Pink Floyd: The Dark Side Of The Moon
Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 1 marzo 1973
Produzione: Pink Floyd
Durata dell’album: 43.09 min
Genere: Progressive Rock/Art Rock
Voto: 10/10
Che cosa si può ancora scrivere di nuovo sul “lato oscuro della luna”, questo album straordinario che, a più di trent’anni dall’uscita, resta un vero fenomeno musicale mondiale, ha influenzato in modo rivoluzionario lo sviluppo sia della musica popolare che di quella sperimentale e ha raggiunto cifre di vendita da favola, con più di 40 milioni di copie? Con “Dark Side Of The Moon”, sempreverde esplosione concettuale di perfezionismo compositivo, i leggendari rocker progressive Pink Floyd si sono trasformati all’improvviso da attrazione psichedelica di culto ma oscura in star della musica di livello mondiale, con una direzione musicale chiarissima e per cui ogni stadio era diventato troppo piccolo. Sul fatto che da questo album in poi siano diventati anche la formazione di maggior successo commerciale nella storia del progressive rock, poi, non c’è nemmeno bisogno di star lì a discutere. Molto più importante è che con “Dark Side Of The Moon” sono finalmente maturati anche come ottimi compositori di opere compiute, con capo e coda, tanto che il mondo era finalmente pronto ad accogliere a braccia aperte gli ex maestri delle stranezze sperimentali psichedelico-avanguardistiche, che non riuscivano proprio a scrollarsi di dosso la lunga ombra del loro tragico fondatore Syd Barrett.
Le risposte su dove si nasconda la fonte principale dell’incredibile successo di “Dark Side Of The Moon”, senza dubbio uno degli album migliori e più influenti nella storia del rock, sono parecchie. Al primo posto, però, c’è sicuramente l’incredibile armonia tra i singoli temi sonori, le atmosfere maestose e un concept intelligentissimo, che contiene numerosi messaggi sulla vita e così sfiora senza fatica le corde più profonde dell’animo umano. Le fondamenta di “Dark Side Of The Moon” erano in realtà già state gettate in alcuni temi sonori del disco precedente “Meddle” (1971), che aveva offerto almeno in parte una risposta su dove li avrebbe portati l’ulteriore evoluzione del loro suono. Questa svolta verso una maggiore accessibilità qui sboccia definitivamente in una serie di vette compositive della loro carriera come gli indimenticabili capolavori “Breathe”, “Time”, “The Great Gig In The Sky”, “Money” e “Us And Them”, tutti brani dall’influenza di lunghissima portata su intere generazioni di musicisti a venire.
Gli esperimenti psichedelico-improvvisativi di prima, spesso indigesti per la cerchia più ampia di ascoltatori, hanno lasciato il posto a composizioni curate con capo e coda, a un suono molto più pieno e sottile e ad arrangiamenti decisamente più melodici. L’arrivo dei sassofoni del collaboratore esterno Dick Parry su “Money” e “Us And Them” ha spinto il loro suono in modo evidente verso acque jazz, mentre la voce femminile ospite di Clare Torry su “The Great Gig In The Sky” porta nell’atmosfera sognante di questo capolavoro una dose affascinante di soul primordiale e regala uno dei momenti più grandiosi nella storia del gruppo. Gran parte del merito per il successo dell’album va anche al giovane ingegnere del suono di allora, Alan Parsons (che poi sarebbe diventato il capo di una band tutta sua, di enorme successo, gli The Alan Parsons Project), che con alcune tecniche di registrazione rivoluzionarie per l’epoca ha garantito all’album un suono incredibilmente fluido, anche se negli anni i membri della band hanno voluto a tutti i costi ridimensionarne l’importanza.
Roger Waters, bassista/cantante, genio dei testi e principale artefice dei loro concept filosofici e carichi di significato sociale, che con la loro modernità fanno discutere ancora oggi, ha fatto centro con un concept ottimo, che riflette tutte le bellezze e le sofferenze della vita quotidiana dell’uomo medio. I temi centrali dell’album sono l’avidità, i conflitti reciproci, l’invecchiare e la follia (quest’ultima ispirata senza dubbio dall’esperienza con lo stato mentale a pezzi dell’ex compagno Syd Barrett, e rimasta un tema a cui i Pink Floyd sarebbero tornati di continuo anche nei dischi successivi). Waters ha usato un’empatia invidiabile verso certi fenomeni sociali e stati emotivi, ed è questo che rende l’album, coi suoi messaggi, attuale per tutti i tempi a venire. Oltre a Waters, che a quel punto si era già affermato come autore di tutti i loro testi, anche gli altri membri della band avevano ancora, alla pari, voce in capitolo nella scrittura della musica. Soprattutto il chitarrista e cantante David Gilmour, il bellimbusto beniamino del pubblico, che con le sue magie alla chitarra e la sua voce di velluto ha toccato le sfere più sottili della loro musica, su questo album ha puntato per la prima volta davvero alle stelle anche come compositore e col suo contributo ha fatto la parte del leone per l’immortalità emotiva dei singoli brani, cosa che a un eterno cinico come Waters sarebbe riuscita molto difficilmente da solo. Il tastierista Rick Wright, intanto, ha avuto un ruolo chiave in due delle tre migliori composizioni dell’album (“The Great Gig In The Sky” e “Us And Them”) e ha entusiasmato con un uso stratificato di alcuni sintetizzatori rivoluzionari per quei tempi. Perfino il batterista Nick Mason ha messo la sua piccola, ma importante, firma compositiva in apertura d’album.
L’avventura indimenticabile attraverso i diversi stati emotivi della società umana si apre con il breve intro “Speak To Me”, uno dei rarissimi contributi compositivi solisti del buontempone della batteria Mason (Waters una volta disse, col suo tipico stile, che quello era stato il suo regalo al batterista che non sospettava nulla, cosa di cui poi, dopo aver lasciato la band, si sarebbe pentito sempre di più). Si tratta di un collage di campioni parlati e di effetti sonori diversi, collegati tra loro. Ognuno rappresenta uno dei motivi chiave dell’album e così dà un’idea di che cosa aspetta l’ascoltatore più avanti.
“Speak To Me” sfocia subito nella malinconica classica “Breathe” (il titolo completo del brano è in realtà “Breathe In The Air”), dove con la sua voce calda e vellutata e una raffinatezza straordinaria alla slide guitar brilla il bellimbusto Dave. Il tempo pacato è dettato anche dalla ricca tavolozza di texture di Wright. Il testo di Waters, che Gilmour trasmette con un calore fuori dal comune, è un messaggio commovente per tutti quelli che ogni giorno svolgono diligentemente i loro doveri verso il nostro sistema sociale: fermatevi almeno per un attimo, respirate a fondo, rallentate il ritmo, mollate la corsa continua a più profitto e provate a trovare il senso della vostra esistenza nelle cose che contano davvero.
Segue lo sperimentale “On The Run”, raro esempio del loro passato psichedelico-avanguardistico su questo album e ottimo contrasto rispetto alla bellezza malinconica e commovente di buona parte degli altri brani. Wright, Gilmour e Waters portano qui al culmine un minimalismo elettronico tutto particolare, usando vari effetti psichedelici sui sintetizzatori VCS3 e sperimentando con sequencer analogici multidimensionali. Questi effetti elettronici erano senza dubbio in anticipo sui tempi. Il tema centrale del brano parla delle pressioni e dello stress causati dai lunghi viaggi, e lo rendono alla perfezione effetti diversi: conversazioni, una corsa lungo un corridoio, voci maniacali e l’esplosione finale che simula un incidente aereo. Il brano è impregnato da cima a fondo di un’atmosfera claustrofobica, quasi sinistra.
Poi arriva il sempreverde classico “Time”, una delle creazioni più maestose ma anche più sconvolgenti nella storia del gruppo, nonché l’unico pezzo dell’album alla cui nascita hanno partecipato proprio tutti i membri. La sua bellezza e la sua forza stanno sia nella sua incredibile immagine musicale eterea, che con la magica bellezza di tante ondate ambient porta senza fatica l’ascoltatore nelle profondità delle sue emozioni più intime e lo costringe a guardarsi dentro, sia nel messaggio centrale, che ruota attorno alla spietatezza dello scorrere del tempo. Più siamo vecchi, più in fretta il tempo vola e più sprofondiamo nella disperazione quando ripensiamo agli anni giovani, ai tempi felici e a tutte le occasioni perse che ci sono scivolate tra le dita (un altro tema molto legato alla vita a cui torneranno anche nelle creazioni successive).
Dopo un’introduzione burrascosa, quasi provocatoria, con il suono fragoroso di sveglie e allarmi (provate una volta, al mattino, a fare uno scherzo a qualcuno dei vostri più stretti, meglio se a uno che non conosce il brano: fategli sentire questo intro e osservate la sua reazione a una sveglia inaspettata) segue una crescita graduale dell’atmosfera con vari effetti su basso e percussioni. All’improvviso, attraverso uno stacco deciso, irrompe la voce di Gilmour che, dopo l’avvio con slancio maniacale, nei ritornelli passa ad acque vocali più protettive e vellutate, che con il loro calore avvolgono l’ascoltatore da cima a fondo, soprattutto quando si aggiunge anche l’accompagnamento di maestose voci femminili. Wright intanto si occupa in modo eccellente delle parti vocali tra i vari passaggi e garantisce un contrasto ancora più netto tra i singoli motivi. I motivi centrali di questa composizione leggendaria sono costruiti soprattutto sui passaggi malinconici della slide di Dave e delle tastiere di Rick. Il culmine arriva dopo il secondo ritornello, con un assolo di chitarra da sogno che ancora oggi toglie il fiato, di sicuro tra i migliori nella storia del bellimbusto della sei corde. In chiusura si ripete ancora una volta il motivo centrale di “Breathe”.
Poi il brano scivola nella fantastica “The Great Gig In The Sky”, un altro capolavoro esoterico che con la sua magia ipnotizza in un attimo anche la persona più tutta d’un pezzo e coi piedi per terra. Per chi sa che il suo messaggio gira attorno alla morte e alle congetture del tipo “che succede dopo”, è un’esperienza d’ascolto ancora più sconvolgente. La stella assoluta di questa creazione immortale è senza dubbio la straordinaria Clare Torry, che con le sue improvvisazioni vocali appassionate crea un’atmosfera magica da non credere. Con i suoi passaggi malinconici al piano e all’organo Hammond a garantire un ottimo accompagnamento è soprattutto Wright, mentre Gilmour e Waters con le loro linee di chitarra restano stavolta più sullo sfondo, ma sono altrettanto efficaci nel creare l’atmosfera eccezionale.
Waters raggiunge il suo culmine compositivo sull’album con il capolavoro cinico “Money”, aperto dagli effetti di registratori di cassa che si aprono e di monete che tintinnano. Roger qui si è sfogato per bene con un testo di critica sociale sul grande male del nostro sistema capitalista e sull’eterna corsa a testa bassa al profitto (il tema sociale della stratificazione della società, che userà volentieri anche in alcuni lavori successivi). Dal punto di vista compositivo è una delle creazioni più interessanti nella storia della band, segnata da cambi di tempo fuori dal comune e drammatici e da improvvisi ritorni di singoli motivi. Il riff di chitarra centrale, di impronta funk, che si ripete più volte accompagnato da linee di basso ringhianti, suona incredibilmente spiritoso. In mezzo tiene tutto insieme la voce sempre espressivissima di Gilmour, che esprime un cinismo non nascosto verso l’incorreggibile materialismo della civiltà occidentale. A un certo punto entra anche il sassofono di Dick Parry, che aggiunge un po’ di pathos jazz più che benvenuto e allo stesso tempo annuncia la sezione strumentale energica. Naturalmente non si può non citare un altro monumentale assolo di chitarra di Dave, che ancora oggi ispira tantissimi aspiranti chitarristi in giro per il mondo.
Dopo la resa dei conti con la genia capitalista tocca alla resa dei conti con tutti i pivelli militaristi che non vogliono smettere di sbattere le armi e a cui Waters non ha lasciato respirare nemmeno per un istante. Significa che arriva l’incredibile capolavoro esoterico “Us And Them”, che per me non è soltanto il vertice dell’album, ma una delle creazioni migliori nella storia del rock. In tutta la sua bellezza malinconica riflette l’assoluta assurdità di tutte le guerre, passate e presenti. La sua natura pacata, abbellita da ornamenti jazz, accentua ancora di più l’effetto di totale impotenza del singolo davanti all’ingranaggio mortale dell’industria bellica. Mentre Wright crea straordinarie atmosfere ambient con armonie a più parti sulle tastiere, soprattutto sull’organo Hammond, la voce di Gilmour è il pilastro centrale di tutta la composizione. Nei ritornelli maestosi raggiunge una dimensione drammatica e crea un contrasto eccezionale passando dal calore alla rabbia. C’è anche l’ottimo Dick Parry con passaggi e assoli jazz di sassofono, che però più avanti vengono lasciati sullo sfondo dalle opere d’arte di Gilmour e di Wright. “Us And Them” è una di quelle rarissime classiche del rock che semplicemente non si possono elogiare abbastanza.
Poi arriva un’altra esperienza emotiva di altissimo livello, sotto forma dello strumentale eccellente “Any Colour You Like”, che esprime le nostre paure davanti alle decisioni importanti della vita. Dopo i divertenti inserti di sintetizzatore irrompe un assolo di chitarra spiritosissimo, che poi naviga con successo tra tanti effetti, suoni di organo Hammond e linee di basso funk. Segue l’improvviso passaggio all’eccezionale “Brain Damage”, l’unico momento dell’album in cui Waters veste i panni del cantante principale, e lo fa alla grande. Questo ruolo, in cui deve interpretare una persona il cui stato mentale peggiora sempre di più, gli calza a pennello, visto che il fenomeno della follia umana, fin dai tempi della fama di Syd, è sempre stato uno dei suoi temi lirici preferiti. La melodia acustica centrale alla chitarra, semplice e di taglio pastorale, è quasi caratteristica delle creazioni di Waters (in stile “If”). La più grande ricchezza di “danno cerebrale” sta nel ritornello eccezionale e magico, dove irrompono drammatiche voci femminili di accompagnamento che consegnano il messaggio centrale di tutto l’album: “ci vediamo sul lato oscuro della luna”. L’atmosfera di qualcuno che pian piano perde la ragione, che viene preso dalla nevrosi e che sente strani rumori nella testa è accentuata ancora di più dagli effetti campionati della risata maniacale di Waters.
Per via del suo verso centrale e del fatto di essere stata creata prima dei suoi “fratelli” e “sorelle”, molti la chiamano semplicemente “Dark Side Of The Moon” o la considerano il pezzo centrale di questo album. Curioso che all’epoca della creazione di questo disco Waters fosse parecchio insicuro delle sue capacità di cantante e che Gilmour abbia dovuto addirittura incoraggiarlo, soprattutto se pensiamo che nei lavori successivi sarebbe diventato quasi un dittatore vocale perfetto. Questo brano ha segnato anche il primo grosso screzio tra Waters e Wright. A quest’ultimo, per la sua semplicità, il pezzo non è mai piaciuto granché. Questo suo atteggiamento di rifiuto verso le composizioni di Waters è cresciuto solo con gli anni e ha portato indirettamente alla sua uscita dal gruppo alla fine dei ’70. Alla fine, con un passaggio diretto, arriva il climax conclusivo dell’album, “Eclipse”. Con maestosi arrangiamenti vocali di gruppo e melodie ripetitive nel verso finale, regala la rivelazione ultima, che esprime il desiderio umano di libertà totale. Tutto si chiude con il battito del cuore, con cui si era aperto l’album, “Speak To Me”, e rappresenta così la chiusura rotonda di questa magnifica epopea concettuale.
“Dark Side Of The Moon”, per tanti il gioiello più luminoso tra tutti i capolavori dei Pink Floyd, resta per sempre uno dei più grandi traguardi nella storia della musica rock e con i suoi temi musicali e i suoi messaggi scuote l’ascoltatore ogni volta da capo a piedi, facendogli venire in mente riflessioni su alcuni simboli chiave dell’esistenza umana. Su uno degli album migliori e più influenti di tutti i tempi sono state scritte e saranno ancora scritte milioni di recensioni di ogni genere, articoli, tesi di laurea, romanzi, dissertazioni di dottorato, eccetera, quindi sarebbe davvero inutile mettersi a filosofeggiare a lungo su cosa si perdono quelli che per caso (ancora) non hanno l’album in casa o che per caso sono rimasti troppo tempo sotto i ghiacci e si sono persi la notizia della sua esistenza. I Pink Floyd, star del rock fresche di nomina, hanno proseguito il titanico successo di “Dark Side Of The Moon” anche nei capolavori successivi come “Wish You Were Here” (1975), “Animals” (1977) e “The Wall” (1979), anche se col tempo Waters ha cominciato a imporre sempre di più la sua politica dittatoriale agli altri membri, cosa che più tardi ha portato a conseguenze fin troppo drammatiche. Chiudiamo la recensione dicendo che ogni nuova generazione riscopre sempre da capo e a modo suo questo meraviglioso album e al suo interno trova sempre qualcosa di nuovo, che probabilmente è la sua qualità principale. I biglietti per un viaggio musicale ricco di avventure indimenticabili sul lato oscuro della luna, quindi, non finiranno mai.
Autore: Peter Dr. ProgRock Podbrežnik
Tracklist:
1. Speak To Me (1:16)
2. Breathe (2:44)
3. On The Run (3:32)
4. Time (7:06)
5. The Great Gig In The Sky (4:44)
6. Money (6:32)
7. Us And Them (7:40)
8. Any Colour You Like (3:25)
9. Brain Damage (3:50)
10. Eclipse (2:04)
Formazione:
David Gilmour – voce, chitarra, sintetizzatore VCS3
Roger Waters – basso, voce (9), voce di accompagnamento, effetti speciali
Richard Wright – tastiere, voce di accompagnamento, sintetizzatore VCS3
Nick Mason – batteria, percussioni, effetti speciali
Musicisti ospiti:
Dick Parry – sassofono (6-7)
Clare Torry – voce (5)
Leslie Duncan – voce di accompagnamento
Lisa Strike – voce di accompagnamento
Barry St. John – voce di accompagnamento
Doris Troy – voce di accompagnamento
