace fare colazioni abbondanti: le scorte di marmellata d’arance, cereali e porridge calano in fretta, mentre nel forno il toast croccante si gonfia e nella corteccia del cervelletto si ancora per sempre il suono dell’olio bollente su cui sfrigolano prosciutto e uova all’occhio di bue.

Quel mangiatore mattutino era il roadie Alan Styles. Lo potete vedere sul retro della copertina dell’album dei Pink Floyd «Ummagumma» (1969). Nella foto sul retro, alla vostra sinistra, vedrete un tizio dai capelli lunghi, e alla sua sinistra gli fa compagnia un altro roadie dei Pink Floyd, Pete Watts. Nonostante l’aspetto da hippie, Alan Styles aveva una decina d’anni in più rispetto al resto della combriccola di roadie dei Pink Floyd. Si unì alla band dopo il fallimento del suo primo matrimonio. Era anche un musicista: suonava il pianoforte, l’armonica e, in una ‘big band’, trombetta e sassofono. Alan Styles entrò nella squadra tecnica dei Pink Floyd a metà degli anni Sessanta e la gente lo scambiava spesso per uno dei membri della band. Nick Mason disse una volta: «Era davvero carismatico. Un uomo con un gran carattere, che col tempo è diventato una star così grande che non osavamo più chiedergli nemmeno se ci dava una mano a montare il palco.» Styles lasciò i Pink Floyd  ai primi anni Settanta – cioè poco dopo la sessione della colazione psichedelica –, quando durante un tour americano conobbe una ragazza, con cui in seguito ebbe una figlia e un figlio. Si trasferì negli USA, dove nei 30 anni successivi visse su una nave trasformata in casa, ormeggiata al largo di Sausalito, località balneare californiana a due passi da San Francisco. Nel 1990 Alan Styles ebbe un infarto, ma anche dopo continuò a vivere sulla sua casa-nave ormeggiata. È morto nel 2011 per una polmonite.

Autore: Aleš Podbrežnik

La ricetta allegata al CD remaster e alla ristampa dell’album “Atom Heart Mother” del 1994
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie