Moon Safari: Blomljud

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Etichetta: Blomljud Records
Data di uscita: 1/7/2008
Produzione: Moon Safari
Durata dell’album: 103:52 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9.0/10


I revivalisti svedesi del symphonic prog Moon Safari sono nati nel 2003. Poco dopo la nascita hanno registrato un demo che è finito nelle orecchie dell’ex tastierista dei The Flower Kings Tomas Bodin, diventato poi il produttore del loro debutto «A Doorway to Summer» (2005). Fin dall’inizio si sono portati dietro un sacco di paragoni con i The Flower Kings, per via delle armonie vocali epiche, dei tempi dispari, dei passaggi sottili tra strumenti acustici ed elettrici, degli arrangiamenti perlopiù allegri e dei testi positivi, ai quali più avanti si sono aggiunti anche quelli a tema fantascientifico.

Rispetto ai The Flower Kings, i Moon Safari hanno perfezionato ancora di più le allegre armonie vocali, visto che tutti e cinque i membri della band sanno bene come si fa. I capi informali del gruppo sono i due cantanti principali, il virtuoso delle tastiere Simon Åkesson e il maestro della chitarra Petter Sandstrom, che indicano come influenze principali i Beatles e i campioni del prog come Genesis, Yes, Marillion e IQ, per cui il revival symphonic prog ce l’hanno «nel sangue».

Il secondo album dei Moon Safari, intitolato «Blomljud», che in svedese significa «suono dei fiori», era un doppio che ancora una volta conteneva testi in prevalenza ecologisti e, in misura minore, fantascientifici. Nel disco ci sono anche due ep e un superep di oltre mezz’ora, il che significa che si trattava di un progetto decisamente ambizioso. L’influenza dei Genesis si nota già dalla copertina di «Bloomljud», che per stile e contenuto ricorda un po’ «Foxtrot» (1972).

Dopo «Constant Bloom», un breve intro a cappella che dà l’impressione di un allegro quartetto vocale dei dintorni del 1912, entra in scena l’epica creatura symphonic prog intitolata «Methuselah’s Children», che con i suoi arrangiamenti festaioli, i ritmi saltellanti e le armonie corali anticipa l’atmosfera che pervaderà la parte del leone dei brani del disco. Le armonie vocali corali sono tutte piacevoli e non troppo acute, così non risultano mai faticose né comiche. All’interno di questo ep non mancano sfumature ritmiche complesse, incoronate da un epico assolo di chitarra. Eppure, per atmosfera, il tutto ricorda più il corteo festivo di Babbo Natale che un «viaggio cosmico verso il nirvana» secondo le istruzioni di Jon Anderson (Yes).

La meditativa «In The Countryside», con il suo battito psichedelico, i suoni del mini moog e l’impostazione acustica, suona come un incontro ravvicinato tra i Beatles tardi e gli Yes. L’ambizioso strumentale «Moonwalk», uno dei momenti migliori di «Blomljud», con la sua parte d’apertura malinconica mostra finalmente un lato un po’ più serio e appena più cupo della band, spezzando la monotonia dell’atmosfera da «girotondo» che domina. Resta comunque un pezzo tutto sommato allegro, e i Moon Safari non riescono a trattenersi dall’infilarci in mezzo una registrazione d’archivio dello sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969, che viene fuori un filo scadente.

«Bluebells» è un altro viaggio festaiolo tra i prati fioriti, che non nasconde le numerose influenze dei leggendari Yes, mentre le gioiose armonie vocali, che i Moon Safari hanno davvero levigato alla perfezione, tornano in primo piano. Sono anche l’elemento più riconoscibile della musica dei Moon Safari e senza di loro il tutto sarebbe parecchio meno interessante. Nell’ep «The Ghost of Flowers Past», che chiude in modo solenne e pomposo il primo disco di «Blomljud», i Moon Safari si concedono una serie di sezioni strumentali complesse ma al tempo stesso melodiche e di improvvisi cambi di tempo, con cui confermano la loro lodevole preparazione tecnica e il loro senso per la costruzione di avventure symphonic prog eclettiche e movimentate. Il piatto forte sono anche stavolta le magnifiche armonie vocali corali, che non vengono oscurate nemmeno da un breve ma divertente assolo di mini moog.

Il secondo disco si apre con «Yasgur’s Farm», il vero prototipo del brano «happy prog» saltellante e gioioso, che trabocca di arrangiamenti pomposi e di armonie corali spavalde. In «Lady of the Woodlands», che per battito festaiolo e ottimista è più vicina a certi Starcastle che agli Yes, i Moon Safari giocano in modo piuttosto timido con elementi di folk rock, ottenuti con l’aiuto di un violino e di un flauto ospiti. «A Tale of Three and Tree» è una ballata malinconica e dalle tinte mistiche, che per atmosfera ricorda un po’ lo standard dei Genesis «Harlequin». Anche stavolta le armonie corali cantate in modo fenomenale regalano il climax ambientale.

«Other Half of the Sky» è il già citato superep di oltre mezz’ora, che è al tempo stesso la composizione più ambiziosa di «Blomljud» e il picco del disco. La parte iniziale è una ballata delicata ed eterea con armonie vocali ipnotiche e armonie sottili di pianoforte e chitarra acustica, mentre più avanti, come c’era da aspettarsi, le cose si «complicano» per bene. Poi si susseguono a intervalli sezioni strumentali complesse ma melodiche e, di tanto in tanto, anche momenti con eteree armonie corali. Funziona particolarmente bene, ed è divertente, la sezione strumentale con ritmi al galoppo e passaggi spiritosi di mini moog, che arriva più o meno a metà di questo superep. Con l’irruzione di passaggi di chitarra taglienti e di massicce crome di batteria, i Moon Safari dimostrano che il loro cibo preferito non è la semolina al latte con sciroppo di fiori, mentre il viaggio epico si chiude con armonie vocali «alla Yes» e nel modo più festaiolo possibile. «Blomljud» si chiude con il brano «To Sail Beyond the Sunset», una ballata eterea con bei arrangiamenti di pianoforte e armonie vocali ipnotiche, che a tratti suona come una ninna nanna per bambini.

«Blomljud» è un viaggio epico carico di atmosfera positiva da «happy prog», che farà felici tutti gli amanti del prog rock sinfonico festaiolo e irriterà tutte le anime amareggiate, a cui sta più a cuore la tradizionale cupezza della parte del leone delle band rock e metal scandinave. Quanto alla visione positiva del mondo e al «piantare fiorellini», i Moon Safari sono addirittura più carichi dei The Flower Kings, il che significa che la loro musica di sicuro non è per i gusti di ogni appassionato di rock progressivo. Dal punto di vista degli arrangiamenti e dell’esecuzione, i Moon Safari, che non si sforzano nemmeno di nascondere le loro numerose influenze, su «Blomljud» non si possono rimproverare di molti scivoloni.

D’altra parte, la loro musica soffre degli stessi difetti che si trovano in molti altri revivalisti prog contemporanei affini (non per forza scandinavi): una cronica mancanza di originalità, di innovazione, di carisma vocale e di qualche pizzico di umorismo. A chi questi limiti non danno fastidio, «Blomljud» regalerà un piacere smisurato: è senza dubbio uno dei vertici del revivalismo symphonic prog scandinavo contemporaneo e uno dei migliori album prog del 2008.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
CD 1: Ka-on I (51:36)
1. Constant Bloom (1:26)
2. Methuselah’s Children (15:42)
3. In the Countryside (5:42)
4. Moonwalk (8:48)
5. Bluebells (10:11)
6. The Ghost of Flowers Past (9:47)

CD 2: Ka-on II (52:09)
7. Yasgur’s Farm (8:05)
8. Lady of the Woodlands (3:36)
9. A Tale of Three and Tree (3:28)
10. Other Half of the Sky (31:42) :
– i. Written in the Stars (6:28)
– ii. The Meaning of Success (7:51)
– iii. Child Inside the Man (10:13)
– iv. After All (7:12)
11. To Sail Beyond the Sunset (5:18)

Formazione:
Petter Sandström – voce, cori, chitarra a dodici corde ed elettrica, effetti sonori
Pontus Åkesson – chitarre acustiche (a dodici corde, classica, folk), mandolino, cori
Simon Åkesson – pianoforte, Moog, Mellotron, organo Hammond, fisarmonica, effetti sonori, voce solista, cori, arrangiamenti corali
Johan Westerlund – basso, cori
Tobias Lundgren – batteria, percussioni, cori

Musicisti ospiti:
Anthon Johansson – chitarra elettrica nel brano n. 7
Anders Pettersson – ‘pedal steel’
Måns Axelsson-Ljung – violino, flauto
Mona Falk – violoncello nel brano n. 9
Andreas Persson – percussioni


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