Steven Wilson: The Future Bites

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Etichetta: Caroline International
Data di uscita: 22/1/2021
Produzione: Steven Wilson
Durata dell’album: 42.02 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 8,5/10


Di «The Future Bites», sesto album del patriarca inglese della scena prog rock contemporanea Steven Wilson, si parlava già da quasi due anni prima dell’uscita. I primi singoli hanno spaventato parecchi puristi del prog, che hanno scoperto con orrore che il nuovo Steven Wilson, il quale nel frattempo, a cinquant’anni, ha finalmente trovato una compagna, si è tagliato i capelli a zero ed è diventato un ‘uomo di famiglia’, vuole allontanarsi ancora di più dal mondo del progressive rock e del progressive metal, cosa che aveva già lasciato intuire, in modo un po’ più trattenuto, nel disco precedente «To the Bone» (2017, RockLine recensione).

In questo periodo Steven si è preso una bella cotta per la scena krautrock della seconda metà dei Settanta e per l’electro/synth pop e il dance pop rock degli Ottanta. Del resto non ha mai nascosto la sua simpatia per certe band pop rock: lui, che ha sempre odiato l’idea di restare nella memoria collettiva come un ‘semplice’ musicista prog di genere, tutto d’un pezzo. Va detto anche che nella sua band c’è un musicista con un bagaglio ricchissimo nel pop rock e nel prog pop degli anni Ottanta: il mitico bassista e suonatore di Chapman Stick Nick Beggs, che si è fatto un nome soprattutto come membro della sensazione new wave Kajagoogoo.

Se «To the Bone» era per molti versi un album prog pop rock capace di andare giù sia ai fan degli ex Porcupine Tree di Steven sia a quelli di band come, per dire, i Tears For Fears, «The Future Bites» fa un altro passo avanti nel mondo del pop rock, della dance e dell’elettronica. Prima dell’uscita gli scettici non mancavano di certo, visto che nei decenni passati più di un musicista prog, convinto di poter sfornare con la ‘sinistra’ pezzi pop rock orecchiabili, si è scottato per bene. Steven questo errore non l’ha fatto: con «The Future Bites» ha messo insieme un album pop rock molto ascoltabile e soprattutto eclettico e sperimentale, in cui ogni tanto si sentono ancora le sue radici prog e ambient. Solo due brani di «The Future Bites» hanno un evidente potenziale commerciale, e anche quei due, con i loro testi ‘espliciti’ che prendono a bastonate la nostra marcia società capitalista, non andrebbero bene per ogni radio.

L’album si apre con una breve lamentazione ambient del tutto dimenticabile, «Unself», che in realtà fa da introduzione al solido ma poco emozionante synth pop di «Self», dove spiccano soprattutto i campionamenti elettronici e i cori di Ninet Tayeb, corista israeliana e collaboratrice di lunga data di Steven. «King Ghost», ambient gradevolissima e al tempo stesso spiccatamente malinconica, è uno dei momenti più interessanti del disco: il suo arrangiamento ricorda parecchio le prime cose di Steven, perlopiù elettroniche e ambient, ai tempi dei Porcupine Tree. «12 Things I Forgot», dove colpiscono soprattutto le ottime armonie vocali e l’arrangiamento centrale di pianoforte firmato Adam Holzman, è una fusione tra l’età d’oro del dance pop rock e gli elementi ambient classici di Steven.

«Eminent Sleaze», dalle sonorità funk, che a tratti sembra un incontro ravvicinato tra i Pink Floyd e Michael Jackson e in cui si sente che Steven è, tra le altre cose, un gran fan dell’eredità musicale di Prince, verrà probabilmente bollata da alcuni seguaci di Steven come il pezzo peggiore e più irritante di tutta la sua carriera, mentre ad altri questo esperimento ‘provocatorio’ con battimani ed elementi gospel sembrerà divertentissimo. «Man of the People» è un altro dei picchi del disco e uno dei pochi momenti in cui si può parlare di progressive rock classico, che qui richiama, in chiave ambient, sia i Porcupine Tree sia i Pink Floyd.

«Personal Shopper», probabilmente l’impresa più inaspettata della carriera di Steven finora e una gran critica della società consumista nel testo, è uno strano ibrido tra krautrock e dance pop. Le armonie e la sezione di chitarra acustica funzionano benissimo su questo inno (anti)capitalista, mentre il ritornello ricorda un incontro ravvicinato tra gli ABBA e i Depeche Mode. L’unica cosa che rovina questo esperimento divertentissimo, che prende in giro la società dei consumi, è la durata eccessiva: è il brano più lungo di «The Future Bites», anche se il suo succo si capisce già dopo quattro minuti.

«Follower», per la sua ripetitività, è tra i pezzi più deboli di «The Future Bites» e, a parte il breve assolo di chitarra di Steven, un po’ stonato, non lascia dietro di sé nessuna impressione profonda. Va meglio con la lamentazione ambient «Count of Unease», che chiude l’album nello stile ‘classico’ e ‘riconoscibile’ di Steven: significa che è uno dei pochi brani del disco capaci di piacere a un ampio spettro di appassionati di musica, vecchi e nuovi seguaci di Steven.

«The Future Bites» resterà probabilmente per anni un album controverso: il signor Wilson si è sicuramente giocato la simpatia di più di un purista del prog, mentre gli ascoltatori senza paraocchi di genere si godranno le tante virtù di arrangiamento, ambient e produzione che questo lavoro, per lo più elettronico ma sempre eclettico e interessante, offre in abbondanza. «The Future Bites» sarà quindi apprezzato da tutti quelli che non vedono in Steven soprattutto la figura centrale del movimento prog rock contemporaneo, a cui sarebbe vietato sperimentare con altri generi e ‘giocare’ con la commercializzazione del suono, mentre gli altri aspetteranno che Steven torni nel mondo più ‘di casa’ e ‘comodo’ del progressive rock e del prog metal.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. Unself
2. Self
3. King Ghost
4. 12 Things I Forgot
5. Eminent Sleaze
6. Personal Shopper
7. Man Of The People
8. Follower
9. Anyone But Me

Formazione:
Steven Wilson – voce, chitarra, tastiere
Adam Holzman – tastiere
Nick Beggs – basso, Chapman Stick”
Craig Blundell – batteria

Musicista ospite:
Ninet Tayeb – cori


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