Pink Floyd: Ummagumma
Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 7/11/1969
Produzione: Pink Floyd & Norman Smith
Durata dell’album: 86.11 min
Genere: Psychadelic Rock/Progressive Rock/Avantgarde
Voto: 8.5/10
I primi anni dopo l’addio del “diamante pazzo” Syd Barrett sono stati, senza dubbio, un periodo incredibilmente turbolento per i Pink Floyd, fatto di continui, sterminati esperimenti in studio e dal vivo, alla ricerca di una nuova definizione sonora che tagliasse una volta per tutte con l’eredità psichedelico-space rock di Syd e li presentasse come una band con una visione musicale e un sound del tutto riconoscibili. Gli anni ’60 psichedelici si avviavano lentamente verso l’epilogo, le fondamenta del progressive rock erano ormai state gettate, ma alcuni dei padri fondatori di tutte le forme sperimentali del rock arrancavano ancora, alle prese con una piccola crisi di identità sonora.
Nei due album precedenti, “A Saucerful Of Secrets” (1968) e “More” (1969), erano riusciti a mettere in mostra il talento del successore di Syd, il chitarrista e voce principale David Gilmour, che insieme al bassista/cantante Roger Waters è diventato a poco a poco uno dei due pilastri creativi del gruppo, dove i processi decisionali erano ancora relativamente democratici, anche se già allora si faceva notare che ogni membro registrava per conto suo in studio. Entrambi gli album erano prodotti di altissimo livello di rock psichedelico/proto-progressive. Eppure i Pink Floyd restavano comunque una band di culto ma relativamente oscura, senza grandi successi commerciali all’estero, se non contiamo quello dei primi singoli dell’era Syd. Questo non voleva dire però che avessero la minima intenzione di rinunciare alla sperimentazione continua, che di solito aveva ben poco a che fare con le forme melodiche e immediate del rock.
Il doppio album “Ummagumma” è stato senza dubbio il progetto più sperimentale, oscuro e avanguardistico della loro storia. Nella parte in studio è un mix imprevedibile di tutti gli esperimenti psichedelici fatti fino ad allora, di avanguardia totalmente spontanea e dei talenti strumentali dei singoli membri. Per questo lavoro i Pink Floyd decisero di pubblicarlo come progetto doppio, diviso in una parte dal vivo e una in studio. Per l’epoca fu una mossa originalissima, e allo stesso tempo un successo garantito, perché chi proprio non riusciva a farsi strada nella parte in studio, più ostica, poteva consolarsi con le registrazioni live.
La parte live dell’album, che è anche il primo disco del progetto “Ummagumma”, è molto più accessibile di quella in studio. In pratica è il loro primo album dal vivo, un documento prezioso di quel primo periodo psichedelico della band, che proprio qui toccò il suo apice. Le registrazioni arrivano dai concerti del 1969 a Birmingham e Manchester. Tra le esecuzioni dominano per lo più i loro amati pezzi space rock dei primi giorni. Al primo posto, come sempre, la popolarissima “Astronomy Domine”, unico brano dell’era Syd (“Interstellar Overdrive”, che in quel periodo suonavano pure, hanno deciso di lasciarla fuori per motivi non del tutto chiari). Questa versione si distingueva parecchio dall’originale di Syd, perché c’erano le voci di Gilmour e Wright e la prima strofa veniva ripetuta due volte. Anche la sezione strumentale era allungata, e prima di sfociare nella parte finale includeva un lungo assolo d’organo di Wright. C’era anche un’ottima esecuzione di “Careful With That Axe, Eugene”, interessante brano strumentale progressive la cui versione in studio uscì per la prima volta nella raccolta “Relics” (1971). Con i suoi suoni drammatici d’organo, la linea semplice del basso e gli urli di Waters (che sarebbero diventati un suo marchio di fabbrica in alcuni pezzi floydiani successivi) costruisce piano piano un’atmosfera di tensione che resta intatta anche quando l’esecuzione si trasforma in una lunga jam strumentale. L’esperimento space rock “Set The Controls For The Heart Of The Sun” era un altro dei pezzi live obbligati di allora. Questa versione era decisamente dilatata e con un po’ più di dinamica, soprattutto nell’uso degli effetti elettronici, e l’atmosfera suonava anche molto più orientaleggiante. L’esecuzione finale del capolavoro d’avanguardia “A Saucerful of Secrets” si distingueva a sua volta nettamente dalla versione in studio. I suoni dei piatti nella sezione d’apertura sono sostituiti dal basso, ci sono più parti d’organo e una sezione conclusiva più ricca, in cui tutti gli strumenti entrano via via in modo drammatico. Il pubblico ha premiato come si deve questa versione eccellente con un applauso fragoroso. Per il loro primo album live ufficiale, “Delicate Sound Of Thunder” (1988), sarebbero passati quasi vent’anni, il che sembra davvero incredibile. Ancora più strano è che, se non conto “Is There Anybody Out There” (2000), questa parte live di “Ummagumma” resta (per ora) l’unica loro registrazione dal vivo ufficiale dell’era Waters.
La parte in studio, ovvero il secondo disco, è stata una gita in creazioni soliste totalmente spontanee e ultra sperimentali di tutti e quattro i membri, e la si può descrivere nel modo più semplice proprio con la traduzione della parola “Ummagumma”, un termine gergale inglese per le attività sessuali ricreative. E più o meno così suona la maggior parte di queste composizioni, create di sicuro sotto l’effetto delle più svariate sostanze psicoattive (di quelle leggere, senza dubbio), anche se da parte dei membri della band non c’è mai stata alcuna conferma (e non ci sarà mai). La maggior parte degli ascoltatori che conoscono solo i pezzi successivi del gruppo, più radiofonici, definirebbe questa parte in studio già al primo ascolto qualcosa di assolutamente indigeribile, ma i buongustai della musica scopriranno presto i suoi tanti fascini nascosti, che stanno soprattutto in certi momenti atmosferici di altissima tensione, dentro sezioni del tutto spontanee. Sono divise in quattro parti, e ogni membro della band ha avuto il suo spazio per presentare le proprie composizioni. Impossibile ignorare anche l’ottima copertina, unica nel suo genere e dal taglio psichedelico, firmata da Storm Thorgerson, storico collaboratore dei Floyd, che mostra uno scambio spaziale delle posizioni dei vari membri della band, finché nel ritratto l’immagine non diventa piccolissima e indistinguibile. A sinistra, accanto alla sedia, si vede anche un vinile con la musica del film “Gigi”.
Il primo a presentare le sue visioni sinfoniche sperimentali è il tastierista Rick Wright con la suite “Sysyphus”, una suite avanguardistica in quattro parti sul personaggio tragico della mitologia greca condannato a spingere per sempre un masso in cima a una collina negli inferi, ma ogni volta che arriva in vetta il masso rotola giù (e così via, di nuovo, senza fine). È una creazione estremamente sperimentale e psichedelica, in cui Wright, alternando arrangiamenti sinfonici al piano, all’organo e al mellotron, crea atmosfere di una varietà notevole. L’atmosfera della prima sezione, dominata dai suoni drammatici di mellotron e organo, è cupissima e evoca bene l’immagine dell’eterno dannato che nell’Ade deve patire pene infernali. La seconda parte, dove prevale una delicata melodia di piano, è molto più sottile. Già verso la fine della seconda sezione arriva però un’ampia cacofonia, con inserti avanguardistici di percussioni sui timpani di Mason, effetti bizzarri che ricordano lo strillare delle scimmie e gli ornamenti inarticolati di Waters al basso. La quarta e ultima sezione, con i suoi cupi sipari orchestrali di mellotron, strizza un po’ l’occhio ad alcune cose dei primi King Crimson, anche se i suoni d’organo nel mezzo e gli effetti che ricordano il cinguettio degli uccelli smorzano un po’ l’atmosfera tetra. Eppure i suoni cacofonici finali di organo e gli effetti tintinnanti sono agghiaccianti e totalmente oscuri e psichedelici. Con “Sysyphus” Wright si è presentato di nuovo sull’album non solo come eccellente tastierista, ma anche come straordinario maestro di atmosfere variegate e autore di una delle parti migliori del disco. L’atmosfera cupa e tesa, in certi punti persino un po’ epica, che dà vita al tragico personaggio di Sisifo, è quella che rende così affascinante questa composizione avanguardistica del tutto spontanea.
Segue il pezzo solista di Waters con “Grantchester Meadows”, una piacevole ballata folk psichedelica e pastorale con il suo canto e la chitarra acustica. Per tutto il brano, grazie a effetti appositamente registrati, si sente il cinguettio degli uccelli, che crea l’atmosfera di una canzone registrata chissà dove in mezzo a un prato. A metà pezzo si sente anche il verso e il volo di un’oca decisamente troppo agitata. Il testo di Waters descrive l’idillio pastorale di Grantchester, tipico villaggio inglese e luogo di nascita del suo futuro “migliore amico” David Gilmour. Dopo la cupa “Sysyphus” è stato un momento dell’album quanto mai gradito e rilassante, anche se non rientra tra quei classici dei Pink Floyd che ti si stampano nel cuore per sempre. Questa ballata folk era comunque tipica dello stile con cui Waters scriveva musica all’epoca, come si vedrà più tardi anche nel suo esordio solista “Music From The Body” (1970) e in “If” del successivo album dei Pink Floyd “Atom Heart Mother” (1970). Verso la fine del brano arriva il celebre, quasi leggendario effetto del ronzio fastidioso di una mosca, sempre più forte, che va avanti finché qualcuno non sale a passi pesanti per le scale e la schiaccia con un giornale.
Ma Waters non sarebbe Waters se, oltre al pezzo più accessibile dell’album, non avesse portato anche il più avanguardistico e oscuro. Segue infatti una creazione ultra stramba con un titolo non meno strambo – “Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict”, che posso definire senza problemi il vertice avanguardistico dell’album e il candidato principale al titolo di pezzo più fuori di testa nella storia della band. Questo bizzarro esperimento di Waters contiene tantissimi effetti oscuri tipici della musique concrète, quella che di solito si associava ad alcune cose di Frank Zappa. Qui si tratta di un miscuglio oscurissimo e totalmente sballato di effetti sonori e smorfie vocali di Waters che ricordano i versi di uccelli e vari roditori. Waters ha usato molti effetti di registrazione per regolare la velocità e varie manipolazioni al microfono. Particolarmente grottesca risulta poi la sua smorfia vocale totalmente indistinta e incomprensibile con accento scozzese (i Pitti erano gli antichi antenati degli Scozzesi, e da qui questa trovata acquista almeno un briciolo di logica). Alla fine del suo borbottio, ascoltando con attenzione la registrazione rallentata, si sente un “thank you”. E nel mezzo, sempre rallentando la riproduzione, c’è anche un “messaggio nascosto”, dove si sente Waters dire “that was pretty avantgarde wasn’t it?” Non potrei davvero essere più d’accordo.
Nella composizione interessante e per lo più acustica “The Narrow Way”, divisa in tre sezioni, arrivano i “cinque minuti” di gloria anche per Gilmour, che soprattutto nella prima sezione, alla chitarra acustica, offre qualche suo tipico passaggio bluesy. Sullo sfondo si sentono di continuo effetti insoliti. La seconda sezione, suonata alla chitarra elettrica, è molto più oscura e contiene a sua volta tanti suoni psichedelici. La sezione finale, che si può definire persino uno dei momenti migliori dell’album, contiene la riconoscibile voce vellutata di Gilmour e un ottimo sfondo di slide guitar, mellotron e piano. Tra tutti i momenti dell’album è quello che offre il miglior assaggio del loro futuro sonoro, soprattutto grazie alla voce di Dave, ai sognanti passaggi di slide e ai suoni eterei di tastiera che sarebbero poi diventati parte inseparabile del sound del loro periodo migliore. Curioso che ognuna delle tre sezioni abbia un tempo e un suono diversi. Oltre a voce e chitarra, qui Gilmour ha suonato anche basso, piano, mellotron e batteria, dimostrando con successo le sue doti multistrumentali. Questa composizione si può considerare una specie di giusto equilibrio tra gli effetti psichedelici avanguardistici oscuri e i passaggi strumentali acustici e melodici che dominano la parte in studio dell’album.
“The Grand Vizier’s Garden Party” è lo strumentale conclusivo di Mason, in tre parti, e un altro dei vertici avanguardistici dell’album, perché contiene una serie di suoni d’avanguardia sulle sue percussioni. Nella prima sezione il “Gran Visir dell’impero ottomano” Mason è accompagnato per poco al flauto dalla moglie di allora, Lindy. È anche il momento più melodico di tutto lo strumentale, perché già con l’inizio della seconda sezione arriva una sfilza di percussioni oscure e dal suono psichedelico, che per lo più sembrano qualcuno che picchia sul fondo delle pentole da cucina. Il tutto suona molto cacofonico e del tutto spontaneo, frutto dell’ispirazione del momento, e non riesce affatto a creare una vera atmosfera, come invece era riuscito alla maggior parte delle composizioni soliste precedenti. A chiudere questa sezione Mason, con un lungo assolo di batteria, dimostra comunque perché oggi è considerato uno dei batteristi più influenti. L’ultima parte della composizione, che chiude anche la parte in studio dell’album, finisce con una combinazione di flauto e percussioni e dura meno di un minuto. Tra le quattro sezioni dell’album questa è di gran lunga la meno interessante, e se non fosse stato per il buon assolo di batteria finale non ne avrei sentito la mancanza.
“Ummagumma” è stato, almeno per quanto riguarda la sua parte in studio, senza dubbio uno dei progetti più avanguardistici e controversi della storia del rock, oscuro persino per gli esperimenti musicali più disparati di un’epoca musicale spalancata come la fine degli anni ’60. Per i Pink Floyd all’epoca non c’erano ostacoli né limiti per affermarsi come la band rock britannica più sperimentale del momento, e la comunità musicale era molto più aperta a imprese di questo tipo di oggi e sapeva anche ricompensarle a dovere (nonostante tutta la sua oscurità, fu il loro primo album a entrare tra i primi cento della classifica americana, e anche in patria raggiunse un piazzamento molto solido, il migliore tra tutti i loro album fino ad allora). È un album che, come insieme (e non solo per la sua parte live più accessibile), sapranno apprezzare come si deve soltanto gli ascoltatori più aperti e dai gusti più esigenti, di cui oggi purtroppo non ce ne sono molti. Tra loro, sicuramente, tutti i veri fan della band. “Ummagumma” non è stato di certo uno di quei capolavori dei Pink Floyd che stanno bene in ogni casa, ma nonostante tutti i suoi difetti si è guadagnato un posto importante tra gli album che hanno contribuito a definire il progressive rock e la musica sperimentale moderna in generale. In questo modo resta un esempio meraviglioso di totale spontaneità e libertà dalle opinioni di etichetta o management, e il prodotto di tempi molto più semplici.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
CD1 (album live):
1. Astronomy Domine (8:29)
2. Careful With That Axe, Eugene (Instrumental) (8:50)
3. Set the Controls for the Heart of the Sun (9:12)
4. Saucerful of Secrets (12:48)
CD2 (album in studio):
1. Sysyphus, Pt. 1 (1:08)
2. Sysyphus, Pt. 2 (3:30)
3. Sysyphus, Pt. 3 (1:49)
4. Sysyphus, Pt. 4 (6:59)
5. Grantchester Meadows (7:26)
6. Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict (4:59)
7. Narrow Way, Pt. 1 (3:27)
8. Narrow Way, Pt. 2 (2:53)
9. Narrow Way, Pt. 3 (5:57)
10. Grand Vizier’s Garden Party: Enterance, Pt. 1 (1:00)
11. Grand Vizier’s Garden Party: Entertainment, Pt. 2 (7:06)
12. Grand Vizier’s Garden Party: Exit, Pt. 3 (0:38)
Formazione:
David Gilmour – voce, chitarra, organo, piano, basso, batteria, mellotron
Roger Waters – basso, voce, chitarra acustica, gong, effetti
Richard Wright – organo, piano, tastiere, voce, mellotron
Nick Mason – batteria, percussioni, timpani, effetti
Musicista ospite:
Lindy Mason – flauto
