Pink Floyd: A Saucerful Of Secrets

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Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 29. 6. 1968
Produzione: Norman Smith
Durata album: 39.42 min
Genere: Rock psichedelico/Space rock/Rock progressivo
Voto: 8.0/10


“A Saucerful Of Secrets” è il secondo album in studio dei Pink Floyd, senza dubbio il nome numero uno della scena rock psichedelica britannica e tra i pionieri di spicco del nascente rock progressivo. Il disco precedente, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), oggi un cult del rock psichedelico e del primo prog, li aveva sparati tra le rockstar più in vista dei sessanta psichedelici, con quella strana aura da band “arrivata da un altro pianeta” che si portavano dietro praticamente fin dagli esordi, grazie ai celebri show audiovisivi “spaziali”. Tutto questo clamore mediatico, esploso dopo l’uscita dei primi singoli e del debutto, ebbe conseguenze negative a lungo termine su Syd Barrett, chitarrista, cantante e principale autore di musiche e testi. Syd cominciò a staccarsi sempre di più dal gruppo e a chiudersi in un mondo tutto suo, cosa che si rifletteva spesso nell’abuso di sostanze psicoattive, LSD in testa. A questo si aggiungevano la sua predisposizione alla schizofrenia e una fantasia sconfinata, un mix che si rivelò fatale per la sua carriera musicale. “A Saucefrul Of Secrets” fu il suo ultimo album con i Pink Floyd e, come per il predecessore, attorno a lui aleggia un misticismo particolare, legato alla figura e all’opera di questo sfortunato musicista, che molti considerano uno dei più grandi talenti grezzi nella storia del rock, se non il più grande.

Le condizioni mentali di Barrett peggiorarono di giorno in giorno. Spesso, durante i concerti, suonava a caso qualcosa che non c’entrava niente con il pezzo, accordava la chitarra per tutta l’esibizione o se ne stava a fissare il vuoto senza aprire bocca né toccare le corde. Il suo comportamento, sul palco e fuori, diventò un vero incubo per gli altri membri della band. All’inizio, però, volevano tenerlo a tutti i costi, perché temevano che senza di lui avrebbero perso la loro identità sonora e lirica. Se dal vivo non era più in grado di esibirsi, in studio volevano almeno conservare la sua poesia unica, la sua voce e la sua chitarra. Per questo portarono nel gruppo David Gilmour, vecchia conoscenza della band e amico di Syd dai tempi del liceo, che all’epoca aveva uno stile chitarristico piuttosto simile a quello di Barrett e che era stato pensato in origine come sostituto di Syd alla chitarra e alla voce durante i concerti. Purtroppo la formazione a cinque dei Pink Floyd non durò a lungo: dopo una manciata di composizioni condivise, che si trovano per lo più su questo album, anche in studio Syd non c’era più con la testa e “se ne andò alla deriva” nel suo mondo, una volta per tutte. L’ultimo brano da lui scritto come membro della band fu “Vegetable Man”, che gli altri non inserirono nell’album per via del taglio fin troppo autobiografico dei testi. Per molti fan l’addio di Syd fu una tragedia senza precedenti e c’era già chi contava i giorni che separavano la band dal tramonto, ma alla fine Gilmour si dimostrò molto più di un semplice sostituto alla chitarra e alla voce. Con la sua voce inconfondibile e il suo modo di suonare la chitarra, in particolare con i suoi celebri assoli lunghi e “piangenti”, diventò presto uno dei pilastri del gruppo e col tempo si affermò come partner alla pari, nella scrittura della musica, del suo futuro grande “amico”, il bassista e cantante Roger Waters.

A parte la conclusiva “Jugband Blues”, l’unica composizione solista di Barrett sul disco, in tutti gli altri brani le voci soliste se le dividono Waters, Gilmour e il tastierista Rick Wright. Per quest’ultimo è stato l’unico album di tutta la loro storia in cui ha dominato come cantante: ha cantato in ben quattro brani. I tre pezzi da novanta si sono spartiti anche il ruolo di autori principali della musica. Mentre Waters, che si era già affermato come autore principale dei testi, si trovava più a suo agio con temi più impegnativi e spesso di critica sociale, Gilmour e Wright si dedicavano a testi più semplici. Quanto al suono, questo album è tra i loro più sperimentali (e non solo del periodo psichedelico), perché si sentono tantissimi suoni d’avanguardia: dall’uso insolito delle percussioni agli effetti chitarristici speciali, fino al fruscio degli oscillatori. Le composizioni sono ben bilanciate: tra una creazione più lunga, sperimentale e complessa, piena di suoni d’avanguardia, e l’altra arriva sempre un pezzo più breve e meno impegnativo, con una struttura più semplice e una melodia relativamente accessibile. Anche se i testi non contenevano riferimenti fantascientifici, l’atmosfera di alcuni brani è parecchio esoterica e ipnotica, capace di far cadere l’ascoltatore in uno stato di trance in un attimo. Proprio grazie a questo album, in particolare a “Set The Controls For The Heart Of The Sun”, poco dopo la sua uscita alcuni media coniarono il termine space rock, che in seguito si è imposto per tutte le band che nelle loro creazioni infilavano lunghe jam strumentali, suoni strani e d’avanguardia e una tavolozza variopinta di tastiere, creando così l’atmosfera di un viaggio nello spazio.

Il viaggio verso le “galassie lontane” parte con “Let There Be More Light”, dove si alternano alla voce Wright, Waters e Gilmour. Il brano si apre in modo misterioso con la linea ronzante del basso di Waters, nella quale dalla lontananza irrompe maestoso in primo piano lo strato rimbombante dell’organo di Wright, a cui segue un crescendo ritmico. Qui Wright fa il cantante principale, mentre Waters, con i suoi strilli, ci mette i cori. Le armonie vocali a più voci, insieme a suoni oscuri, organo e riff di chitarra, creano un’atmosfera piuttosto cupa. Alla fine dell’ultima sezione del brano Gilmour piazza il suo primo assolo da nuovo membro dei Pink Floyd, filtrato attraverso effetti distorti. Il testo di Waters è una metafora sarcastica della scena musicale psichedelica degli anni Sessanta e della band come una delle principali icone britanniche di quel periodo musicale.

“Remember a Day” è una ballata psichedelica tranquilla con elementi folk, in cui a farsi valere come cantante principale è Rick Wright. Poggia su una bella melodia, creata da morbidi arrangiamenti di pianoforte, un basso melodico e solide parti di slide guitar, suonate nientemeno che da Syd. Lui si ritaglia anche un breve assolo. Di sottofondo ci sono sempre suoni oscuri che ne accentuano l’atmosfera psichedelica. Sia il clima sia il testo restituiscono un’immagine idilliaca dell’innocenza infantile, cosa piuttosto tipica per la maggior parte delle creazioni di Barrett. Un pezzo semplice e piacevole, che fa un bel contrasto con l’atmosfera cupa che per il resto domina il disco.

“Set The Controls For The Heart Of The Sun” è una creazione più lunga e fortemente sperimentale, che nel corso degli anni si è guadagnata lo status di culto come uno dei primi esempi del cosiddetto space rock ed è, tra tutti i brani del disco, quello che hanno suonato più a lungo e più spesso dal vivo. Domina un’atmosfera piuttosto oscura e cupa, con tanti effetti psichedelici, soprattutto sulle percussioni e sulla batteria di Mason. Per tutto il brano si ripete un riff di chitarra ipnotico di Gilmour che, insieme ai suoni psichedelici di tastiere e piatti, crea un’atmosfera marcatamente orientaleggiante, di quelle che andavano di moda in generale nel rock psichedelico. Le voci sussurrate accentuano ancora di più il clima misterioso. Il pezzo è celebre anche perché è l’unico che contiene sia il contributo di Barrett sia quello di Gilmour, anche se non hanno suonato insieme: dopo l’addio di Barrett, infatti, Gilmour ha risuonato da capo le linee di chitarra e le ha registrate sopra quelle di Syd. Che fosse o meno il loro scopo principale, con questo pezzo i Pink Floyd sono riusciti a creare la vera atmosfera di un volo spaziale verso l’ignoto.

La spassosa “Corporal Clegg” la definirei un bell’esempio del buon vecchio humour nero britannico, nonché il primo contributo lirico di Waters sul tema della guerra, di cui sarebbe diventato completamente ossessionato negli ultimi anni con la band. Il brano è uno dei loro pochissimi pezzi comici, anche se pure qui c’è un neanche troppo nascosto pizzico di sarcasmo cupo sugli orrori della guerra e le loro conseguenze sociali. Stavolta il ruolo di cantante e chitarrista principale lo svolge egregiamente Gilmour, che si è cimentato anche con uno strumento tradizionalmente da clown – il kazoo – con cui tira fuori suoni esilaranti. Ricordano una banda di fiati, di quelle che di solito accompagnano le marce militari. Un’ottima melodia psichedelica alle tastiere e l’effetto wah-wah sulla chitarra introducono con successo un sottile contrasto nel carattere burlesco del pezzo. Verso la fine si sentono anche suoni che ricordano un’esercitazione militare. In alcuni versi si sente anche il contributo vocale di Mason. Il testo sarcastico di Waters racconta la storia di un soldato senile con una gamba di legno, che fantastica ancora sulle antiche battaglie gloriose e sulla moglie, alcolizzata.

La title track strumentale “A Saucerful Of Secrets”, con i suoi oltre undici minuti il pezzo più lungo e complesso del disco, è divisa in più sezioni. È la vera incarnazione del primo sperimentalismo d’avanguardia nel rock, con un sacco di suoni bizzarri, in particolare l’uso insolito delle percussioni e gli effetti dissonanti alle tastiere. Qui si sente anche l’influenza di Frank Zappa sulla scena psichedelica di allora. La sezione introduttiva si apre con i piatti di Mason e un’atmosfera inquietante di effetti di tastiera. Quando finisce, arriva una sezione in cui il clima da brividi lo dettano la batteria e certi strani passaggi di pianoforte, con un uso smodato di effetti folli. Poi subentra una sezione un po’ più “posata” ma ugualmente inquietante, dominata dal suono drammatico di un organo da chiesa. Quando al suo suono si aggiungono anche le armonie corali “angeliche” e il mellotron, l’atmosfera diventa straordinariamente maestosa. Qui arrivano il culmine e la chiusura del brano. Secondo Waters, il pezzo doveva evocare l’atmosfera di una battaglia, e secondo me ci riesce piuttosto bene. A livello personale, per via di quell’atmosfera da brividi, del suono del mellotron e della riuscita imitazione dei suoni degli orrori di guerra, mi ricorda un po’ il classico dei King Crimson “Devil’s Traingle”, da “In The Wake Of Poseidon” (1970), anche se quello è ancora molto più cupo.

“See-Saw” è un’altra composizione di Wright piuttosto tranquilla e romantica, in cui lui si rimette nei panni del cantante principale. Qui Wright non si dimostra solo un cantante molto solido, ma anche un creatore di arrangiamenti sinfonici di gran gusto e molto melodici. Nel suo arsenale di tastiere si alternano armoniosamente, per tutto il tempo, delicati strati di organo, pianoforte, mellotron e vibrafono. Le armonie vocali aggiuntive sono eccellenti e, insieme agli arrangiamenti sinfonici e alla chitarra, creano un’indimenticabile atmosfera romantica. Per struttura questo ottimo pezzo somiglia parecchio a “Remember a Day”, anche se il clima è decisamente più cupo.

A chiudere il disco c’è l’estremamente simbolica e stranamente strutturata “Jugband Blues”, che in un certo senso è il brano d’addio di Syd e la sua unica creazione solista sull’album. In sostanza è folk rock psichedelico, molto simile ad alcuni pezzi del loro debutto. La voce di Syd riflette una totale rassegnazione emotiva e un’assenza completa. Nel mezzo suona una semplice melodia alla chitarra acustica. I divertenti arrangiamenti di fiati con tuba e trombone li hanno eseguiti Waters e Wright in persona. Nel finale, dopo un’interruzione, tornano per un altro verso la voce e la chitarra acustica di Syd. Un addio triste, che si riflette anche in alcuni versi estremamente personali in cui esprime il suo distacco dalla band e dalla società “normale” in generale.

“A Saucerful Of Secrets”, l’unico album nella storia della band registrato da cinque membri, è stato uno dei primi dischi rock progressivi e come tale rientra tra i classici degli anni Sessanta, anche se personalmente non lo metterei tra i loro lavori migliori. È stato sì un esempio eccellente della loro fase di transizione e sperimentazione, causata dall’addio di Syd, quando cercavano di ridefinire il proprio suono introducendo tanti suoni d’avanguardia, arrangiamenti sinfonici dal colore psichedelico e altre stranezze sonore, ma rispetto ai dischi successivi, molto più sottili, quelli che li hanno iscritti tra gli immortali, suona parecchio oscuro, per non dire “ragazzino”. Pur essendo un amante di certe forme d’avanguardia del rock progressivo, con Zappa in testa, credo che con questo tipo di elementi i Pink Floyd non siano mai riusciti a esprimere le loro potenzialità come hanno fatto più tardi, quando hanno portato la loro forma di psichedelia e di space rock a un livello superiore, rendendola più sofisticata con l’uso della sinfonica e di opere più strutturate, legate tra loro da un filo rosso. Nonostante l’innegabile carattere innovativo nel campo del rock progressivo, faticherei a definirlo un capolavoro della band, ma resta senza dubbio uno degli album più importanti di quell’epoca, quello che ha presentato per la prima volta al pubblico il talento musicale di David Gilmour. In patria, nel Regno Unito, ha venduto abbastanza bene, mentre negli USA è stato un bel flop: è l’unico loro album che non è entrato nella classifica americana dei cento album più ascoltati. Con questo disco i Pink Floyd hanno iniziato a cercare una nuova direzione sonora e a rammendare i danni causati dall’addio del loro tragico genio musicale mancato, che dopo la sua uscita si è dedicato per un breve periodo alla carriera solista. Mentre la carriera solista di Syd, dopo due uscite, è andata incontro a un rapido declino e lui è caduto in un’oscurità totale, i Pink Floyd con ogni album successivo sono migliorati come autori di composizioni più lunghe e maestose e nello sviluppo del loro suono, riconoscibile da lontano, che li ha iscritti per sempre tra le più grandi leggende del rock.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik


Tracklist:
1. Let there be more light (5:38)
2. Remember a day (4:33)
3. Set the controls for the heart of the sun (5:28)
4. Corporal Clegg (4:12)
5. A saucerful of secrets (11:57)
6. See-saw (4:36)
7. Jugband blues (2:59)

Formazione:
Syd Barrett – voce, chitarra
David Gilmour – voce, chitarra, kazoo
Roger Waters – voce, basso
Richard Wright – voce, organo, pianoforte, mellotron, vibrafono
Nick Mason – batteria, percussioni

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