Myles Kennedy: Year Of The Tiger
Data di uscita: 09.03.2018
Produttore: Michael “Elvis” Baskette
Etichetta: Napalm Records
Voto: 9 / 10
Myles Kennedy è la voce degli Alter Bridge, ma il suo nome è finito davvero sotto i riflettori quando ha iniziato a collaborare con Slash, il chitarrista dei Guns N’ Roses. Kennedy è considerato un cantante eccezionale, e ormai non è più una novità. Ogni volta che si trova davanti a un microfono, con la sua inconfondibile essenza confessionale e il suo carattere vocale imprime ai brani un marchio tutto suo. Dal 2009 Kennedy accarezza l’idea di lanciare una carriera solista. Per essere precisi, dal 2009 in poi promette il suo debutto in studio da solista.
Visto che il tipo è perennemente impegnatissimo, abbiamo aspettato ben nove anni. Kennedy è un gran pignolo: spiana con cura la strada verso l’obiettivo. I preparativi sono stati quindi pesanti, e intanto doveva saltare fuori da qualche parte anche un «buco» di tempo libero. Il materiale per il debutto è nato e maturato per tantissimo tempo, ed è per questo che dal primo all’ultimo minuto suona come un lavoro estremamente rifinito e compiuto. Qui Kennedy si mette alla prova nei panni del cantautore, e l’album ha pure un concept. Kennedy torna all’infanzia: quando aveva cinque anni, suo padre è morto. Era il 1974, che secondo l’oroscopo cinese è l’anno della Tigre. Meno male che non era l’anno del Topo o del Maiale, altrimenti Kennedy avrebbe probabilmente dovuto adattare il titolo del disco. La storia delle ferite che un’anima sensibile come quella di Myles Kennedy porta sotto la superficie viene «versata» in dodici composizioni di altissimo livello per carattere, arrangiamenti e intensità espressiva.
Kennedy flirta con la musica folk, le chitarre restano di natura acustica, i ritmi di base sono spesso mossi e rafforzati con contrasto da percussioni aggiuntive, e per tutto il disco si sente il calore organico, eccezionale, dei suoni bassi e penetranti del basso. Kennedy gioca sui contrasti tra le composizioni con l’integrazione di strumenti interessanti, che comunicano in modo efficacissimo negli arrangiamenti. Per un bel pezzo bisogna farsi strada nell’album prima di trovare un brano almeno un pizzico rock’n’roll. Il primo è Devil on the Wall, piazzato a metà disco. Kennedy mette a nudo la stratificazione della sua voce, e ogni brano ha un suo carattere ben definito, guidato dalla delicatezza vocale di questo artista e dall’eleganza di movimenti e tratti brevi, essenziali e, nella loro morbidezza, tremendamente concilianti, frutto della collaborazione interdisciplinare dell’esecuzione strumentale. L’album invita a parallelismi sensati con alcune opere di Robert Plant, e perfino con le incursioni folk acustiche dei Led Zeppelin, come l’ornamento usato sopra la frase guida in Love Can Only Heal, che richiama di sfuggita alla memoria il brano dei Led Zeppelin The Battle of Evermore. Non è difficile accostarlo nemmeno alle opere del compianto Jeff Buckley. Già da questi accenni è chiaro che «Year of the Tiger» è un album eccezionale. Accanto alle melodie folk molto percepibili, di cui ci avvisa già l’apertura del disco con la title track, negli arrangiamenti si innestano anche elementi di musica classica (The Great Beyond), si avvertono momenti «sudisti» (Blind Faith), l’album se la cava bene anche con la retorica blues (Nothing But A Name), e fino a un certo punto stuzzica con la lontana sentimentalità di un tenue «carattere grunge in versione unplugged». Sopra a tutto questo, però, il risultato è un lavoro estremamente particolare, ed è proprio questo il suo poker d’assi vincente.
La prestazione vocale di Myles Kennedy è sempre al centro del fuoco. In un contesto acustico, la verità «brutale» del concept, attraverso la sensibilità sottile e la morbidezza, si magnifica ancora di più, e poiché l’album è una confessione personale, la sua portata emotiva e quella delle passioni cantate sono messe in risalto in modo efficacissimo. Ottimizzata. I brani, come c’era da aspettarsi (vista la tematica del disco), si sviluppano in minore. Sì, l’album è cupo. Anche questo era prevedibile. In modo un po’ caricaturale: non ci troviamo davanti a un disco in cui ci si aspetterebbe quello che farebbero gli Alter Bridge senza Tremonti alla chitarra, o il resto della banda dei The Conspirators di Slash, senza Slash. Si tratta di un lavoro del tutto riconoscibile e particolare, che Myles Kennedy ha pianificato a lungo e con cura, con un’essenza e un carattere tutti suoi. Completamente da cantautore. Un album che ti sedurrà e ti conquisterà del tutto con la sua inquietante delicatezza e con un carattere vocale confessionale bellissimo, per non dire brillante.
autore: Aleš Podbrežnik