Phideaux: The Great Leap
Etichetta: Bloodfish Music
Data di uscita: 14/9/2006
Produzione: Gabriel Moffat
Durata dell’album: 54.08 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9.0/10
Phideaux Xavier è un americano iperattivo: polistrumentista, cantante, compositore e regista televisivo, che una volta ha definito il suo approccio musicale «rock progressivo gotico psichedelico». Tra le sue principali influenze cita i primi Genesis, i Pink Floyd, i JethroTull, i Van Der Graaf Generator e David Bowie. Le uscite che pubblica a nome Phideaux (tanto che c’è chi pensa, sbagliando, a una band e non a un progetto solista con un fedele gruppo da studio e da palco) di influenze dal rock psichedelico ne hanno da vendere, anche se nel vasto collage sonoro si pescano un sacco di altre contaminazioni di genere, soprattutto elementi di prog rock sinfonico e di new wave.
Nella maggior parte degli album di Phideaux c’è anche un concept, con testi perlopiù intelligenti e acuti nel leggere la società, cosa piuttosto rara e lodevole per un artista americano, che ha contribuito non poco alla fama di Xavier. Phideaux si era già fatto notare con i dischi precedenti, ma è entrato nella coscienza collettiva della maggior parte degli appassionati di prog rock moderno solo con il quinto album, «The Great Leap», in cui ha raggiunto un nuovo livello di maturità artistica.
«The Great Leap», uscito nello stesso anno del predecessore «313» (2006), era il primo capitolo dell’ambiziosa trilogia concettuale di Xavier sul dominio del «Grande Fratello» e sulla crisi ecologica generalizzata in una società distopica. Il secondo capitolo della saga concettuale è stato l’album «Doomsday Afternoon» (2007, recensione di RockLine), mentre il terzo e ultimo si chiamerà «Infernal» (la data di uscita ufficiale per ora non si sa). La maggior parte dei testi di «The Great Leap», che vanta una copertina eccellente, è condita di sarcasmo e prende in giro la società moderna, che ha barattato la libertà con la sicurezza sotto l’ala di una schiavitù neoliberista e di una servitù al denaro, continuando intanto a sporcare egoisticamente il pianeta ovunque le salti in mente. Xavier ha deciso che ognuno dei tre capitoli della saga avrebbe avuto un approccio stilistico e di arrangiamento diverso.
Per «The Great Leap», scritto insieme al batterista Rich Hutchins, ha scelto di farne il capitolo strutturalmente più compatto e accessibile della saga: solo due brani dell’album superano i sei minuti, e a tratti lo stile è addirittura più vicino al pop rock che al prog sinfonico a tinte psichedeliche che Phideaux coltiva più volentieri nei suoi progetti. «The Great Leap» non è quindi il capitolo più ambizioso della trilogia per complessità e varietà negli arrangiamenti, ma in compenso ha tanti altri pregi.
Il maestro della composizione e dei testi, che di solito è anche tastierista e chitarrista di supporto, stavolta a sorpresa ha suonato il basso e gran parte delle chitarre dell’album, oltre al sitar elettrico. La maggior parte delle tastiere è invece di Arian Shierbaum, che brilla all’organo Hammond, al minimoog, al pianoforte Wurlitzer e al clavinet. Anche stavolta non mancano le linee vocali femminili, che nella maggior parte dei lavori di Phideaux hanno un ruolo importante, mentre gli occasionali arrangiamenti di archi e fiati regalano a «The Great Leap» una grandiosità d’atmosfera.
Phideaux ha la fortuna di avere una voce perlopiù sarcastica e psichedelica, a tratti un filo (ma proprio un filo) imparentata con quella di Roger Waters (Pink Floyd) e ogni tanto persino con quella di Alice Cooper (nei registri più bassi), così particolare e carismatica da renderlo riconoscibile e da distinguere in modo netto il suo progetto solista dagli altri artisti prog affini. Al suo fianco ha di nuovo un vero esercito di validi musicisti, guidati dal chitarrista e produttore Gabriel Moffat, collaboratore di lunga data di Xavier. La band di Xavier, del resto, è formata da gente che conosce da buona parte della vita e che sono anche suoi amici.
L’album punta molto sulla voce, mentre la maggior parte dei pezzi, oltre a un’atmosfera varia, ha un forte marchio melodico, per un ascolto accessibilissimo. «The Great Leap» si apre con «Wake Up», che ha un riff di chitarra quasi da rock alternativo, ma con l’entrata del canto sarcastico di Xavier e di raffinate, spiritose finezze strumentali si fonde in fretta in una tavolozza psichedelico-sinfonica. «You And Me Against A World Of Pain», dove non mancano influenze di psichedelia e space rock, poggia su accordi pastorali di chitarra acustica, e i suoi punti forti sono le splendide armonie vocali e gli occasionali arrangiamenti d’archi.
«The Waiting», grazie al testo dall’umorismo nero e al pulsare psichedelico, dove le influenze dei Beatles e dei Pink Floyd dell’era Syd Barrett sono impossibili da non notare, ha un certo fascino tradizionalmente inglese, cosa parecchio, parecchio insolita per un musicista americano. «Abducted», uno dei momenti migliori di «The Great Leap», con la sua atmosfera cupa è un ottimo contrasto d’ambiente, mentre il testo è pieno di sarcasmo contro il famigerato sistema sociale e l’apatia generale. Il ritornello beffardo stavolta è riuscitissimo, mentre i campionamenti digitali sulle trame di sintetizzatore e le epiche armonie vocali, in mezzo alla rassegnazione generale, portano un po’ di maestosità.
«Rainboy», non meno ambizioso, ha un’introduzione pastorale e armonie vocali alla The Beach Boys, poi la sua natura cambia completamente, con un alternarsi di elementi folk, prog sinfonico e anche prog metal, tra passaggi di chitarra rabbiosi e feroci marce di batteria. L’energica «I Was Thinking» viaggia sulle ali di incantevoli arrangiamenti orchestral-acustici, mentre Xavier conquista con il suo approccio vocale camaleontico. «Long And Lonely Way», dove regna di nuovo il sarcasmo vocale sull’egoismo umano, è un pezzo a trazione acustica con sfumature psichedeliche e folk, mentre la produzione moderna e il suono sporco della chitarra elettrica ricordano che questo brano dal sapore «antiquario» è nato nel XXI secolo.
«They Hunt You Down», che piacerà a parecchi fan dei Pink Floyd, è un’altra interessante ballata folk con elementi di psichedelia, prog sinfonico e pop rock, in cui Xavier colpisce ancora con la sua versatilità vocale. Stavolta rendono particolarmente bene le armonie vocali femminili e gli arrangiamenti di fiati. Anche in «Tannis Root», un altro pezzo ricco d’atmosfera, Xavier si lamenta in modo cinico della caccia agli animali (in via d’estinzione), mentre stavolta a colpire in particolare è la breve sezione strumentale con l’assolo di tastiera e la varietà delle armonie vocali.
«One Star», in linea con il titolo e con il testo che sfotte la fama istantanea, è un divertente rocker pop/alternative/psichedelico con possenti strati di organo Hammond. Nel cantato Xavier stavolta sceglie un approccio un po’ più punk, usando a tratti il vocoder, con cui però esagera un pochino. «Last» è una piacevole ballata acustica con un testo d’amore tutt’altro che sdolcinato, ed è così uno dei rari momenti dell’album in cui non c’è la minima traccia di sarcasmo.
«The Great Leap» non ha rappresentato un grande salto in avanti in termini di evoluzione sonora, ma per Phideaux Xavier è stato di sicuro un salto avanti nello sviluppo di idee concettuali ambiziose, con cui era anni luce avanti alla maggior parte degli altri artisti prog americani contemporanei, ed è per questo che risulta così interessante per tutti gli amanti dei musicisti intellettuali. Rispetto ai futuri progetti di Phideaux, «The Great Leap» è stato in realtà un disco «leggero», senza nessun epico prog sinfonico in più parti, ma in compenso è accessibilissimo per tutti gli appassionati di rock psichedelico, folk e pop, per i quali rappresenta un ottimo punto di partenza per addentrarsi nel resto della discografia di Xavier.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Wake Up (4:03)
2. You And Me Against A World Of Pain (5:35)
3. The Waiting (3:33)
4. Abducted (6:10)
5. Rainboy (6:15)
6. I Was Thinking (4:24)
7. Long And Lonely Way (4:18)
8. They Hunt You Down (3:54)
9. Tannisroot (4:52)
10. One Star (5:14)
11. Last (5:50)
Formazione:
Ariel Farber – voce, violino
Valerie Gracious – voce
Molly Ruttan – voce
Linda Ruttan – voce
Phideaux Xavier – voce, sitar elettrico, chitarre, Nord Electro 2, Fender Rhodes, autoharp, basso
Gabriel Moffat – chitarra, arrangiamenti per fiati sul brano n. 2
Richard Hutchins – batteria, percussioni
Musicisti ospiti:
Arlan Shierbaum – organo Hammond, pianoforte Wurlitzer, clavinet, MiniMoog, pianoforte, sintetizzatore
Probyn Gregory – theremin, tromba, trombone, corno francese, flicorno, arrangiamenti per fiati sul brano n. 2
Biker Helfrostt – flauto, flauto dolce, zurna
Stefanie Fife – violoncello
Scott Brannon – dulcimer
Joe Pusiteri – rullante
Derek Leininger – Fx
