Year Of The Tiger
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Kennedy, Myles
Etichetta: Napalm Records
Uscita: 2018
Durata: 50:40
Voto: 4.5/5
Myles Kennedy è la voce degli Alter Bridge, ma il suo nome è finito davvero sotto i riflettori quando ha iniziato a collaborare con Slash, il chitarrista dei Guns N’ Roses. Kennedy è considerato un cantante eccezionale, e ormai non è più una novità. In qualsiasi situazione si trovi davanti a un microfono, con la sua essenza espressiva e il suo carattere vocale inconfondibile imprime alle canzoni un marchio tutto suo. Dal 2009, però, Kennedy sta covando l’idea di lanciare una carriera solista. Per la precisione: dal 2009 in poi, promette il suo debutto solista in studio.
Siccome il tipo è costantemente impegnatissimo, abbiamo aspettato ben nove anni. Kennedy è un gran pignolo. Costruisce con cura la strada verso l’obiettivo. I preparativi sono stati quindi seri, e nel frattempo doveva saltare fuori da qualche parte anche un »buco« di tempo libero. Il materiale per il debutto è nato e maturato per moltissimo tempo, e per questo dall’inizio alla fine suona come un lavoro estremamente rifinito e compiuto. Kennedy si mette quindi alla prova nei panni del cantautore, e il disco è un concept. In esso Kennedy torna all’infanzia. Quando aveva cinque anni, suo padre è morto. Era il 1974, che secondo l’oroscopo cinese è l’anno della tigre. Meno male che non era l’anno del topo o del maiale, altrimenti Kennedy avrebbe quasi certamente dovuto adattare il titolo del suo lavoro. La storia delle ferite che porta sotto la superficie un’anima sensibile come quella di un artista del calibro di Myles Kennedy viene »versata« in una serie di dodici composizioni scelte con una cura eccezionale, per carattere, arrangiamenti ed espressività.
Qui Kennedy fa l’occhiolino alla musica folk, le chitarre restano di natura acustica, i ritmi di base sono spesso movimentati e rafforzati da contrasti con percussioni aggiuntive, e per tutto l’album si sente l’eccezionale calore organico dei suoni bassi e penetranti del basso. Kennedy contrappone le composizioni inserendo strumenti interessanti, che nei vari arrangiamenti comunicano in modo efficacissimo. Bisogna farsi strada nel disco per un bel pezzo prima di trovare un brano che abbia almeno un pizzico di solletico rock’n’roll. Il primo è Devil on the Wall, piazzato a metà album. Kennedy mette a nudo la sua stratificazione vocale e ogni singolo brano ha un carattere ben definito, guidato dalla delicatezza vocale di questo artista e dall’eleganza di movimenti brevi, essenziali e di un’enorme dolcezza conciliante, frutto della collaborazione interdisciplinare tra gli strumenti. Il disco richiama paralleli sensati con alcune cose di Robert Plant, e perfino con le incursioni folk acustiche dei Led Zeppelin, come l’ornamento sopra la frase principale in Love Can Only Heal, che di sfuggita fa tornare in mente il brano dei Led Zeppelin The Battle of Evermore. Non è difficile collocarlo nemmeno vicino alle cose del compianto Jeff Buckley. Già solo da questi accenni è chiaro che »Year of the Tiger« è un album eccezionale. Accanto a melodie folk ben riconoscibili, come annuncia già l’apertura del disco con la title track, negli arrangiamenti si innestano anche elementi di musica classica (The Great Beyond), si colgono momenti «sudisti» (Blind Faith), l’album se la cava bene anche con la retorica blues (Nothing But A Name) e, fino a un certo punto, stuzzica con una lontana sentimentalità da dolce »carattere grunge in versione unplugged«. Sopra a tutto questo, il risultato è un prodotto davvero speciale, ed è proprio questo il suo poker d’assi vincente.
La prova vocale di Myles Kennedy è sempre essenziale e dritta al punto. In un ambiente acustico, la verità »brutale« del concept, filtrata attraverso una sensibilità sottile e una grande morbidezza, si amplifica ancora di più, e visto che l’album è una confessione personale, la sua portata emotiva e quella delle passioni cantate escono fuori in modo davvero efficace. Ottimizzate. I pezzi, come ci si aspetta (visto il tema del disco), si sviluppano dal minore. Sì, l’album è cupo. Anche questo era prevedibile. Detto in modo un po’ caricaturale, qui non c’è il disco che ti aspetteresti da quello che farebbero gli Alter Bridge senza Tremonti alla chitarra, o il resto della banda dei The Conspirators di Slash, senza Slash. Si tratta di un lavoro assolutamente riconoscibile e particolare, che Myles Kennedy ha progettato a lungo e con cura, con un’essenza e un carattere tutti suoi. Totalmente da cantautore. Un album che ti sedurrà e, con la sua sensibilità da brividi, con un carattere vocale e confessionale bellissimo, se non addirittura brillante, ti incanterà del tutto.
Formazione
Myles Kennedy – voce, chitarra, banjo, lap steel, basso, mandolino
Zia Uddin – batteria, percussioni
Tim Tournier – basso
Michael “Elvis” Baskette – tastiere
Jef Moll – programmazione
Simon Dobson – arrangiamenti d’archi su “The Great Beyond”
Will Harvey – violino su “The Great Beyond”
Maddie Cutter – violoncello su “The Great Beyond”
Elitsa Bogdanova – viola su “The Great Beyond”
Produzione
Michael “Elvis” Baskette
Tracklist
1. Year of the Tiger (3:40)
2. The Great Beyond (4:50)
3. Blind Faith (4:29)
4. Devil on the Wall (3:44)
5. Ghost of Shangri La (3:32)
6. Turning Stones (3:38)
7. Haunted by Design (3:39)
8. Mother (3:42)
9. Nothing but a Name (5:00)
10. Love Can Only Heal (5:32)
11. Songbird (4:04)
12. One Fine Day (4:50)