Walter Trout: Ordinary Madness

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Etichetta: Provogue Records/Mascot Label Group
Data: 28/08/2020
Produzione: Eric Corne
Durata dell’album: 57.44 min
Genere: Blues Rock
Voto: 9.0/10


Walter Trout è una leggenda del blues rock e uno dei musicisti più in vista del blues contemporaneo. Uno che anni fa è sopravvissuto per un soffio a un trapianto di fegato  è un fenomeno a modo suo. E in tutti questi anni di attività – la sua carriera ne conta cinquanta – ha vissuto parecchi alti e bassi. Dai Canned Heat a John Lee Hooker, fino a John Mayall e a una carriera solista prolificissima, che a oggi gli ha fruttato una sfilza di album, quasi a quota 30. I suoi fan non ci pensano due volte quando Walter Trout pubblica un disco nuovo. Lo comprano e basta, perché quello che Walter incide è sempre garanzia di quel magnetismo assoluto che un musicista può evocare nel blues, con la sua natura di talento fuori dal comune. E Walter Trout è uno solo. Uno e basta. Nessuno è come lui.

Gli anni hanno fatto il loro e Trout alla fine si «calma». Ha lasciato perdere i modi dissoluti, anche se continua a suonare come se nelle dita e nell’anima gli ardesse ancora il fuoco del coraggio e la spinta delle passioni adolescenziali. Anche sul suo 27° album si butta su tutto come un ragazzino smanioso di dimostrare qualcosa. Infuocato. Uno stile chitarristico autentico e rigorosamente cesellato è da sempre sinonimo di eccellenza, sia di scrittura che di esecuzione. Non solo, ma anche di «inafferrabilità». Più precisamente, di un’unicità blues-rock di carattere. Gli assoli restano un unicum assoluto, e di sicuro sono la calamita più potente. Anche nel nuovo disco la chitarra tiene quindi l’ascoltatore incollato a pieno sangue. La voce resta assolutamente vera nelle emozioni e nelle passioni. Con lei la predica e il lamento blues sono di nuovo spinti al massimo e ti arrivano addosso con un fascino rapace a cui è difficile resistere.

«Ordinary Madness» è, senza falsa modestia, uno dei lavori in studio più forti che Trout abbia messo in fila in una carriera così longeva. Sì. È un’affermazione audace, visto che il tipo ha alle spalle davvero un sacco di ore di registrazione. Con questo nuovo album, confessionale e ancora più intimo del predecessore «Survivor Blues» (2019), Trout, nei panni dell’osservatore, ha catturato nel modo più realistico possibile lo spirito dei tempi, di fronte ai quali – con lui – la maggior parte delle persone lucide si dispera a ragione, mentre guarda in silenzio dove stanno colando a picco il pianeta e, con lui, l’umanità.

Il disco si apre con il dramma blues spettrale della title track, che scuote fin dall’inizio e riassume tutto quello che dice la frase qui sopra. C’è tutto. Una voce che rivive e accusa, un’esecuzione eccezionale. Tutti gli ornamenti, tutti i dettagli minimali, una morbidezza sensuale da filigrana, un controllo dei toni straordinario. Ogni nota parla a modo suo e la chitarra geme come una creatura viva che reagisce a ogni stimolo con intensa sensualità. Già in apertura Trout è quindi in tutto il suo splendore. Poi l’album parte al galoppo in chiave rock con Wanna Dance, dove alla frase-marchio si unisce un Hammond corposo e una pulsazione in contrasto della sezione ritmica. C’è più musicalità, ma dramma e malinconia comunque non mollano… Il disco è ricco di idee e molto variegato. E non è tutto rigorosamente solo blues (e rock)! In Heartland si insinuano elementi di americana e country. Particolarmente melodiose sono My Foolish Pride e Heaven In Your Eyes, dove a catturare l’attenzione sono anche i motivi aggiunti, tanto che potrebbero diventare senza problemi habitué delle frequenze radio che hanno un minimo di rispetto per sé stesse, cioè di buona programmazione musicale. Il brano più carico del disco è la conclusiva OK Boomer, dove in mezzo al fragore degli strumenti è la rabbia vocale di Trout a buttare benzina sul fuoco.

È difficile cercare i picchi del disco! Trout, ovviamente, dà sempre il meglio proprio dove la sua chitarra geme con più intensità. La title track, All Out Of Tears (nata in collaborazione con Teeny Tucker, parla del figlio di lei scomparso), due suite blues eccezionali, o la rockeggiante e affilata Make It Right con il suo «lavoro a maglia e intreccio» solistico, che non vorresti veder finire mai. Insomma. Ogni brano è davvero rifinito alla perfezione. E il bello è quante cose si possano tirare fuori da sole 12 battute. Il blues è molto, molto di più. E Walter Trout regna nell’innesto di figure musicali con cui la sua formula blues originaria comunica in modo così brillante. 

The Final Curtain è il pezzo che scoppia di angoscia, guidato da un ritmo boogie più lento. Alla frase di chitarra si unisce con decisione l’armonica di Trout. Un brano sull’inevitabile resa dei conti, quando suona l’ora del giudizio e alla porta, al posto dell’esattore, si presenta la vecchiaccia con la falce. Ancora più nausea per l’ora del giudizio ormai vicina la cattura la decisamente cupa The Sun Is Going Down. Nell’ultimo terzo il brano accelera in chiave rock e il suo crescendo è, naturalmente, un altro poderoso assolo di chitarra di Trout.

L’interazione tra i quattro musicisti è diabolica. Ha una chimica che funziona e si sente che è di un altro livello. Walter Trout non è un assolutista, così soprattutto le tastiere, ma anche le linee di basso, sfruttano con grande abilità i frammenti dei brani, in particolare i passaggi, per condirli in modo pittoresco con trucchetti extra. Il disco è impastato di tantissimi dettagli che scopri col tempo, ed è proprio questo uno degli elementi più attraenti, quelli che ti chiamano ogni volta a riascoltare questa impresa davvero brillante di Trout. La sottigliezza che sviluppa il carattere dei mattoni del suono è spinta al massimo, e viene fuori soprattutto nei momenti più lenti dell’album, come la parte iniziale della confessionale Up Above My Sky. Una specie di epitaffio, lapide, requiem e uno dei brani più intensi del disco, quanto a incandescenza di emozioni e passione.

“Ordinary Madness” è stato registrato in California, più precisamente nello studio di proprietà di Robby Krüger, chitarrista dei The Doors. È quel paradiso californiano in terra, dove ti ritrovi con una serie sterminata di chitarre vintage («vintage») e tutto il resto dell’attrezzatura d’epoca, garanzia di assoluta analogicità di questo lavoro. Lo sapete. Lì c’è infatti tutta quella roba universale dei The Doors, che puoi prendere in prestito per registrarci un pezzo. Più sincero di così non si può. L’album è stato registrato prima che fosse dichiarata la pandemia di coronavirus. 

Walter Trout resta un artista incredibile. Si avvicina a grandi passi ai settanta, ogni anno pubblica un nuovo album e l’ispirazione creativa non lo lascia mai a secco. Per questo «Ordinary Madness» è un altro tassello nel mosaico variopinto della carriera di questo musicista brillante, che è, semplicemente, (per Trout ancora una volta) universalmente unico, e un traguardo che ascolti sempre di nuovo, con grande piacere. Maturità, amara consapevolezza della caducità, ma anche abbastanza giocosità infantile e costante da dimostrare che Walter Trout e la sua musica restano per sempre sempreverdi.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Ordinary Madness
2. Wanna Dance
3. My Foolish Pride
4. Heartland
5. All Out Of Tears
6. Final Curtain Call
7. Heaven In Your Eyes
8. The Sun Is Going Down
9. Make It Right
10. Up Above My Sky
11. OK Boomer

Formazione:
Walter Trout – chitarra, voce, armonica
Teddy ‘Zig Zag’ Andreadis – tastiere, Wurlitzer, organo Hammond
Johnny Griparic – basso
Michael Leasure – batteria

Musicisti ospiti:
Skip Edwards
Drake ‘Munkihaid’ Shining
Anthony Grisham


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