Phideaux: Doomsday Afternoon

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Etichetta: Bloodfish Music
Data di uscita: 21. 6. 2007
Produzione: Gabriel Moffat
Durata dell’album: 66.59 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9.5/10


Ogni volta che il diavoletto volpino Rudi tiene sotto scacco due monelli come Hänsel e Gretel, l’inferno intero trema di paura all’arrivo di quei marmocchi indomabili. È il primo pensiero che viene in mente guardando la copertina sbarazzina di questo album eccellente. «Doomsday Afternoon» è stato il sesto lavoro in studio del geniale polistrumentista, cantante e compositore americano Phideaux Xavier, nonché il secondo capitolo della sua ambiziosa saga concettuale su una società distopica, apatica ed ecologicamente distruttiva sotto l’occhio vigile del ‘Grande Fratello’, dove i valori supremi sono profitto e sicurezza. Ti suona familiare? Phideaux è uno dei pochi musicisti e paroliere americani contemporanei a scrivere testi intelligenti e pungenti sulla società, tanto che a più di uno è capitato di scambiarlo per un artista prog europeo (di sicuro ci hanno messo del loro anche le sue radici francesi).

Per di più, Phideaux riesce a fondere alcuni dei migliori elementi del prog rock sinfonico con influenze dei primi Genesis, King Crimson, Camel, Pink Floyd e Van Der Graaf Generator, armonie vocali femminili corali, rock psichedelico e folk, e pure qualche altro affluente di genere che finisce nel calderone. Allo stesso tempo gli riesce anche di non far suonare nemmeno un arrangiamento dei suoi album come qualcosa di già sentito nelle opere dei vari classici del prog, cosa che succede spesso ai revivalisti prog della cosiddetta terza ondata. Su «Doomsday Afternoon» Xavier ha scelto un approccio stilistico, vocale e di arrangiamento quasi completamente diverso rispetto al più compatto predecessore «The Great Leap» (2006), che era il primo capitolo della saga concettuale sulla società distopica di cui sopra.

«Doomsday Afternoon», infatti, rispetto al predecessore più psichedelico e votato al folk è una vera leccornia per tutti gli amanti del prog ‘vecchia scuola’, quello che nella produzione prog americana, a parte qualche ‘lupo solitario’, non si sentiva da un bel pezzo. Non stupisce quindi che sia stato l’album della svolta per Phideaux, quello che ha finalmente portato a Xavier il rispetto anche dei palati prog più esigenti, che i suoi progetti precedenti non erano riusciti a soddisfare del tutto. Per la sua natura complessa, sia nella composizione che nelle atmosfere, questo capolavoro era dunque più vicino ad «Chupachabras» (2005), mentre «The Great Leap» era più vicino a «Ghost Story» (2004).

I contributi vocali femminili delle componenti fisse della band di Phideaux, Ariel Farber, Molly Ruttan e Linda Ruttan Moldawsky, che in più occasioni prendono in mano le armonie vocali principali, stavolta sono più numerosi che in passato, ed è un bene, perché bilanciano benissimo l’atmosfera rispetto al canto carismatico di Xavier. Quest’ultimo ha cantato la maggior parte dei brani di «Doomsday Afternoon» in modo quasi totalmente diverso da «The Great Leap», dove suonava molto più psichedelico, oscuro e meno sofisticato, mentre stavolta la sua voce risulta decisamente più piacevole per tutti gli appassionati di prog sinfonico.

Lungo tutto l’album non mancano mai multi-armonie complesse, arrangiamenti orchestrali imponenti, improvvisazioni interessanti e cambi di tempo inaspettati, e allo stesso modo abbondano i momenti epici, malinconici e cupamente ambientali che completano a meraviglia il concept distopico. Oltre ai due collaboratori di lunga data, il chitarrista/produttore Gabriel Moffat e il batterista Rich Hutchins, che brillano come mai prima, stavolta si è messo in particolare evidenza il nuovo tastierista Mark Sherkus, con le sue tastiere da prog sinfonico tradizionale. Xavier, che oltre ai compiti vocali tradizionali ha suonato parecchie tastiere, minimoog in testa, e la chitarra a dodici corde, nel creare la sua musica non ha mai dato troppa importanza al ‘gonfiarsi’ virtuosistico tra una sezione strumentale e l’altra. Sull’album ci sono sì parecchi momenti virtuosi e tecnicamente invidiabili, ma non superano mai il limite del buon gusto, e inoltre per Phideaux la componente melodica resta sempre fondamentale.

Sul modello del capolavoro dei Pink Floyd «Wish You Were Here» (1975), «Doomsday Afternoon» è segnato da due lunghi brani epici collegati tra loro, che aprono e chiudono l’album e insieme sfiorano la mezz’ora. Xavier non ha pietà per l’ordine sociale, e già nell’epopea d’apertura, dal titolo emblematico «Micro Softdeathstar», dipinge il ritratto di una società distopica contemporanea al servizio delle leve autoritarie del ‘Grande Fratello’, che distrugge con entusiasmo tutto ciò che le capita a tiro.

La placida parte iniziale, in cui la voce di Xavier trasuda un sarcasmo nemmeno nascosto, passa presto a sfere energiche con possenti strati di organo Hammond, passaggi affilati di chitarra elettrica e splendide armonie vocali. Ogni sezione di questo magnifico brano epico è un capitolo completamente diverso. All’inizio ci si può godere arrangiamenti rustici di archi, tendaggi eterei di tastiere e vocalizzi commoventi, che fanno crescere piano piano un’atmosfera tesa e malinconica. Colpi di scena drammatici attraverso meandri dal ritmo tumultuoso, dove regnano arrangiamenti orchestrali magnifici e brillanti armonie vocali femminili, completano la natura imprevedibile di questa eccellente epopea di critica sociale.

Lo splendido strumentale «The Doctrine Of Eternal Ice (Part One)» si apre con passaggi pomposi di minimoog, mentre un ramificato fondale orchestrale contribuisce a creare un’atmosfera imponente. Gli arrangiamenti di fiati sono virtuosi e una delizia per le orecchie, mentre le improvvisazioni di tastiera stavolta meritano un capitolo a parte. Anche Moffat stavolta si scatena bene alla chitarra elettrica con i suoi assoli. «Candybrain», con la sua atmosfera misteriosa e cupa da produzione cinematografica gotica nel territorio registico di Tim Burton, è un’altra prova evidente che a Xavier non mancano certo estro negli arrangiamenti e nelle improvvisazioni. Phideaux stavolta si distingue con un canto emotivamente ricco e un sottile lavoro alla chitarra a dodici corde, mentre le commoventi armonie vocali femminili accentuano ancora di più l’atmosfera nostalgica.

«Crumble» è uno strumentale breve ma ricchissimo di atmosfera, con delicati arrangiamenti di pianoforte e armonie vocali corali. «The Doctrine Of Eternal Ice (Part Two)» è un risultato ancora più ambizioso della prima parte della ‘dottrina del ghiaccio eterno’, dove Xavier regola i conti senza pietà con il conformismo sociale e l’apatia, e con qualche altro male rimasto della società distopica moderna. Nella parte iniziale le voci principali maschile e femminile si alternano in modo armonioso, poi subentrano possenti tendaggi orchestrali che imprimono a questa composizione ambiziosa un marchio epico. Xavier torna a entusiasmare con un mordente vocale così poco tipico di un cantante rock americano, mentre nel testo non smette di prendersi gioco delle ‘pecore’ umane che non smetterebbero per nulla al mondo di porgere la frusta ai propri padroni in cambio di ‘sicurezza’. Nella parte finale a Xavier e compagni riesce di creare un motivo strumentale molto interessante e innovativo, poi dominano possenti variazioni strumentali che accrescono ancora l’atmosfera epica.

Gli ABBA un tempo cantavano «Thank You For The Music», mentre il signor Phideaux canta «Thank You For The Evil». Il brano si apre con una parte iniziale eterea in cui scorrono splendide armonie di tastiere e chitarre e dove è impossibile non cogliere quanto i Pink Floyd abbiano influenzato il percorso musicale di Xavier. Tutto in questo capolavoro epico è sottomesso alla costruzione di un’atmosfera eterea, mentre Phideux, di nuovo in versione ‘cinica’, trasforma come un camaleonte il proprio approccio vocale. La natura melodica dei singoli arrangiamenti non è disturbata nemmeno dalle improvvisazioni intermedie di tastiere e chitarra, suonate a un livello tecnico invidiabile. «A Wasteland Of Memories» contiene drammatici arrangiamenti d’archi pastorali e rustici e una voce femminile commovente, che in parte ricorda alcuni dei momenti migliori della carriera del leggendario Mike Oldfield. «Crumble», ballata dal taglio pianistico con arrangiamenti fragili e voce femminile in primo piano, è un’altra bella prova che il maestro Phideaux ha sempre saputo creare anche brani compatti con un buon potenziale commerciale.

«Formaldehyde» è una leccornia brillantemente arrangiata dalla natura prog-folk-rock, dove sbocciano pastoralità di flauto e delicati accordi di chitarra acustica, mentre il minimoog insaporisce l’atmosfera generale di sapore celtico, in cui la voce femminile principale si trova a meraviglia. Lo stesso vale per il canto di Xavier, che crea un efficace contrasto d’atmosfera. Il clima nostalgico piacerà a tutti gli appassionati di prog-folk e agli amanti di alcune band moderne del genere, Mostly Autumn e Karnataka in testa. La furba sezione strumentale finale è invece del tutto tipica del signor Phideaux, che tra le sue influenze principali ha sempre annoverato anche i Jethro Tull, e qui si sente benissimo.

L’epopea conclusiva di quasi quindici minuti, «Microdeath Softstar», rappresenta il culmine d’atmosfera di «Doomsday Afternoon». All’introduzione sacrale con fitti strati d’organo ed eteree armonie corali segue il passaggio a una sezione strumentale complessa, all’interno della quale sale il clima melodrammatico. Gli arrangiamenti sinfonici epici sono arricchiti da armonie vocali in contrasto tra Xavier e le cantanti, senza che manchino numerose variazioni affilate tra tastiere, chitarra e archi, che faranno la gioia di tutti gli amanti del progressive rock della ‘vecchia scuola’. Al di là dei momenti strumentali brillanti, però, è la voce di Xavier a legare in modo carismatico i singoli arrangiamenti mentre fa a brandelli la realtà autodistruttiva della società, e a condurre l’album in modo convincente verso un finale epico.

«Doomsday Afternoon» è un capolavoro del progressive rock moderno e l’album che ha catapultato definitivamente Phideaux Xavier tra gli interpreti prog più emozionanti del XXI secolo. Tutto in questo disco, opera di un incorreggibile perfezionista musicale, è un sogno che si avvera per tutti quelli convinti che la scena prog rock di oggi non potesse offrire nulla di particolarmente innovativo e brillante. «Doomsday Afternoon» dovrebbe diventare il caso di scuola su come si crea un album di prog sinfonico moderno e dal suono originale. Già nel 2013 Xavier aveva annunciato l’uscita del terzo capitolo della trilogia concettuale, ma per l’uscita di «Infernal» toccherà aspettare ancora un po’, il che per certi versi è un bene, visto che l’iperattivo bonaccione, al suo tipico modo perfezionista, è alle prese con ogni minimo dettaglio sonoro e vuole spremere dal processo di registrazione davvero il massimo.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik


Tracklist:
– Primo atto:
1. Micro Softdeathstar (11:17)
2. The Doctrine of Eternal Ice (Part One) (3:01)
3. Candybrain (4:06)
4. Crumble (2:55)
5. The Doctrine of Eternal Ice (Part Two) (8:08)
– Secondo atto:
6. Thank You for the Evil (9:18)
7. A Wasteland of Memories (2:22)
8. Crumble (2:55)
9. Formaldehyde (8:17)
10. Microdeath Softstar (14:40)

Formazione:
Gabriel Moffat – chitarra “lap steel”, Fx
Phideaux Xavier – pianoforte, Fender Rhodes, Moog Voyager, chitarre a sei e dodici corde, voce nei brani 3 e 10
Mark Sherkus – Hammond B3, MiniMoog, ARP String Ensemble, Korg Karma, sampler
Linda Ruttan – voce
Molly Ruttan – voce
Ariel Farber – voce, violino
Valerie Gracious – pianoforte, voce
Mathew Kennedy – basso
Rich Hutchins – batteria

Musicisti ospiti:
Matthew Parmenter – voce nei brani 1, 6, 9 e 10, violino
Joel Weinstein – chitarra solista nei brani 5 e 10
Johnny Unicorn – Hammond B3, Moog Voyager, battimani, voce nei brani 3 e 10
Martin Orford – assolo di sintetizzatore nel brano 9
Patti Amelotte – dulcimer nei brani 1 e 6
Steve Dundon – flauto nel brano 9
Rob Martino – flauto nel brano 3

Sezioni orchestrali:
Paul Rudolph – orchestrazione, direzione
Mark Baranov – violino
Bing Wang – violino
Richard Elegino – viola
Jerry Epstein – viola
Dale Silverman – viola
Elizabeth Wilson – viola
Stefanie Fife – violoncello
Barry Gold – violoncello
Jason Lippman – violoncello
Dennis Trembly – contrabbasso
Brian Drake – corno francese
Bruce Hudson – corno francese
Boyde Hood – tromba
James Wilt – tromba
Chris Bleth – flauto, oboe, clarinetto


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