The Dead Daisies: Holy Ground
Etichetta: SPV / Steamhammer Records
Data di uscita: 22/01/2021
Produzione: Ben Grosse
Durata dell’album: 48.15 min
Genere: Hard Rock
Voto: 10/10
The Dead Daisies sono una vera superband rock. Sotto questo nome si ritrovano infatti i giganti del rock and roll, guidati dal magnate australiano David Lowy, che nella band suona la chitarra ritmica. In tempi relativamente brevi il gruppo ha sfornato quattro album in studio, un live e una compilation, ha macinato tour in giro per il mondo e ha fatto impazzire il pubblico con i suoi show carichi di energia.
Comunque sia, finora la band non ha mai registrato un album senza passare prima per un rimescolamento della formazione. Ed ecco arrivare l’autunno del 2019. Un altro momento di svolta per David Lowy, che nel frattempo si era ormai rassegnato all’idea che il gruppo fosse sempre attraversato dalla corrente d’aria di una porta spalancata, da cui entrano ed escono di continuo musicisti diversi. Da quella porta è entrato anche un nome gigantesco dell’era del rock, uno che si porta dietro l’etichetta di «the voice of rock». Glenn Hughes, che ha preso in mano il doppio ruolo di cantante e bassista. Corabi e Mendoza se ne sono andati di loro iniziativa, senza che nessuno li spingesse. Il primo voleva staccare un po’ la spina, il secondo dedicarsi a nuovi progetti. A spingere per l’ingresso di Glenn è stato soprattutto il chitarrista Doug Aldrich, che conosce Hughes molto bene. Si erano conosciuti ai tempi in cui Aldrich suonava con Ronnie James Dio. Doug ha accompagnato Hughes anche nei suoi concerti da solista. In Europa l’ultima volta nell’autunno del 2015, quando presentava il suo album solista «Resonate». Il fatto è che Hughes voleva davvero registrare un disco con Aldrich, che all’inizio era convinto che, con l’agenda zeppa di Glenn, una cosa del genere fosse semplicemente impossibile. A novembre 2019 la band è partita per il sud della Francia, allo studio La Fabrique, dove per un bel po’ ha rimuginato idee e testato quanto la nuova formazione si intendesse. The Dead Daisies sono infatti passati, per la prima volta nella loro carriera, a una formazione a quattro.
Evidentemente le cose sono filate davvero lisce, perché l’album era già finito all’inizio del 2020. Poi però è successo quello che è successo. I gruppi sono rimasti senza tour e anche The Dead Daisies hanno dovuto rimandare la data di uscita del disco. Di un anno intero. Ma non si può aspettare all’infinito. Così «Holy Ground» è finalmente venuto al mondo il 22 gennaio 2021. E che album. Tra i cinque usciti finora, «Holy Ground» è il disco più particolare di The Dead Daisies. La band ha vissuto una svolta sonora radicale, un po’ come prima di «Revolution», quando rimase senza tastierista e Lowy decise di puntare sul suono delle chitarre per il disco successivo (a Richard Fortus subentrò allora un Aldrich decisamente diverso). Ma quel terremoto non è nulla in confronto a quello che succede quando sulla scena compare Glenn Hughes.
Glenn Hughes è – e ormai da anni non è una sorpresa – una figura straordinariamente dominante. Come cantante, bassista e compositore. A modo suo ha scritto tutti i testi e, naturalmente, ha partecipato attivamente alla composizione di tutti i brani. Ma la sua prova porta una deviazione netta rispetto a tutto quello che i The Dead Daisies avevano fatto prima. La musica di «Holy Ground» ha preso quegli spazi sconfinati fatti di acrobazie vocali black e soul, uniche nella galassia, teatrali, esplosive senza freni, e la garanzia di tutte le particolarità che la gola inossidabile di Hughes porta in ogni album. The Dead Daisies hanno sempre avuto un forte legame con le radici del blues, ma con Hughes quel legame è ancora più marcato. Si è anche portato dietro un po’ di quella pesante negritudine dei Black Country Communion, ma per fortuna Aldrich è molto diverso da Bonamassa, quindi ulteriori paragoni tra i Daisies e i BCC non reggono. D’altra parte, un profano che sentisse The Dead Daisies di «Holy Ground» per la prima volta penserebbe – vista la straordinaria dominanza vocale di Hughes – di ascoltare al massimo un nuovo album di Glenn Hughes.
Aldrich ha scritto alcune frasi che sembrano fatte apposta per Hughes. Soprattutto quando ci si imbatte in uno dei migliori brani di «Holy Ground», cioè «Like No Other (Bassline)». Aldrich l’ha scritta immaginandosi Glenn Hughes che suona le linee di basso mentre fraseggia. Conoscendo Glenn benissimo, gli si è inchinato da maestro, soprattutto nel ritornello intenso, dove il pezzo sviluppa un groove particolarmente carico e una presa incredibile, grazie al potentissimo canto di Hughes che ti afferra in un attimo. L’album si apre con due punti di forza micidiali. Il primo è «Holy Ground (Shake the Memory)», scritta da Glenn Hughes, il secondo è la già citata «Like No Other (Bassline). Già dopo pochi secondi di ascolto è chiaro che si tratta di un lavoro splendido, e di un lavoro come i The Dead Daisies non ne avevano mai fatti. Dal punto di vista musicale è speciale in tutto, e il nuovo artismo del gruppo rappresenta di fatto la sua rinascita. A portare questo cambiamento è Glenn Hughes, che ha tirato fuori dagli altri tre cose che altrimenti non avrebbero mai affrontato. Il materiale di «Holy Ground» è semplicemente affascinante. Hughes ha un’influenza contagiosa, senza mezzi termini. Aldrich ha dovuto ricorrere a soluzioni che prima non usava. Si sente negli assoli, diversi e molto più adattati al nuovo formato, che mette in primo piano lo sviluppo del funky groove definitivo: avvolto in frasi di chitarra dal piglio spavaldo, sostenute da un solido carattere blues , richiede anche un approccio diverso all’assolo. La finezza tecnica passa in secondo piano, mentre si pretende di mantenere una cinetica groove spiccata. E di quella ce n’è in abbondanza dall’inizio alla fine. Considerando che i brani – compresa la cover degli Humble Pie «30 Days in the Hole» – sono undici, è un’ottima notizia che l’album duri meno di 50 minuti. Significa che i pezzi durano in media circa quattro minuti. Qualcosina in più, qualcosina in meno. «Far Away», che si allunga fino a sette minuti, è il brano di chiusura ed è nato proprio alla fine delle registrazioni. Ai The Dead Daisies mancava infatti un pezzo lento. Hughes in questo è un maestro fin dai tempi di Mistreated. Aldrich, invece, abituato soprattutto a suonare molto veloce e a privilegiare frasi dalla durezza distorta, su questo brano ha dovuto lavorare con particolare attenzione sugli arrangiamenti di chitarra. In particolare nella ricerca di un suono «clean» dosato al punto giusto. Così è nata una delle migliori composizioni dell’album, che lo chiude in grande stile.
The Dead Daisies hanno sempre amato le cover. Ci è basata anche la compilation uscita «Locked and Loaded: The Covers Album» (2019). Né Hughes né Aldrich sono grandi fan delle cover, perché puntano soprattutto sul materiale originale, eppure. Di materiale originale ne era stato scritto di più, ma The Dead Daisies hanno comunque dato la precedenza a una cover. Quella del classico degli Humble Pie «30 Days in the Hole». Anche questa, verso la fine, ha sviluppato un look marcatamente sfrontato nel fraseggio di chitarra, cosa necessaria, altrimenti sarebbe suonata troppo simile all’originale. La voce solista è del batterista Deen Castronovo, considerato un ottimo cantante, come hanno potuto constatare nella sua carriera anche i Journey, e lo stesso vale per il tandem Aldrich-Castronovo nei Revolution Saints.
Hughes «ammazza» con la voce. Gli anni non lo scalfiscono. Neanche a pensarci. Questo album diventerà una calamita potentissima per tutti quelli che finora non avevano prestato molta attenzione ai The Dead Daisies. Con l’arrivo di Hughes, infatti, tutto è diverso. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza la produzione brillante di Ben Grosse che, con l’atteggiamento di quinto membro della squadra, ha calibrato tutto con precisione da orafo dietro le quinte, contribuendo in modo decisivo a far splendere i talenti individuali dell’album in tutta la loro luce e al massimo del rendimento. Il tutto è capitalizzato da una «colorazione» brillante e dal contrasto tra i mattoni dell’immagine sonora, con il risultato di una sospensione funky groove travolgente che accompagna il disco a ogni passo. È un album di una fusione incredibile e unica tra compattezza musicale e momenti in cui prendono il comando passioni, emozioni e l’essenza delle acrobazie vocali camaleontiche dell’incredibile Hughes. Le virtù virtuosistiche di Aldrich e Castronovo si inchinano al groove maestoso che si pavoneggia per tutto l’album. Le linee di basso di Glenn Hughes sono decisamente ispessite e garantiscono un «drive» micidiale che, con il suo voltaggio, dopo poche battute della traccia d’apertura «Holy Ground (Shake The Memory)» sconvolge e ipnotizza l’ascoltatore.
«Holy Ground» è dunque un album dei The Dead Daisies che da ora in poi si porterà sotto l’ala anche schiere di fan di Glenn Hughes. Il che significa, tra gli altri, anche quelli che amano i Deep Purple della formazione Mk IV. Insomma, i già grandi The Dead Daisies con «Holy Ground» diventano ancora più grandi. Non è azzardato supporre che nel repertorio live del quartetto si possa infilare anche qualche classico dei Deep Purple. «Holy Ground» è dunque un album che già all’inizio del 2021 porta uno dei suoi vertici rock and roll. Un disco che per un bel pezzo non vorrà schiodarsi dai vostri lettori di buona musica rock.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Holy Ground (Shake The Memory)
2. Like No Other (Bassline)
3. Come Alive
4. Bustle And Flow
5. My Fate
6. Chosen And Justified
7. Saving Grace
8. Unspoken
9. 30 Days In The Hole
10. Righteous Days
11. Far Away
Formazione:
Glen Hughes – voce, basso
Doug Aldrich – chitarra
David Lowy – chitarra
Deen Castronovo – batteria, voce nel brano n. 9
