Walter Trout: Ride

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Etichetta: Provogue Records/Mascot Label Group
Data di uscita: 19. 8. 2022
Produzione: Eric Corne
Durata dell’album: 57.54 min
Genere: Blues Rock
Voto: 8.5/10


Walter Trout! Un uomo, un mito, una leggenda. Blues rock nella sua forma più nobile. Quando il vecchio Walter tira fuori un nuovo disco in studio, bisogna buttarci un orecchio subito. Almeno un ascolto, il minimo sindacale. «Ride» è il trentesimo album in studio di una carriera lunghissima per questo leggendario eroe del blues. Sì, avete letto bene. Il trentesimo.

Poco prima che il disco prendesse forma, Trout si è trasferito con la famiglia dagli USA in Danimarca (il che non vuol dire che non sia stato registrato negli USA, anzi, in tre studi diversi). Qui Trout ha ritrovato il tempo per la poesia, che attinge ispirazione, tra le altre cose, anche dalla sua difficile infanzia, vissuta fra l’altro sotto la mano spesso (troppo) pesante del patrigno (l’iniziale Ghosts e la vulnerabilissima, cupa e drammatica Hey Mama, in cui Trout si fa accusatorio nei confronti della madre). Il nuovo album Walter l’ha registrato in compagnia di fidati compagni di studio, il batterista Michael Leasure e il tastierista Teddy Andreadis, mentre al basso è arrivato a dare una mano Jamie Hunting, che ha sostituito il bassista abituale di Trout, Johnny Griparic (che a causa delle restrizioni per il Covid-19 non ha potuto partecipare alle registrazioni).

Walter, che quest’anno ha spento la bellezza di 71 candeline, è inesauribile sul piano delle idee e della creatività. «Ride», che arriva a soli due anni da un predecessore più che eccellente, «Ordinary Madness» (2020, recensione di RockLine), è l’ennesima prova del rinascimento di questa penna così acuta. Ci serve di nuovo tutto ciò con cui il celebre cantautore blues ci ha viziati in passato. L’uomo che qualche anno fa è sopravvissuto per miracolo a un trapianto di fegato, durante il lockdown ha trovato anche un sacco di tempo per buttare un occhio al cammino di vita che ha percorso. E nonostante tutti i alti e bassi e le rinascite a ripetizione in stile fenice, il settantenne e passa Walter Trout dice così della vita sul nuovo album (con lo spirito di un bimbo di cinque anni): «But, really, life is kind of a ride too, isn’t it? And I want to live mine to the fullest.»

«Ride» è un disco in cui Walter è di nuovo al posto giusto in ogni mossa che si concede, in ogni momento. Con anima, cuore e, naturalmente, un tocco di filigrana che ha mille e una sfaccettatura, che si tratti del suo approccio vocale, brillantemente rivissuto e sensuale, o dell’espressione delle emozioni attraverso il modo scaltro di posare sulla chitarra note suonate con passione. Il maestro è maestro. Resta maestro. Mentre ballate come Follow You Back Home e Waiting For The Down sono ormai diventate una specie di standard della retorica blues d’autore di Walter, quella che i suoi fan aspettano sempre con una fame da lupi, la title track, più tirata, regala tra le altre cose un momento in cui la cinetica del fraseggio porta il disco verso un intreccio di blues e hard rock, e perfino verso arrangiamenti tipici del pop e della musica country (The Fertile Soil), il tutto però mascherato con furbizia nella produzione e nel formato compositivo. Questi punti in cui esplodono ottimismo e serenità alleggeriscono l’uragano di lamenti e malinconia blues che altrimenti attraversa il disco. Ci sta benissimo anche la giocosa e spiritosa Leave It All Behind, con un’aggiunta di fiati e di pianoforte honky-tonk.

Più dure e roccciose sono pezzi come Better Day Ahead, con l’approccio vocale quasi urlato e senza veli del leggendario musicista, mentre High Is Low suona particolarmente compatta e da vera ‘band’, con qualche ricamo di armonica a bocca. Un muro di suono roccioso e massiccio, in questi messaggi sorretti dal peso del dolore e della disperazione, viene completato dal suono dell’organo Hammond, mentre i fenomenali assoli di Walter ti fanno venire la pelle d’oca ogni volta. Il blues rocker più tirato e chitarristicamente più ruvido I Worry Too Much porta un brillante scarto di dinamica nello sviluppo del disco, mentre l’approccio e l’arrangiamento delle tastiere regalano un sentimento ‘stuzzicato’ di fusione funky jazz rock che farebbe alzare un sopracciglio anche a Stevie Wonder. E poi c’è lo sguardo al futuro nella conclusiva Destiny, calma e solenne, che di nuovo conquista con una voce delicata e con la morbidezza delle note di chitarra, impreziosite dall’attenzione da orafo della meccanica fine delle mani di Trout.

Il miglior blues e blues rock lo fanno le anime più ferite. Funziona così. Walter Trout resta un punto di riferimento. Inafferrabile, speciale, travolgente di passione ed energia come pochi in questo campo, soprattutto tra i bluesman bianchi. Con tutto ciò, questo brillante musicista nei suoi assoli impeccabili, carichi di una passione infuocata, accanto alle emozioni di dolore e malinconia, offre una scorta di giocosità infantile e di stoccate che non accenna a esaurirsi. L’uomo ha quindi sfornato un altro splendido lavoro in studio, che trabocca di un ardore sincero e sensuale, come nella sua colorita retorica di unicum del blues rock d’autore può darlo solo uno. Walter Trout.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Ghosts
2. Ride
3. Follow You Back Home
4. So Many Sad Goodbyes
5. High Is Low
6. Waiting For the Dawn
7. Better Days Ahead
8. The Fertile Soil
9. I Worry Too Much
10. Leave It All Behind
11. Hey Mama
12. Destiny

Formazione:
Walter Trout – voce, chitarra
Tedy ‘ZigZag’ Andreadis – tastiere, organo Hammond B3
Jamie Hunting – basso
Michael Leasure – batteria & percussioni

Musicista ospite:
Anthony Grisham – chitarra


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