The Vintage Caravan alla Reykjavik Culture Night

foto: NINA GRAD 2022
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Reykjavik, capitale della seconda isola più grande d’Europa, l’Islanda, è la capitale più a nord del mondo. È anche il centro economico, politico e culturale di un’isola che conta appena 370.000 abitanti, quasi la metà dei quali vive a Reykjavik o nei dintorni. Non a caso la città è il cuore pulsante di tutto quello che succede in ambito culturale, e il picco arriva ogni anno il terzo sabato di agosto, quando le strade si riempiono di migliaia di persone che si riversano al Reykjavik Culture Night, o Menningarnott per dirla all’islandese.

Dopo due anni di assenza causa Covid, quest’anno il Reykjavik Culture Night è tornato il 20 agosto e noi due abbiamo avuto la gran fortuna di riuscire a beccarlo e a farci un giro. Per chi ci va per la prima volta, il concept del festival è un filo caotico: in giro per la città ci sono centinaia di eventi, che vanno dal primo pomeriggio fino alle undici di sera, quando la Menningarnott si chiude con un fuoco d’artificio spettacolare sopra il porto. La mattina si parte con la tradizionale maratona di Reykjavik, poi gli eventi culturali spuntano praticamente in ogni angolo di questa cittadina tremendamente simpatica. Puoi visitare un sacco di mostre in gallerie e musei, fare un salto agli open day del tribunale distrettuale e indossare la toga da giudice, spararti dei waffle gratis che servono addirittura in municipio e girare una decina di locali con musica dal vivo, dove ognuno trova qualcosa per sé. Ci sono pure eventi parecchio bizzarri, come la mostra «Dicks of Iceland»: l’autrice ci ha esposto la sua interpretazione delle «dick pics» che ha cominciato a ricevere a pacchi dopo il divorzio. E che gli islandesi abbiano un’ossessione per il fallo lo dimostra anche l’Icelandic Phallological Museum, serissimo e a tutti gli effetti reale.

Dalle casse sparse per la città usciva per lo più uno strano pop da Eurovision (gli islandesi sono davvero fissati con l’Eurovision, come dimostra bene la commedia Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga, a cui a Husavik, nel nord del Paese, è dedicato pure un cocktail bar, il Jaja Ding Dong), disperata techno da sagra e, sul palco principale davanti all’opera Harpa, una specie di versione islandese di Justin Bieber (che, curiosamente, qui non gode di grande stima, visto che durante le riprese del suo videoclip ha calpestato il muschio nella gola di Fjadrargljufur, una delle peggiori infrazioni che si possano commettere nella natura islandese). Per fortuna, però, c’era parecchia roba anche per le anime che preferiscono i riff di chitarra più taglienti. Ci ha pensato soprattutto il whisky bar Dillon, sulla via pedonale principale Laugavegur, a due passi dall’orgoglio di Reykjavik, la chiesa Hallgrimskirkja, uno degli edifici più alti del Paese, disegnato ispirandosi alle colonne di basalto vulcanico.

Nel cortile stracolmo del Dillon siamo riusciti a infilarci proprio durante il set dei Fraebbblarnil, considerati i veri decani della scena musicale islandese, visto che hanno cominciato nel lontano 1978. Anche se sul palco sembravano, beh, proprio zii e zie coi capelli grigi, hanno servito un pop punk assolutamente godibile, in primis nello stile dei Ramones, con forti influenze dei The Clash e pure dei Sex Pistols, e hanno conquistato il pubblico anche con una cover ottima e personalissima di un classico dei Rolling Stones, Paint It Black.

Il nome forte della serata sul piccolo palco del Dillon erano ovviamente The Vintage Caravan: i ragazzi hanno trovato casa alla Napalm Records (prima addirittura alla Nuclear Blast), hanno già cinque album in studio e un sacco di concerti in giro per l’Europa (domani partono con gli Opeth per un lungo tour europeo, che la tappa più vicina a noi la farà il 26 settembre a Zagabria) e insieme a Sigur Ros, Solstafir, Of Monsters and Men e Björk sono probabilmente uno dei maggiori prodotti d’esportazione musicale del Paese. Il trio composto da Óskar Logi Ágústsson (chitarra e voce), Alexander Örn Númason (basso, voce) e Stefán Ari (batteria, voce) è in attività dal 2006 e l’anno scorso ha pubblicato per la Napalm Records l’album Monuments, accolto benissimo, da cui hanno pescato la parte del leone, regalando un set infernalmente rovente nonostante il vento forte e gelido che soffiava sul locale. Il trio ha tenuto il Dillon in pugno fin dal primo riff affilato di Óskar, e gli islandesi non sono per niente freddi come ci si potrebbe immaginare. The Vintage Caravan hanno avuto per tutto il tempo il sostegno rumoroso e scatenato di un pubblico numeroso, che scuoteva la testa e ballava sotto il palco come se il giorno dopo fosse la fine del mondo. Si vedeva e si sentiva eccome che, dopo due anni di letargo da Covid, per gli abitanti del posto, in fondo piuttosto «isolati» dal resto del mondo, il Reykjavik Culture Night è stato vero cibo per l’anima e per il cuore. Come per tutti gli altri che si sono nutriti con una performance superlativa di hard rock con le palle dei The Vintage Caravan, in cui si trova perfino un pizzico di psichedelia, e ancora di più le mosse pesanti e possenti del «proto» heavy metal. I ragazzi hanno conquistato tutti con lo slancio e l’energia che eruttavano dal palco come il vulcano attivo Merardalir, a circa tre quarti d’ora di macchina da Reykjavik. Allo stesso tempo il trio, con il basso bombastico di Alexander, la grancassa a siluro di Stefan e dei ritornelli a più voci semplicemente magnifici, avanzava sul pubblico come i ghiacciai su buona parte del paesaggio islandese. Con pezzi come Crystallized, Whispers, Can’t Get You Off My Mind, On the Run e Midnight Meditation, The Vintage Caravan hanno dimostrato di essere un gioiello grezzo del rock classico, non ancora del tutto scoperto, con in più un’affilatura metal, e probabilmente una delle migliori «power trio» dai tempi dei Cream.

Fotografie: Nina Grad

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