Dark Side Of The Moon
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: year
Voto: 5/5
Che cosa si può ancora scrivere di nuovo sul “lato oscuro della luna”, questo album straordinario che a più di trent’anni dall’uscita è ancora un vero e proprio fenomeno musicale mondiale, che ha influenzato in modo rivoluzionario lo sviluppo della musica sia popolare che sperimentale e che ha raggiunto tirature da favola, con più di 40 milioni di copie vendute? Con “Dark Side Of The Moon”, sempreverde esplosione concettuale di perfezionismo compositivo, i leggendari rocker progressive Pink Floyd si sono trasformati di colpo da attrazione psichedelica di culto ma semisconosciuta in star della musica di livello planetario, con una direzione musicale chiarissima, per le quali ogni stadio era diventato troppo stretto. Che da questo album in poi siano diventati anche la band di maggior successo commerciale nella storia del progressive rock, non c’è nemmeno bisogno di discuterne. Molto più importante è che con “Dark Side Of The Moon” siano finalmente maturati anche come ottimi compositori di opere compiute, con capo e coda, tanto che il mondo era finalmente pronto ad accogliere a braccia aperte gli ex maestri delle stranezze sperimentali psichedelico-avanguardistiche, che proprio non riuscivano a scrollarsi di dosso la lunga ombra del loro tragico fondatore Syd Barrett.
Le risposte su dove si nasconda la fonte principale dell’incredibile successo di “Dark Side Of The Moon”, senza dubbio uno degli album migliori e più influenti della storia del rock, sono più d’una. Al primo posto c’è di sicuro l’incredibile armonia tra i singoli temi sonori, le atmosfere maestose e un concept intelligentissimo, che contiene tanti messaggi sulla vita e tocca così con facilità i lati più profondi dell’animo umano. Le basi di “Dark Side Of The Moon” erano in realtà già state gettate in alcuni temi sonori del disco precedente “Meddle” (1971), che aveva offerto almeno in parte una risposta su dove li avrebbe portati l’ulteriore evoluzione del loro sound. Questa svolta verso una maggiore accessibilità qui è sbocciata definitivamente in tanti picchi compositivi della loro carriera, come gli indimenticabili capolavori “Breathe”, “Time”, “The Great Gig In The Sky”, “Money” e “Us And Them”, tutti brani con un’influenza di lunghissima portata su intere generazioni di musicisti a venire.
I precedenti esperimenti psichedelico-improvvisativi, spesso indigesti per una cerchia più ampia di ascoltatori, hanno lasciato il posto a composizioni costruite con cura, con capo e coda, a un sound molto più pieno e sottile e ad arrangiamenti decisamente più melodici. L’arrivo dei sassofoni del collaboratore esterno Dick Parry su “Money e “Us And Them” ha spinto il loro suono in modo evidente verso acque jazz, mentre la voce femminile ospite di Clare Torry su “The Great Gig In The Sky” porta nell’atmosfera sognante di questo capolavoro un’affascinante dose di soul primordiale e regala uno dei momenti più maestosi nella storia della band. Gran parte del merito del successo dell’album va anche al giovane fonico di allora Alan Parsons (che sarebbe poi diventato il capo di una band tutta sua, di enorme successo, The Alan Parsons Project), che con alcune tecniche di registrazione rivoluzionarie per l’epoca ha assicurato un suono incredibilmente fluido, anche se negli anni i membri della band hanno voluto a tutti i costi ridimensionare il suo ruolo.
Roger Waters, bassista/cantante, genio dei testi e principale artefice dei loro concept filosofici e carichi di significato sociale, che con la loro modernità fanno ancora discutere, ha fatto centro con un concept eccellente che riflette tutte le bellezze e le miserie della vita quotidiana dell’uomo comune. I temi centrali dell’album sono l’avidità, i conflitti reciproci, l’invecchiamento e la follia (quest’ultima senza dubbio ispirata dall’esperienza del crollo mentale dell’ex compagno Syd Barrett, e rimasta un tema a cui i Pink Floyd sarebbero tornati ancora e ancora nei dischi successivi). Waters ha usato un’invidiabile dose di empatia verso certi fenomeni sociali e stati emotivi, e questo rende l’album, con i suoi messaggi, attuale per tutti i tempi a venire. Oltre a Waters, che all’epoca si era già imposto come autore di tutti i testi, anche gli altri membri della formazione avevano (ancora) pari voce in capitolo nella scrittura della musica. In particolare il chitarrista e cantante David Gilmour, il bellimbusto beniamino del pubblico, che con le sue magie chitarristiche e la sua voce di velluto ha toccato le sfere più sottili della loro musica, su questo album ha preso davvero a puntare alle stelle anche come compositore, e col suo contributo si è preso la parte del leone quanto a immortalità emotiva dei singoli brani, cosa che a un eterno cinico come Waters da solo sarebbe riuscita molto a fatica. Il tastierista Rick Wright, intanto, ha avuto un ruolo chiave in due delle tre migliori composizioni del disco (“The Great Gig In The Sky” e “Us And Them”) e ha fatto colpo con un uso stratificato di sintetizzatori all’epoca rivoluzionari. Persino il batterista Nick Mason, all’inizio dell’album, ha messo il suo piccolo ma importante zampino compositivo.
L’indimenticabile avventura attraverso i diversi stati emotivi della società umana si apre con la breve introduzione “Speak To Me”, uno dei rarissimi contributi compositivi in solitaria del batterista simpaticone Mason (Waters una volta dichiarò, nel suo tipico stile, che era stato un regalo a un batterista ignaro di tutto, cosa di cui poi, dopo aver lasciato la band, si sarebbe pentito sempre di più). Si tratta di un collage di brevi campioni parlati e di effetti sonori diversi, collegati tra loro. Ognuno rappresenta uno dei motivi chiave dell’album e anticipa così cosa aspetta chi ascolta più avanti.
“Speak To Me” sfocia subito nel classico malinconico “Breathe” (il titolo completo del brano in realtà è “Breathe In The Air”), dove il bellimbusto Dave brilla con la sua voce calda e vellutata e una raffinatezza straordinaria alla slide. Il ritmo pacato è sostenuto anche dalla ricca tavolozza di texture di Wright. Il testo di Waters, che Gilmour trasmette con un calore fuori dal comune, è un messaggio commovente per tutti quelli che ogni giorno svolgono con zelo i loro doveri verso il sistema sociale: fermatevi almeno un attimo, respirate a fondo, rallentate, mollate l’eterna rincorsa a un guadagno sempre maggiore e provate a trovare il senso della vostra esistenza in cose più importanti.
Segue la sperimentale “On The Run”, rarissimo esempio del loro passato psichedelico-avanguardistico su questo album e ottimo contrasto rispetto alla bellezza malinconica e commovente della maggior parte degli altri brani. Wright, Gilmour e Waters spingono qui al massimo un minimalismo elettronico tutto loro, con vari effetti psichedelici sui sintetizzatori VCS3 e sperimentando con sequencer analogici multidimensionali. Questi effetti elettronici erano senza dubbio in anticipo sui tempi. Il tema centrale del brano sono le pressioni e lo stress dei lunghi viaggi, resi benissimo da vari effetti di conversazioni, una corsa lungo un corridoio, voci maniacali e dall’esplosione finale, che rappresenta un incidente aereo. Il brano è pervaso da cima a fondo da un’atmosfera particolare, claustrofobica, quasi sinistra.
Poi arriva il sempreverde classico “Time”, una delle creazioni più maestose ma anche più sconvolgenti della storia della band, e l’unica del disco alla cui nascita hanno partecipato proprio tutti i membri. La sua bellezza e la sua forza emotiva stanno sia nel suo incredibile volto musicale etereo, che attraverso la bellezza magica di tante onde ambientali porta senza fatica chi ascolta nelle profondità delle proprie emozioni e lo costringe a guardarsi dentro, sia nel suo messaggio centrale, che gira attorno alla crudeltà dello scorrere del tempo. Più invecchiamo, più in fretta il tempo ci scappa via e più sprofondiamo nella disperazione, ripensando agli anni giovani, ai tempi felici e a tutte le occasioni perse che ci sono scivolate tra le dita (un altro tema molto vicino alla vita vera, a cui sarebbero tornati anche nelle opere successive).
Dopo un’intro movimentata, quasi provocatoria, con il fragoroso suono di sveglie e allarmi (prova una mattina a fare uno scherzo a qualcuno dei tuoi più vicini, meglio se non conosce il pezzo: fagli partire questa intro e guarda la sua reazione a quella sveglia inaspettata), segue una crescita graduale dell’atmosfera con vari effetti su basso e percussioni. All’improvviso, con un passaggio deciso, entra la voce di Gilmour, che dopo l’inizio, con slancio maniacale nei ritornelli, passa a territori vocali di velluto più protettivi, che con il loro calore avvolgono chi ascolta da cima a fondo, soprattutto quando si aggiunge anche l’accompagnamento di maestosi cori femminili. Wright intanto si occupa in modo eccellente delle parti vocali tra un passaggio e l’altro e garantisce ancora più contrasto tra i singoli motivi. I motivi centrali di questa composizione leggendaria sono costruiti soprattutto sulle melodie malinconiche della slide di Dave e delle tastiere di Rick. Il culmine arriva dopo il secondo ritornello, con un assolo di chitarra da sogno che ancora oggi toglie il fiato, di sicuro tra i migliori nella storia del bellimbusto della chitarra. Nel finale si ripete ancora una volta il motivo centrale di “Breathe”.
Poi il brano scivola nella fantastica “The Great Gig In The Sky”, un altro capolavoro esoterico che con la sua magia ipnotizza in un attimo anche il tipo più duro e coi piedi per terra. Per chi sa che il suo messaggio gira attorno alla morte e alle congetture del tipo “cosa succede dopo”, è un’esperienza d’ascolto ancora più sconvolgente. La stella assoluta di questa creazione immortale è senza dubbio la straordinaria Clare Torry, che con le sue appassionate improvvisazioni vocali crea un’atmosfera incredibilmente magica. Con le sue passaggi malinconici al pianoforte e all’organo hammond, a offrire un accompagnamento perfetto è soprattutto Wright, mentre Gilmour e Waters stavolta restano più sullo sfondo con le loro linee di chitarra, ma sono ugualmente efficacissimi nel creare un’atmosfera eccezionale.
Waters raggiunge il suo culmine compositivo sull’album con il capolavoro cinico “Money”, aperto dagli effetti di registratori di cassa che si aprono e di monete che tintinnano. Qui Roger si è sfogato per bene con un testo di critica sociale sul grande male del nostro sistema capitalistico e sulla sua rincorsa continua e scriteriata al profitto (il tema sociale della stratificazione della società, che avrebbe usato con gusto anche in alcuni lavori futuri). Dal punto di vista compositivo è una delle creazioni più interessanti nella storia della band, segnata da cambi di tempo drammatici e fuori dal comune e dalla ripresa improvvisa di singoli motivi. Il riff di chitarra centrale, di impronta funk, che si ripete più volte con l’accompagnamento di linee di basso ringhianti, suona spassosissimo. In mezzo a tenere insieme tutto c’è la voce sempre espressivissima di Gilmour, che esprime un cinismo non nascosto verso l’incorreggibile materialismo della civiltà occidentale. Col tempo entra anche il sassofono di Dick Parry, che aggiunge un pathos jazz graditissimo e annuncia al contempo una sezione strumentale energica. Ovviamente non si può non citare un altro monumentale assolo di chitarra di Dave, che ancora oggi ispira un sacco di chitarristi in erba in tutto il mondo.
Dopo i conti col branco capitalista tocca ai conti con tutti i militaristi che non la smettono di sbattere le armi e a cui Waters non ha lasciato respirare nemmeno per un attimo. Vuol dire che arriva l’incredibile capolavoro esoterico “Us And Them”, che secondo me non è solo il culmine dell’album, ma una delle migliori creazioni nella storia del rock. In tutta la sua bellezza malinconica riflette il totale non-senso di tutte le guerre, passate e presenti. La sua natura pacata, decorata di ornamenti jazz, accresce ancora l’effetto della totale impotenza del singolo di fronte agli ingranaggi mortali dell’industria bellica. Mentre Wright crea straordinarie atmosfere ambient con armonie a più strati sulle tastiere, soprattutto sugli organi hammond, la voce di Gilmour è il pilastro dell’intera composizione. Nei ritornelli maestosi raggiunge un’impostazione di portata drammatica e crea un contrasto eccezionale passando dal calore alla rabbia. Ci sono anche l’ottimo Dick Parry con passaggi e assoli jazz di sassofono, che però più avanti vengono lasciati sullo sfondo dalle magie sia di Gilmour che di Wright. “Us And Them” è una di quelle rare classiche del rock che semplicemente non si possono lodare abbastanza.
Poi arriva un’altra esperienza emotiva di altissimo livello, lo strumentale eccellente “Any Colour You Like”, che esprime le nostre paure davanti alle decisioni importanti della vita. Dopo i divertenti inserti di sintetizzatore entra un assolo di chitarra spassosissimo, che poi naviga con successo tra tantissimi effetti, suoni di organo hammond e linee di basso funk. Segue un passaggio improvviso nella straordinaria “Brain Damage”, l’unico momento dell’album in cui Waters assume il ruolo di cantante principale, e lo fa con merito. Questo ruolo, in cui deve interpretare una persona il cui stato mentale peggiora sempre di più, gli calza a pennello, visto che il fenomeno della follia umana, fin dai tempi di Syd, è sempre stato uno dei suoi temi lirici preferiti. La melodia acustica centrale di chitarra, semplice e di taglio pastorale, è quasi caratteristica delle creazioni di Waters (nello stile di “If”). La più grande ricchezza del “danno cerebrale” sta nel ritornello eccezionale e magico, dove entrano drammatiche voci femminili di accompagnamento e passano il messaggio centrale dell’intero album, “ci vediamo sul lato oscuro della luna”. L’atmosfera di qualcuno che pian piano perde la ragione, che viene preso dalla nevrosi e sente strani suoni nella testa, è ancora potenziata dagli effetti incollati della risata maniacale di Waters.
Per il suo verso centrale e per il fatto di essere stata creata prima dei suoi “fratelli” e “sorelle”, molti la chiamano semplicemente “Dark Side Of The Moon” o la vedono come il brano centrale di questo album. Curioso che Waters, all’epoca della creazione dell’album, fosse parecchio insicuro delle proprie capacità di cantante e che Gilmour abbia dovuto addirittura incoraggiarlo, soprattutto se pensiamo che nei lavori successivi sarebbe diventato quasi un dittatore vocale. Questo brano segnò anche il primo grosso litigio tra Waters e Wright. A quest’ultimo il pezzo, per la sua semplicità, non è mai piaciuto granché. Questo suo atteggiamento di rifiuto verso le composizioni di Waters negli anni non ha fatto che crescere e ha portato indirettamente alla sua uscita dalla band alla fine degli anni ’70. Infine, con un passaggio diretto, arriva il climax conclusivo dell’album, “Eclipse”. Con maestosi arrangiamenti vocali di gruppo e melodie ripetitive nel verso finale, regala la rivelazione definitiva, che esprime il desiderio umano di libertà assoluta. Tutto si chiude con il battito di un cuore, con cui si era aperto l’inizio dell’album, “Speak To Me”, e rappresenta così la chiusura circolare di questa maestosa epopea concettuale.
“Dark Side Of The Moon”, per tanti il gioiello più splendente tra tutti i capolavori dei Pink Floyd, resta per sempre uno dei più grandi traguardi nella storia del rock, un disco che con i suoi temi musicali e i suoi messaggi scuote ogni volta chi ascolta da capo a piedi e gli fa venire in mente riflessioni su alcuni simboli chiave dell’esistenza umana. Su uno degli album migliori e più influenti di tutti i tempi sono state scritte, e se ne scriveranno ancora, milioni di recensioni, articoli, tesi di laurea, romanzi, dissertazioni di dottorato e così via, quindi sarebbe davvero inutile filosofeggiare a lungo su cosa si perdano quelli che per caso (ancora) non ce l’hanno in casa o che per caso sono rimasti sotto i ghiacci per un bel po’ e si sono persi la notizia della sua esistenza. I Pink Floyd, rockstar fresche di conio, hanno continuato il titanico successo di “Dark Side Of The Moon” anche con i capolavori successivi come “Wish You Were Here” (1975), “Animals” (1977) e “The Wall” (1979), anche se Waters col tempo ha cominciato a imporre sempre di più la sua politica da dittatore agli altri membri, cosa che più tardi avrebbe portato a conseguenze fin troppo drammatiche. Chiudiamo la recensione dicendo che ogni nuova generazione riscopre questo meraviglioso album ogni volta a modo suo e vi trova sempre qualcosa di nuovo, che probabilmente è anche il suo pregio principale. I biglietti per un viaggio musicale pieno di avventure indimenticabili sul lato oscuro della luna, perciò, non finiranno mai.
Formazione
David Gilmour – voce, chitarra, sintetizzatore VCS3
Roger Waters – basso, voce (9), cori, effetti speciali
Richard Wright – tastiere, cori, sintetizzatore VCS3
Nick Mason – batteria, percussioni, effetti speciali
MUSICISTI OSPITI:
Dick Parry – sassofono (6-7)
Clare Torry – voce (5)
Leslie Duncan – cori
Lisa Strike – cori
Barry St. John – cori
Doris Troy – cori
Produzione
Pink Floyd
Tracklist
1. Speak To Me (1:16)
2. Breathe (2:44)
3. On The Run (3:32)
4. Time (7:06)
5. The Great Gig In The Sky (4:44)
6. Money (6:32)
7. Us And Them (7:40)
8. Any Colour You Like (3:25)
9. Brain Damage (3:50)
10. Eclipse (2:04)
Durata dell’album: 42:53