Kansas: Somewhere To Elswhere
Etichetta: Magna Carta
Data di uscita: 11/7/2000
Produzione: Kerry Livgren
Durata album: 68.09 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 8.5/10
Il sogno di tanti veterani del rock è rimettersi insieme, almeno un’ultima volta prima della fine della carriera, nella formazione originale o in quella più amata, a patto ovviamente che tutti i membri della line-up storica siano ancora vivi e vegeti. I campioni americani del prog rock Kansas nel 2000 hanno vissuto la reunion della formazione classica, quella che tra il 1970 e il 1980 (fino all’album »Audio-Visions« (1980)) aveva registrato i più grandi classici nella storia di questa leggendaria band. Il frutto di questo ritorno piuttosto inatteso è stato il loro quattordicesimo album in studio, »Somewhere to Elsewhere«, che, com’era prevedibile, non era all’altezza dei loro capolavori degli anni Settanta, ma ha comunque sorpreso in positivo parecchia gente che all’epoca era convinta che il cantante/tastierista occasionale Steve Walsh, il chitarrista/tastierista Kerry Livgren, il chitarrista guercio Rich Williams, il violinista Robby Steinhardt, il batterista Phil Ehart e i due bassisti, Dave Hope e Billy Greer (a quest’ultimo è stato concesso il diritto di unirsi ai membri originali), non sarebbero più riusciti a ritrovare nemmeno una briciola della magia dei loro anni d’oro.
Questi ‘fedelissimi’ si erano probabilmente già dimenticati delle doti di songwriter di Livgren. Kerry, infatti, ha scritto e prodotto di suo pugno tutto il materiale di »Somewhere to Elsewhere«, ha suonato tutte le tastiere e si è perfino cimentato come voce solista nella traccia satirica nascosta, di meno di due minuti, »Geodesic Dome«, piazzata proprio in fondo all’album. Questo ha permesso a Walsh di concentrarsi solo sul canto, con l’aiuto di Steinhardt, che ha prestato la voce principale in tre brani, mentre Greer ha preso il microfono in un pezzo. La copertina dell’album non era certo all’altezza dei grandi standard dei Settanta, ma se non altro ti risvegliava una certa dose di nostalgia.
Il bello di »Somewhere to Elsewhere« è che le composizioni ti si piantano in testa che è una meraviglia e l’album, tutto d’un fiato, scivola via in un attimo. Non ci sono momenti noiosi, anche se nessun pezzo a parte »Myriad« e l’opener »Icarus II«, seguito del classico »Icarus – Borne on Wings of Steel«, spicca davvero dalla ‘via di mezzo’. »Icarus II« ha praticamente lo stesso identico motivo centrale del suo predecessore dall’album »Masque« (1975). Già durante questo pezzo è chiaro che tutti i marchi di fabbrica dei Kansas sono tornati con tutta la loro forza: fantastici arrangiamenti sinfonici con un occhio di riguardo per sofisticati passaggi d’archi, armonie vocali eccezionali, come solo la incarnazione classica della band sapeva creare, e riff di chitarra incisivi al livello del miglior hard rock. »When the World Was Young« è una creatura nostalgica con un ritornello da sveglia, che nel complesso questa volta è più vicina all’hard rock che al prog, cosa peraltro tipica di qualche altro brano di questo album.
In »Grand Fun Alley« il testimone della voce solista passa a Steinhardt, mentre nella delizia sinfonica »The Coming Dawn (Thanatopsis)«, che a tratti ricorda molto certi traguardi degli anni d’oro, torna a brillare Walsh, che in questa fase della carriera aveva già la voce un po’ intaccata, ma cantava ancora con una grinta fuori dal comune e un’energia incredibile. Il già citato »Myriad«, che a tratti, con il suo ritornello pomposo, i possenti arrangiamenti sinfonici e i complessi passaggi di chitarra, suona come se fosse stato creato a metà anni Settanta, è uno dei vertici dell’album, quando la magia classica dei Kansas si accende alla massima intensità. Un breve e atipico inserto ‘alla Yes’ con armonie vocali sfacciate risulta forse un po’ buffo, ma si incastra comunque bene dentro la struttura leggermente speziata di jazz di questo notevole pezzo. In »Look at the Time« il ruolo di voce solista tocca a Greer, uno dei maggiori responsabili del fatto che i Kansas siano ancora in attività oggi.
Seguono due brani in cui Steinhardt riprende in mano l’iniziativa vocale: »Disappearing Skin Tight Blues« e »Distant Vision«. Il primo ha un interessante ritornello ‘alla Beatles’ che si sposa a sorpresa benissimo con un riff bluesy, mentre »Distant Vision« contiene sezioni strumentali splendide e a tratti si avvicina moltissimo all’indimenticabile evergreen »Cheyenne Anthem« da »Leftoverture« (1976). »Byzantium« nell’apertura e nella chiusura suona come un’aria da chiesa, ma per la maggior parte del tempo regna un pomposo prog rock sinfonico con elementi hard rock. »Not Man Big« è una chiusura un filo troppo poco ambiziosa per una band prog leggendaria come i Kansas: è un hard rock nella media con venature funk, che starebbe meglio addosso a dei Deep Purple e che, come tale, è il pezzo meno interessante dell’album.
»Somewhere to Elsewhere«, nel complesso un risultato più che dignitoso e vicino agli standard dei Settanta, è stato a lungo considerato l’ultimo album in studio dei Kansas, finché non si è saputo che l’ultima versione della band, in cui dei membri originali sono rimasti solo Wiiliams ed Ehart, stava registrando un disco intitolato »The Prelude Implicit«, in uscita a settembre 2016. Nel frattempo i fan sperano devotamente che questo lavoro sia migliore del progetto parallelo dei Kansas, Native Window, e dell’omonimo album del 2009, e che si avvicini almeno un po’ al livello di »Somewhere to Elsewhere«. Livgren e Hope, due cristiani fervidi, hanno lasciato (di nuovo) i compagni di avventura poco dopo l’uscita di »Somewhere to Elsewhere«, anche se Kerry ha continuato per un po’ a collaborare con i Kansas come ospite dal vivo. Poi si è dedicato alla sua ‘proto-band’ dei Kansas, i Proto-Kaw, finché non è stato steso da una malattia subdola che non gli permette più di suonare chitarra e tastiere, e così la sua attività musicale si è ridotta di parecchio. Steinhardt è rimasto nei Kansas fino al 2006, quando è stato sostituito di nuovo da David Ragsdale.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Icarus II (7:17)
2. When the World Was Young (5:50)
3. Grand Fun Alley (4:38)
4. The Coming Dawn (Thanatopsis) (5:44)
5. Myriad (8:55)
6. Look at the Time (5:37)
7. Disappearing Skin Tight Blues” – 7:02
8. Distant Vision” – 8:48
9. Byzantium (4:15)
10. Not Man Big (8:49)
11. Geodesic Dome” (Hidden track) (1:24)
Formazione:
Steve Walsh – voce principale, cori
Kerry Livgren – chitarra, tastiere, voce principale (11)
Robby Steinhardt – violino, viola, cori, voce principale (3, 7 e 8)
Rich Williams – chitarra
Dave Hope – basso (2, 6)
Billy Greer – basso, cori, voce principale (6)
Phil Ehart – batteria
