Iron Maiden: Powerslave
Etichetta: EMI Records
Produzione: Martin Birch
Data di uscita: 3/9/1984
Durata: 51.12 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10/10
Piece of Mind ha incoronato definitivamente gli Iron Maiden come leggende della musica e come la più grande band heavy metal di tutti i tempi. Con Piece of Mind i Maiden sono entrati nei loro anni d’oro, durati quasi fino all’inizio dei Novanta, e al tempo stesso è stato il disco che ha mostrato il grande salto in avanti della band: si erano scrollati di dosso quasi del tutto le radici NWOBHM e avevano sviluppato quasi per intero il vero sound classico degli Iron Maiden, quello che conosciamo dai dischi degli anni Ottanta. Piece of Mind è stato però anche l’album che ha dimostrato che i Maiden erano ben lontani dall’aver detto tutto, e infatti, proprio quando pensi sia impossibile superare i momenti migliori dei primi quattro album, la Vergine nel 1984 sforna lo spartiacque Powerslave. Ognuno ha il suo preferito degli anni Ottanta, che sia Somewhere in Time o Seventh Son of a Seventh Son, ma senza dubbio Powerslave è l’essenza del sound dei Maiden classici. La formazione classica, rimasta invariata, ha messo a segno un documento indimenticabile della storia della musica, che cattura alla perfezione atmosfera, magia, emozioni e quella forza inarrestabile che i Maiden offrono ancora oggi. Ma non sono stati solo gli Iron Maiden a toccare il picco: dopo una breve gita tra le pareti imbottite, Eddie è volato nell’antico Egitto e, su una delle copertine più memorabili di Derek Riggs, si è fatto incoronare faraone.
Powerslave parte con un pezzo così imponente e magico che sa essere paragonato solo all’indimenticabile apertura degli esordi della Vergine, Prowler. Anzi, Aces High è forse addirittura il miglior “opener” di sempre! Per quante volte tu l’abbia sentita, i riff d’apertura delle chitarre cristalline ti fanno venire i brividi ogni volta; il ritmo aggressivo e veloce, che tocca l’apice in un assolo pazzesco e nella splendida sirena “air-raid” di Bruce Dickinson, è fatto di momenti heavy metal da urlo. La brillante atmosfera di riff supersonici, del basso profondo di Harris, degli splendidi fill di Nicko e di uno dei momenti più luminosi di Dickinson trasporta nella musica in modo fantastico le sensazioni da adrenalina di un pilota britannico durante la prima battaglia aerea, quella combattuta tra luglio e ottobre del 1940. Aces High prosegue la serie di pezzi di guerra iniziata con Invaders e The Trooper, e con un testo eccezionale e un ritornello indimenticabile è diventata un classico eterno, una demolitrice dal vivo e una favorita dei fan. Con 2 Minutes to Midnight i Maiden, nel pieno della guerra fredda, hanno mosso i primi passi in acque politiche. Lo sguardo critico sulla corruzione e l’amoralità della politica porta con sé un messaggio fortissimo, che il titolo stesso del pezzo fa risaltare ancora di più. Si riferisce infatti al cosiddetto “Orologio dell’Apocalisse”, che segna la minaccia delle armi nucleari e la fine dell’umanità sempre più vicina. Il più vicino alla fine, a 2 minuti dalla mezzanotte, l’orologio si è fermato nel settembre del 1953, dopo che i sovietici hanno fatto detonare una bomba nucleare di potenza spaventosa. Oggi le lancette segnano cinque minuti alla mezzanotte, e 2 Minutes to Midnight porta ancora un messaggio potente: con il suo ritornello imponente e un assolo un filo più hard rock, in cui forse si nasconde ancora l’ultima influenza della NWOBHM, è uno dei pezzi più famosi dei Maiden e una presenza fissa nei live. Segue il quarto e, a oggi, ultimo strumentale registrato dalla band, Losfer Words (Big ‘Orra). Un pezzo tutto sommato solido, che però non regge il confronto con la forza dei precedenti: per carità, non è affatto brutto, ma la magia di Transylvania o Genghis Khan non la raggiunge. Forse è anche per questo che il pezzo si chiama Losfer Words (“lost for words”) (Big ‘Orra) (“big horror”). Tra i tanti talenti di Bruce c’è anche la scherma, e senza dubbio è da qui che è nato un classico, purtroppo trascurato, come Flash of the Blade. Tra l’intro dall’atmosfera cupa costruita da riff splendidi, una base eccezionale nelle strofe, un ottimo assolo in terze e, non ultimo, un testo fantastico su un giovane spadaccino che vuole vendicare la famiglia uccisa, è ancora più difficile capire perché Flash of the Blade non sia mai stata suonata dal vivo. Lo stesso vale per il successivo inno da spadaccini, The Duellist, ispirato all’omonimo film di Ridley Scott del 1978. Il film racconta l’eterna faida di due ufficiali francesi ai tempi di Napoleone. È un vero peccato che The Duellist non sia mai stata suonata dal vivo, perché contiene una delle migliori parti strumentali in assoluto e riesce a portare in modo fenomenale nel testo e nella musica l’ideale di onore, coraggio e amore dei duellanti di una volta. Back in the Village continua la storia di The Prisoner, dall’album The Number of the Beast, ispirata alla serie cult britannica The Prisoner. Il testo si basa su un episodio verso la fine della serie, quando il protagonista “Number 6” torna nel misterioso Villaggio. Anche Back in the Village vanta una parte strumentale brillante e un testo misterioso, ma in mezzo agli altri pezzi eccezionali finisce per sbiadire un po’. Per i Maiden era ormai diventata abitudine chiudere il disco con un pezzo epico, e anche in questo Powerslave è un punto di arrivo. Tutto il disco, infatti, sbiadisce quasi del tutto quando arriviamo ai due epici di chiusura. Sì, stavolta ci aspettano ben due epopee colossali, che insieme superano i venti minuti. Su Powerslave Dickinson si è mostrato davvero al massimo. Non solo la sua voce è già maturata un po’ e a tratti sembra che stia per urlarsi fuori le corde vocali/i polmoni, ma si è rivelato anche uno scrittore eccellente: con Flash of the Blade e con il primo dei due epici, la title track Powerslave, che è probabilmente il suo miglior contributo in tutta la storia della Vergine. L’epica da sette minuti è il culmine dell’album: parte con un’intro inquietante fatta di soffio del vento, ululati di lupi, battiti del cuore, un grido e una risata malvagia, poi esplode in geniali riff di chitarra orientaleggianti/egizi e in linee di basso pazzesche, sopra cui veglia la voce malvagia di Dickinson nelle strofe. Il testo epico sul faraone morente si chiude in modo eccezionale, ispirato alla mitologia egizia; Powerslave è anche uno dei pezzi più potenti dei Maiden, che in tutta la sua bellezza brilla in una parte strumentale spettacolare, dove si alternano un bellissimo assolo malinconico, due assoli geniali e fulminei e le incredibili linee di basso del mastermind Steve Harris. Powerslave è senza dubbio uno dei più grandi momenti dei Maiden e uno dei punti più luminosi della storia dell’heavy metal. Ma, come se niente fosse, a chiudere l’album gli Iron Maiden si tirano fuori dal cilindro un’epopea di tredici minuti e mezzo su marinai e albatri. Rime of the Ancient Mariner resta ancora oggi il pezzo più lungo degli Iron Maiden, pieno di passaggi indimenticabili, da brividi e maestosi, che fanno rizzare qualche pelo senza nemmeno accorgertene. Forse, insieme a Hallowed Be Thy Name, è addirittura il pezzo più imponente di tutta la discografia degli Iron Maiden. L’epica, nel vero senso della parola, si basa sul celebre poema del 1798, The Rime of the Ancyent Marinere, del famoso Samuel Taylor Coleridge. Il pezzo, che forse mostra meglio di tutti la genialità di Harris, è un vero viaggio pieno di riff eccezionali e di fantastiche linee di Bruce, che funzionano come le frasi del narratore. Più o meno a metà il pezzo viene tagliato da una parte ambient mistica, con un’atmosfera indimenticabile, misteriosa e inquietante, costruita solo dal basso di Harris, da una base di tastiere, dal parlato e dallo scricchiolio del legno della nave; poi il pezzo viene portato su un altro livello dallo stacco tra la parte calma e le linee di basso più veloci, con l’ingresso di chitarra e voce, eseguito in modo così magistrale che i brividi arrivano da soli. Un momento che regge il confronto solo con la straordinaria parte strumentale dell’epica Seventh Son of a Seventh Son. Se non sapessi quanto dura il pezzo, nemmeno te ne accorgeresti: i continui cambi di tempo e di ritmo, il lavoro di Adrian e Dave con linee indimenticabili e una sezione ritmica varia fanno sì che Rime of the Ancient Mariner sia così ricca e diversificata da volare via in un battibaleno. Un finale gigantesco e perfetto per un album maestoso!
Powerslave si può descrivere con una sola parola, già ripetuta più volte: indimenticabile! Con Powerslave gli Iron Maiden hanno scritto un documento indelebile dell’heavy metal. La magia dell’album, il suono virtuoso e una delle migliori performance vocali di sempre non sono state superate da nessuno; forse solo dai Maiden stessi con le uscite successive. Powerslave è uscito poco prima della mia nascita e purtroppo la monumentale World Slavery Tour non ho potuto viverla, quindi è ancora più difficile descrivere la mia gioia per il tour di questi giorni, che riporta in vita la spettacolarità degli anni Ottanta con la leggendaria scenografia egizia e classici indimenticabili. Ci vediamo allora al Somewhere Back in Time Tour!
Autore: Rok Klemše
Tracklist:
1. Aces High (4:29)
2. 2 Minutes to Midnight (5:59)
3. Losfer Words (Big ‘Orra) (4:12)
4. Flash of the Blade (4:02)
5. The Duellists (6:06)
6. Back in the Village (5:20)
7. Powerslave (6:47)
8. Rime of the Ancient Mariner (13:36)
Formazione:
Bruce Dickinson – voce
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Steve Harris – basso, tastiere
Nicko McBrain – batteria
