Ten: Here Be Monsters

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Etichetta: Frontiers Music Srl.
Data di uscita: 18 febbraio 2022
Produzione: Gary Hughes
Durata: 60.07 min
Genere: Melodic Rock
Voto: 8.5/10


Ten, longevi matador britannici dell’hard rock ultra-musicale, tornano quest’anno con il nuovo lavoro in studio «Here Be Monsters», che è già il quindicesimo della loro carriera. Gary Hughes, fondatore, cantante, compositore principale e produttore della band, resta l’uomo che tiene il carro in corsa senza freni. La spinta e la fame creativa non si spengono. «Here Be Monsters» è un altro album dal fascino travolgente, segnato da un’aura musicale assolutamente personale, che è poi il biglietto da visita della band. Dei Ten si può dire che hanno una magia tutta loro.

I Ten sono dei veri originali nel campo dell’hard rock melodico. O li ami o li odi, vie di mezzo non ce ne sono. Un po’ come, sull’altro fronte, i Magnum più datati o i Praying Mantis, appena un filo meno vecchi. Con queste tre band sai esattamente cosa ti aspetta. Sai che non possono più sorprenderti, perché hanno registrato troppi dischi in carriera, ma sai anche che ti consegneranno sempre un lavoro in studio almeno solido, se non ottimo. Hanno uno stile perfettamente cesellato, riconoscibile al volo e replicabile solo da loro. Nel caso dei Ten non solo per come scrivono, ma anche per l’inconfondibile carisma vocale di Gary Hughes.

Gary Hughes è sempre stato circondato da una schiera di musicisti che hanno partecipato ai singoli album dei Ten. Anche agli inizi, quando nei Ten suonava ancora Vinny Burns (Dare). Oggi i Ten sono un settetto, formazione rimasta invariata da «Albion» (2014). Con tre chitarristi, due dei quali solisti. A Hughes, in fase di composizione, sfugge ben poco. Anche stavolta l’uomo dosa le mosse al punto giusto. I momenti dell’album all’apparenza più cupi, come la strofa di Strangers On A Distant Shore, li trasforma di colpo in ritornelli che si accendono subito, sprigionano una bombasticità marcata e ti entrano sotto pelle al primo ascolto. Ogni tanto, nella ricerca dell’ultra-musicalità, si esagera un po’. Anything You Want, con una produzione vecchio stile da fine anni Settanta, sarebbe un pezzo pop rock tagliato su misura per partecipare all’Eurovision.

I testi sono di nuovo pieni di misteri, mistica, draghi dormienti in mezzo a vulcani spenti, avventure a caccia di gioielli perduti, monete d’oro e belle donne. Quello che i Ten hanno sviluppato e portato nel tempo a una grande perfezione è una spiccata struttura artistica dei singoli brani. Si nota soprattutto nei passaggi ‘mid-eight’, ma anche nelle parti di apertura e chiusura. Qui i motivi si muovono attraverso modulazioni, che ravvivano parecchio anche gli stati d’animo del disco, mentre gli eventi raggiungono un netto sviluppo dinamico lungo tutto l’album. Anche quando un brano supera i sei minuti, non ruba mai tempo all’ascoltatore. Le parti strumentali sono ricamate con motivi ornamentali di ogni tipo, per lo più messi in doppie armonie per terze. Di nuovo le frasi sono bilanciate in modo brillante da elementi sinfonici, e la band lascia abbastanza spazio perché nel mix si senta bene, ogni tanto, anche un pianoforte classico. A tratti la band mostra un grande dinamismo nello sviluppo delle composizioni. Tuttavia nei Ten non ci sono momenti di notazione poliritmica, perciò l’etichetta di band progressive rock/metal non può proprio attaccarsi addosso a loro. I Ten non si spingono così lontano. Restano fedeli al loro stile riconoscibile, anche se, soprattutto negli ultimi tre album, hanno raggiunto una conciliazione eccezionale tra dinamismo compositivo e musicalità altamente contagiosa e compatta. «Here Be Monsters» dimostra che in questo ambito i Ten non hanno mai smesso di evolversi. Le parti strumentali più lunghe che arricchiscono in particolare l’opener Fearless, subito seguita dalla drammaticissima Chapter And Psalm (a tratti qui Hughes sembra uno chansonnier), poi Strangers On A Distant Shore, The Dream That Fell To Earth e Follow Me Into The Fire, sono in questo senso una vera delizia.

«Here Be Monsters» è un album potentissimo, come annuncia subito l’opener Fearless. Già questo pezzo ha tutti gli elementi essenziali con cui riconosci i Ten al volo. Coronato da una perfezione negli arrangiamenti che Gary Hughes, anche stavolta, segue con scrupolo. L’album si chiude forte come si apre. Il rondò finale di incredibile pompa e bombast, che accompagna il nuovo disco dei Ten, si apre con la fenomenale Follow Me Into The Fire, già di per sé uno dei picchi dell’album, a cui segue la conclusiva The Longest Time, nel ruolo di epilogo, con cui i Ten chiudono in modo splendido un’altra avventura in studio. A livelli altissimi. Qui però Hughes deve un giro di birra a Bryan Adams, perché il ritornello (per la progressione di accordi), soprattutto nel crescendo finale, rimanda a Heaven di Adams. Un album che i fan della band accoglieranno con totale approvazione. C’è di nuovo tutto quello che nei Ten deve semplicemente esserci. Con una comprovata maturazione dell’arte espressiva che, a fronte di uno sviluppo tutto sommato prevedibile e di una ricerca di musicalità a tratti persino eccessiva, regala la certezza che Hughes e la sua combriccola restino dei maghi della musica a modo loro, che continuano a zappare e a curare con maestria il proprio orticello musicale.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Fearless
2. Chapter And Psalm
3. Hurricane
4. Strangers On A Distant Shore
5. The Dream That Fell To Earth
6. The Miracle Of Life
7. Immaculate Friends
8. Anything You Want
9. Follow Me Into The Fire
10. The Longest Time

Formazione:
Gary Hughes – voce
Dann Rosingana – chitarra
Steve Grocott – chitarra
John Halliwell – chitarra (solo ritmica)
Darrel Treece-Birch – tastiere
Steve McKenna – basso

Musicista ospite:
Markus Kullman – batteria


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